La storia della malata di Sla che avvisa i carabinieri con il battito di ciglia

di Redazione | 01/09/2015

malata di sla

«Fabrizio minaccia il suicidio, vuole uccidere anche me». Potrebbe esser una chiamata al 118 e invece no. Tatiana, malata di Sla, abitante di Villaretto, nella media Val Chisone, ha avvisato la polizia con gli occhi. Non può parlare. Ha dato l’allarme tramite il puntatore elettrico.


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MALATA DI SLA LANCIA L’ALLARME CON UN BATTITO DI CIGLIA

– La storia la riporta il Corriere:

Fabrizio è il giovane marito sposato tre anni fa, quando la malattia di Tatiana non era ancora esplosa in tutta la sua drammaticità. Sla, un morbo che divora, una tortura. A lei ha tolto i muscoli e la voce cosicché per parlare usa un puntatore elettronico che traduce in lettere il suo pensiero attraverso l’orientamento della pupilla sulla testiera. Quella sera ha scritto al fratello Antonio che abita in fondo alla valle e ha fatto scattare l’allarme. Sono arrivati i carabinieri, Fabrizio si è barricato in casa brandendo coltelli e urlando minacce. «Andate via tutti». «Vedrete che cosa faccio». «Nessuno si occupa di me». «Sono armato». Morale: il trentaquattrennne Fabrizio, disoccupato di Villaretto di Roure, viene arrestato, processato per direttissima e liberato con il divieto di avvicinarsi alla casa del cognato dove nel frattempo è stata trasferita Tatiana con il suo macchinario. E’ quanto successo nell’ultima settimana a questa giovane donna appassionata di musica, innamorata di Fabrizio e tradita dalla salute.

Dietro il dramma di un marito solo, davanti alla malattia di sua moglie

«Ma come fa un ragazzo a rimanere 24 ore al giorno in casa? C’è da impazzire. Io lo conosco bene, lui è molto buono e non è la solita frase fatta. Non ha mai chiesto aiuto per Tatiana ma si capiva che era in difficoltà». Fabrizio era andato al bar quella sera, prima di ritirarsi con i suoi demoni. «Era alterato: continuava a dirmi “Mari mi ascolti?” e poi se ne stava zitto». L’altro giorno l’avevano chiamato a lavorare per sistemare la piazzola del bar. «Era venuto, sempre disponibile e senza lamentarsi». Dentro però aveva un fuoco. «Il fuoco dell’impotenza – aggiunge Cristian Bosello, il suo avvocato – Vedeva nero perché non aveva un lavoro, non aveva soldi e non aveva aiuti e anche con la famiglia di Tatiana non era un idillio». Da casa Cantin non vogliono polemizzare e tagliano corto: «E’ un problema da risolvere in famiglia, Tatiana ha ora bisogno di ritrovare la serenità»

(in copertina foto d’archivio ANSA/ FABIO CAMPANA)