Lavoro, la guerra dei numeri tra governo, Inps e Istat

Lavoro, tra governo, Inps e Istat ormai è una guerra di numeri. Con tanto di pasticci, annunci roboanti, correzioni e smentite. Da una parte la politica, con l’aspettativa del governo per gli effetti della decontribuzione per le nuove assunzioni e del Jobs Act. Dall’altra l’istituto di statistica e l’Inps stesso. Così spesso i numeri si contraddicono e si rischiano scivoloni, come nel caso di Poletti e dei numeri sulle occupazioni stabili tra gennaio e luglio, cresciute la metà circa di quanto aveva inizialmente annunciato il ministero del Lavoro. Prima di ammettere l’errore.

LAVORO, SCONTRO SUI NUMERI –

Scrive Repubblica come il “balletto” delle cifre non sia una novità di questi giorni:

«È stato fatto un errore, bisogna riconoscerlo e correggerlo», ha ammesso ieri sera il ministro Giuliano Poletti alla festa dell’Unità. Aggiungendo che «ogni mese crescono i contratti stabili e diminuiscono le collaborazioni». Eppure il caos sui numeri purtroppo va in scena con regolarità da gennaio». […] Non manca la confusione: «Dovuta alle tre fonti delle cifre: Inps, Istat e ministero del Lavoro. E all’uso che se ne fa. «Quando vedo che a marzo sono state assunte 92 mila persone mi rincuoro», diceva il premier Renzi in tv, mostrando di preferire le tabelle del ministero alle altre (allora, non oggi). «L’Istat fa i sondaggi», chiosava. Era il 23 aprile. Sette giorni dopo l’istituto di statistica inchiodava l’Italia a meno 59 mila occupati a marzo rispetto a febbraio. Con la disoccupazione tornata al 13% e al 43% quella giovanile. Facile capire perché il governo scelga dei numeri alla bisogna. Il 2 marzo il ministro del Lavoro esultava per gli 11 mila occupati in più a dicembre su novembre (senza sgravi). Al punto da profetizzare 150 mila posti extra nell’intero 2015, contro i 130 mila del 2014. Un mese dopo era subissato di critiche per i miseri 13 contratti stabili in più nei primi due mesi dell’anno (un po’ come i 47 di due giorni fa). Anche allora il cattivone era l’Istat (oggi il suo stesso ministero). Difeso però dal presidente dell’Inps Tito Boeri: «I dati che fanno testo sono quelli dell’Istat». Meno facile capire perché i dati confliggono tra loro. Chi dice la verità? Probabilmente tutti. Natura, tempi, elaborazioni differenti si traducono in risultati diversi, dunque da interpretare con prudenza. Ma ai tempi della tweet politica, non c’è tempo per la riflessione. E parte il cortocircuito», si spiega. 

Per fare chiarezza, va ricordato come l’Istat esca con il dato trimestrale sulle forze lavoro. Si tratta di un dato statistico ufficiale, quello che l’Italia comunica ad Eurostat, elaborato secondo standard internazionali. Altro che “sondaggio”, come evocava Renzi. L’Inps, invece, così come il ministero del Lavoro, trattano invece dati amministrativi. Tradotto, i contratti che si aprono e si chiudono. Sul quotidiano diretto da Ezio Mauro si spiega quale sia la differenza:

 «Se un collaboratore viene assunto a tempo indeterminato nei dati Inps e del ministero risulta un contratto di lavoro in più, mentre per l’Istat l’occupazione complessiva non aumenta, perché tiene conto delle teste. Tra l’altro, Inps e ministero escludono alcune categorie, come pubblica amministrazione e lavoro domestico. Tutti i dati, va detto, quando escono sono provvisori. Devono cioè essere depurati, rettificati, puliti. Specie quelli del ministero, come si è visto in questi giorni. E soprattutto da quando il dicastero di Poletti (in aprile) ha deciso di uscire con cadenza mensile. Mossa forse improvvida, considerata la difficoltà di un reale controllo di qualità delle tabelle».

Se tempo fa Poletti aveva evocato una riunione con Inps e Istat per integrare i dati, tutto è finito nel dimenticatoio. Al contrario, lo stesso presidente Istat Giorgio Alleva ha già bollato come «poco edificante» il caos sui numeri.

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