Strasburgo: «Col divieto di ricerca sugli embrioni l’Italia non viola i diritti dell’uomo»

di Redazione | 27/08/2015

ricerca embrioni sentenza strasburgo

La Corte europea dei diritti umani si è pronunciata in via definitiva sul ricorso presentato da Adele Parrillo, che nel 2011 si era rivolta ai giudici di Strasburgo per poter donare alla ricerca scientifica i propri embrioni congelati, contestando il divieto imposto dalla legge italiana. Oggi la Corte Edu ha però deciso che la legge dello Stato Italiano non viola il diritto al rispetto della vita privata di Adele Parrillo, decidendo, allo stesso tempo, la liceità dei divieto imposto dalla legge italiana sulla ricerca sugli embrioni.

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ANSA/ETTORE FERRARI

ADELE PARRILLO, IL RICORSO –

Adele Parrillo e il compagno, Stefano Rolla – il regista rimasto ucciso insieme ai militari italiani morti nell’attentato a Nassiriya del 2003 – erano ricorsi alla fecondazione in vitro nel 2002, e alcuni embrioni fecondati della coppia erano stati congelati. Dopo l’attentato in cui perse la vita il marito, la Parrillo non aveva voluto procedere all’impianto degli embrioni. Aveva chiesto di poterli donare alla ricerca, in modo da poter contribuire, insieme al lavoro dei ricercatori a «trovare trattamenti per malattie difficili da curare». La legge italiana però lo vieta, come prevede l’articolo 13 della legge 40/2004. Adele Parrilo aveva quindi iniziato l’iter che l’ha portata, nel 2011, a presentare il proprio ricorso alla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo. Che si è pronunciata oggi con una sentenza definitiva.

LA SENTENZA DELLA CORTE EDU –

Con la sentenza di oggi, i giudici hanno stabilito che l’articolo 13 della legge 40 non viola il diritto al rispetto della vita privata di Adele Parrillo. I giudici hanno anche obiettato che non si può avere la certezza circa il fatto che anche il defunto Stefano Rolla, compagno della Parrillo, fosse d’accordo sul donare gli embrioni alla scienza. Nella sentenza si legge che la Parrillo non può appellarsi al diritto alla proprietà, dal momento che tale diritto «non può applicarsi a questo caso, dato che gli embrioni umani non possono essere ridotti a una proprietà come definita dall’articolo 1 protocollo 1 della Convenzione europea dei diritti umani». Poiché non esiste una normativa comunitaria sul delicato tema della sperimentazione sugli embrioni, la Corte ha quindi riconosciuto allo Stato Italiano «un ampio margine di manovra».

«SIAMO DELUSI, MA ASPETTIAMO LA CONSULTA» –

Nicolò Paoletti, avvocato di Adele Parrillo, ha così commentato la sentenza di Strasburgo: «Siamo chiaramente un po’ delusi dalla decisione odierna – ha dichiarato – Ma ora aspettiamo la sentenza della Consulta italiana». La Parrillo, infatti, aveva presentato il ricorso alla Corte europea prima di presentarlo alla Corte Costituzionale che, infatti, aveva rinviato la decisione in attesa della sentenza di Strasburgo. A questo proposito il legale della parrillo ha precisato: «Un margine di manovra è riconosciuto alla Consulta italiana, che forse potrebbe ancora decidere in maniera diversa».

(Photocredit copertina: ANSA/ETTORE FERRARI)