Italia ’90, le undici cose che ci mancano di più. Venticinque anni dopo

Totò Schillaci Mondiali 1990

Furono gli ultimi mondiali dell’Unione Sovietica. Ma anche della Germania Ovest. Fu il mondiale di Maradona contro tutti. Fu il mondiale di un inno che si canta ancora oggi (dureranno altrettanto Ricky Martin e Shakira?), cantato da due rockstar outsider (Bennato e Nannini) e composto da Giorgio Moroder. Fu il momento in cui l’Italia volle sentirsi grande e scoprì d’essere inadeguata alle sue ambizioni, non solo sportive. Fu il mondiale in cui c’erano i soliti noti, a partire da Montezemolo, che da Italia ’90 è passato ad Alitalia 2015, con una fermata lunga alla Ferrari.
Venticinque anni fa, fu l’ultimo grande evento mondiale (se si esclude il Giubileo del 2000 e ora l’Expo 2015: ma entrambi circoscritti a due sole città) ospitato dal nostro paese, ora alla disperata ricerca di un’Olimpiade per sognare ancora.
E un po’ ci manca, anche se di difetti e incongruenze ne aveva parecchie.

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Coppa Mondiali 1990
Simon Bruty/ALLSPORT

1) La mascotte scelta con le schedine

Cosa ti sembra? Era il 1986 e Lucio Boscardin – veneto, professione grafico – andava chiedendo questo ad amici e parenti. Non come ti sembra, ma cosa, perché a una prima impressione l'”opera” lasciava piuttosto perplessi: una costruzione stilizzata e un po’ stortignaccola composta da cubi verdi, bianco e rossi, con in testa un pallone. Ricevette di certo commenti positivi e incoraggiamenti sufficienti per presentarsi con la sua mascotte «ispirata al traffico» davanti alla giuria capitanata da Sergio Pininfarina e Franco Carraro. C’era da scegliere il simbolo di Italia ’90 e vinse proprio lui, nonostante alla presentazione ufficiale nei saloni del Quirinale quando alzarono il velo Gigi Riva storse la bocca e l’allora direttore della Gazzetta dello Sport Candido Cannavò lo definì «un pinocchietto». Se pinocchietto doveva essere ora bisognava trovargli un nome. Toccava ai tifosi italiani decidere.

La cronaca di Repubblica:

La votazione, com’ è noto, avverrà attraverso la schedina che conterrà per questo un quattordicesmo pronostico. Amico, Beniamino, Bimbo, Ciao e Dribbly si incontreranno per undici concorsi del Totocalcio in una serie di confronti diretti a coppie (per scegliere l’ uno o l’ altro si userà il normale pronostico: 1 per votare il primo nome, 2 per votare il secondo). Ai cinque nomi, segnalati da alcuni prestigiosi pubblicitari italiani, si è giunti sulla base di una larghissima rosa di proposte che un’ agenzia specializzata in indagini demoscopiche ha fatto in tutta Italia. Nel corso dell’ indagine questa agenzia ha potuto stabilire che l’ 85 per cento degli italiani già conosce perfettamente la mascotte di Italia ‘ 90.

Vinse Ciao. E ancora oggi se lo ricordano tutti, in tutto il mondo.

David Cannon/Getty Images
David Cannon/Getty Images

2) Notti magiche

È la canzone dal titolo meno riuscito del mondo, forse pari a L’anno che verrà di Lucio Dalla o Giudizi universali di Samuele Bersani che tutto vengono chiamate tranne che L’anno che verrà e Giudizi universali. L’inno di Italia 90 prodotto da Giorgio Moroder e cantato da Gianna Nannini e Edoardo Bennato si intitola Un’estate italiana ma lo sanno in pochissimi: colpa di quel ritornello orecchiabile entrato prepotentemente nelle case degli italiani e non solo, visto che finì nelle classifiche musicali anche di Svizzera, Svezia e Norvegia. La strofa «Quel sogno che comincia da bambino/e che ti porta sempre più lontano/non è una favola/ e dagli spogliatoi/escono i ragazzi/e siamo noi» è così epica che ti fa dimenticare anche le discutibili animazioni del videoclip.

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3) Le coperture degli stadi

Sotto la guida di Montezemolo, il comitato Italia ’90 ha provveduto anche al riammodernamento degli stadi. Una sequela di aumenti, obbrobri, cattedrali nel deserto (San Nicola e l’orribile Delle Alpi) che la piscina di Calatrava per gli ultimi mondiali di nuoto organizzati a Roma sembra una struttura utile ed attiva. San Paolo e Olimpico vennero dotate di una copertura che riuscì in due miracoli: ridurre la loro capienza e far diventare due stadi bellissimi più brutti di Franco Oppini. Che peraltro in quell’anno divorziò da Alba Parietti, appena assurta al ruolo di star con Galagoal e il suo sgabello, a Telemontecarlo. Quando Massimo Caputi era ancora il miglior telecronista d’Italia, per intenderci. In ogni caso il tutto costò 7.230 miliardi delle vecchie lire (più di 6.000 provenienti dalle casse statali), che con la rivalutazione Istat ora sarebbero 7,5 miliardi di euro. Il doppio di molte altre edizioni, anche più recenti. Ci furono 24 vittime nei lavori dedicati agli impianti sportivi (cinque a Palermo, alla Favorita o Barbera che dir si voglia: oggi c’è una targa nascosta e sbiadita a ricordarli). Ma non prendiamocela solo con gli stadi: a Roma, per dire, fecero l’Air Terminal Ostiense. Famoso per non essere mai stato usato se non per i famosi “torretta” degli anni ’90 (veniva occupato per ballare in massa sulle note di cult della canzone italiana, pop music e sigle di cartoni animati). Abbiamo dovuto aspettare il 2012 perché trovasse una destinazione d’uso: diventare Eataly, grazie a Oscar Farinetti.

adio Olimpico Mondiali 1990
GERARD MALIE/AFP/Getty Images

4) Etrusco Unico

Il pallone ufficiale del mondiale. Viene ricordato da pochi perché rimbalzava bene, era sobrio persino nelle decorazioni (simil etrusche, appunto: tre teste di leone intrecciate per ognuno dei venti triangolini tra le cuciture) e i portieri non se ne lamentarono. Tranne Pumpido, che però era così scarso da prendere gol su un innocuo colpo di testa centrale di Omam-Biyik. Che non saltò ma, decollò. Alcuni giurano di averlo visto atterrare solo sette anni dopo. A Genova. A far ridere amaramente i tifosi sampdoriani con una stagione da bidone che rese felice Mai dire gol e sconcertò Vujadin Boskov. L’Etrusco era molto simile al Tango: eravamo ancora in un periodo in cui all’Adidas, prima di fare i palloni, evitavano le sostanze psicotrope.

Facebook/ETRUSCO UNICO: BEST BALL EVER
Facebook/ETRUSCO UNICO: BEST BALL EVER

5) Gli occhi di Totò

Nonostante le interviste con una grammatica claudicante, nonostante il ciuffo posticcio antesignano del gatto di Conte, nonostante la discesa in politica e L’Isola dei Famosi, nonostante il rigore non calciato in quella semifinale maledetta con l’Argentina, Salvatore Schillaci da Palermo resterà per sempre Totò Schillaci, l’eroe di Italia ’90. Miglior giocatore e capocannoniere del torneo con sei gol – il colpo di testa all’Austria tre minuti dopo il suo ingresso in campo al posto di Carnevale, la deviazione vincente contro la Cecoslovacchia, la bomba di sinistro all’Uruguay, il tap-in che stese l’Irlanda e quello che ci illuse con l’Argentina, il 2-1 all’Inghilterra nella finalina – «el gran visir de tutti i terùn» come lo ribattezzarono simpaticamente Aldo, Giovanni e Giacomo in Tre uomini e una gamba è stato il cuore del popolo italiano per tutto un mese, i suoi occhi spiritati sono stati gli occhi di milioni di tifosi stregati da un sogno. Le notti magiche furono magiche soprattutto per merito suo.

 

6) La Germania unita

Erano già fortissimi. Pensarono di unirsi pochi mesi prima, così da prendersi pure quelli forti oltrecortina. Così credeva la maggior parte dei giornalisti e forse anche la Fifa, che ne fecero il commovente e retorico refrain di quel campionato del mondo. Forse persino favorendo una vittoria decisamente opaca, a ricordare il ridicolo rigore regalato a sette minuti dalla fine e realizzato da Andreas Brehme. In verità a vincere quel mondiale fu solo la Germania Ovest. Sammer, Thom, Kirsten non ce la fecero a farsi convocare. E l’ultima partita della mitica DDR fu contro il Belgio, il 12 settembre del 1990. Due mesi dopo. Doveva essere un match di qualificazione per gli Europei, divenne una malinconica amichevole in cui segnò il futuro pallone d’oro Mathias Sammer: una gloriosa doppietta.
Sui tedeschi occidentali c’è poco da ricordare: i baffi di Kohler, la classe di Matthaus (anche nelle discoteche), la bruttezza media dei calciatori, partendo da Jurgen Klinsmann da Goppingen.

7) Sergio Javier Goycochea

Entrò dopo il rovinoso infortunio di Pumpido contro l’Urss (sì, fu l’ultimo mondiale anche per i sovietici). Non uscì più. Eroe del River Plate migrato ai Millonarios di Bogotà – lo fece anche Di Stefano a suo tempo: erano gli arabi di allora e con gli ingaggi tenevano fede al loro nome – sembrava uno andato a svernare a soli 25 anni. Niente di più falso: parò tutto, fu più decisivo di Diego Maradona (con cui anni dopo fece una puntata tv cult de La noche del Diez), nei quarti e nella semifinale para quattro rigori e consente all’Albiceleste di arrivare in finale dopo 240 minuti di catenaccio (anzi, contando l’ottavo contro il Brasile, 330: lì segnò Caniggia con soave assist del Pibe). Nell’ultima partita quasi para pure il rigore a Brehme. Farà poco e nulla, poi: come Schillaci, Omam-Biyik e quasi tutti gli eroi di quel mondiale di meteore.

Goycochea Mondiali 1990
Shaun Botterill/Allsport

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8) Roberto Baggio

Pasadena è di là da venire così come il Pallone d’oro, il 10 è di Nicolino Berti, la Fiorentina è un ricordo recente e una ferita che brucia. Roberto Baggio ha 23 anni e non è ancora il Divin Codino ma al suo primo Mondiale ha già alle spalle un bagaglio bello grosso: l’avvicinamento a Italia ’90 è tutt’altro che una passeggiata, l’addio alla Viola per passare alla Juventus è un trauma sia per lui («come se avessero strappato un figlio alla madre» ammise il suo agente dell’epoca Caliendo) sia per i tifosi che prima se la prendono col presidente Pontello poi direttamente con l’ex bandiera facendogli visita a Coverciano. Nonostante ciò – e non poteva essere altrimenti vista la classe – lascia un segno decisivo sul torneo, formando con Schillaci una strana e al tempo stesso formidabile coppia d’attacco e regalando al mondo una perla che ancora oggi riecheggia nei bar e sui social. Il gol alla Cecoslovacchia – doppio scambio con Giannini all’altezza della linea mediana del campo, accelerazione ed elusione di un tackle, ingresso in area, finta su Kadlec che compie un giro su se stesso alla ricerca del pallone, interno destro in fondo al sacco – è tra i primi dieci nella classifica della storia della Coppa del Mondo.

9) Roger Milla

Aveva 38 anni, già apprezzato a Spagna 1982, fu l’eroe di un Camerun a cui inglesi e Fifa scipparono una storica semifinale. Aveva 38 anni, secondo la sua carta d’identità. Molti giurano però fosse più vecchio di Doumbia e Minala. Due doppiette (contro Romania e Colombia) e una super partita con i perfidi (e aiutatissimi) albionici fecero sognare tutta l’Africa. Il pittoresco Higuita, invece, ha ancora gli incubi pensando a lui.

10) Maradona: i fischi all’inno, le lacrime e l’insulto

Maradona che urla, nella sua lingua, figli di p…..a. Ancora adesso dovremmo vergognarci: un intero stadio, l’Olimpico di Roma, seppellisce di fischi l’inno di un paese, l’Argentina, che ha ospitato probabilmente molti dei nonni e dei bisnonni di quei fenomeni sugli spalti, sfamandoli e dando loro un lavoro. Tutto per l’antipatia feroce per quel folletto che aveva tolto la semifinale all’Italia e da anni si permetteva di vincere con Napoli e il Napoli, osando spostare al Sud (prima, sotto Roma ci era arrivato solo il Cagliari) il centro di gravità permanente dello spettacolo e dei trionfi calcistici, di solito appannaggio del Nord ricco e potente. Difficile dimenticare quell’uomo, discusso e amatissimo, che rabbioso reagisce, trattenendo le lacrime e tremando. Lui che ai falli non reagiva mai, lui, di cui avversari e compagni mai hanno parlato male, dopo averci giocato. Lui, quella notte, si lanciò andare a un insulto, per difendere il suo popolo. Tremava perché non offendevano lui, ma la sua patria. Ma non sapeva, Diego, che quelle migliaia di fischi offendevano chi li emetteva e ancor di più l’Italia. Peraltro paese ospitante. Ma ben poco ospitale.

11) Italia-Argentina

I malfidati dicono che quella sconfitta costò a Maradona e Caniggia la successiva squalifica per doping. Di sicuro fu la sconfitta più cocente dell’Italia più bella della storia, che arrivò a quel passaggio storico dopo un filotto di vittorie, con un bel numero zero alla casella gol presi (frutto di un sorteggio fortunato, guarda un po’, e di un gran gioco). Ma Vicini punta sui suoi pupilli: Vialli torna titolare, rubando il posto a Roberto Baggio, Zenga fa una papera colossale (e Vicini non ha il coraggio di mettere Tacconi per i rigori). Napoli si divide, ma non come dice la leggenda. Tra l’Italia che mai l’ha calcolata (“siete stranieri 365 giorni all’anno ma stasera vi considerano italiani, io sono uno di voi” provocò Maradona per spingere il San Paolo a tifare Argentina) e l’albiceleste di Diego, scelgono Schillaci, acclamatissimo. Ma al campanilismo italico piace ricordare un’altra storia, come a Vicini: quella di un San Paolo freddo. “A Roma sarebbe stato diverso” disse Azeglio. Sì, avrebbero incivilmente fischiato l’inno. Per fortuna ci sono le immagini, e l’audio, a ristabilire la verità. La partita verrà ricordata anche per gli otto minuti di recupero di un disorientato Vautrot nel primo tempo supplementare. Con Caniggia che con la lingua di fuori quasi lo implora di fischiare. L’abbiamo messa per ultima, nonostante fosse la semifinale, perché per noi il mondiale finì lì. Non per Totò Schillaci che nella finalina-tortura per il terzo posto segnò il gol che gli diede lo scettro di capocannoniere.