Mafia Capitale, le contraddizioni nella lettera di Salvatore Buzzi ad Ignazio Marino

di Tommaso Caldarelli | 22/05/2015

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Non sembrano mancare le contraddizioni nella lettera che Salvatore Buzzi, già presidente della Cooperativa 29 Giugno e arrestato per il caso del Mondo di Mezzo guidato da Massimo Carminati, ha inviato al sindaco di Roma Ignazio Marino che l’ha ricevuta ieri e, affermano le notizie di agenzia, l’ha immediatamente girata al procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone, titolare dell’indagine su Mafia Capitale.

Un documento scarno, di quattro pagine, in cui l’ex esponente della Lega delle Cooperative afferma di voler “provare a spiegare con umiltà le sue ragioni”, sopratutto perché nel processo a suo carico, dice “accusa e difesa non sono certo pari” visto che lui si sente già “condannato a mezzo stampa”.

MAFIA CAPITALE, LA LETTERA DI BUZZI AD IGNAZIO MARINO

“Non sono un mafioso”, dice Buzzi, “e combatterò come un leone per dimostrare la mia innocenza”.

Il testo completo della lettera è stato pubblicato dalla giornalista di Repubblica Roma, che vive sotto scorta per le minacce della mafia di Ostia, Federica Angeli

Nella lettera il detenuto in custodia cautelare presso il carcere di Nuoro sottolinea alcuni punti a suo dire nodali della sua linea di difesa; affermazioni, prese di posizione e ricostruzioni che sembrano per la verità già affrontate dai magistrati che hanno composto la corposa richiesta di provvedimento di custodia cautelare, accolta poi dal giudice romano con la monumentale ordinanza da migliaia pagine con la quale è partita ufficialmente l’operazione “Mondo di Mezzo”.

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MAFIA CAPITALE, LE CONTRADDIZIONI DI BUZZI

Se la linea di difesa di Buzzi sarà o meno intaccata dalle asserite ragioni della magistratura, saranno chiaramente i giudici a deciderlo. Quel che si può notare per ora è la netta contraddizione fra le affermazioni di Buzzi e la linea di inchiesta della procura, che è stata esposta nell’audizione del procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone e dell’aggiunto Michele Prestipino alla commissione parlamentare Antimafia presieduta da Rosi Bindi lo scorso 11 dicembre 2014. Ad esempio, Salvatore Buzzi, in un passaggio della sua lettera, illustra quelli che a suo dire erano i rapporti con la politica dell’universo della 29 Giugno.

Noi, la 29 giugno, abbiamo sempre e solo perseguito rapporti politici al fine di rafforzare la cooperazione sociale tutta. Fare lobbing, essere partecipi delle decisioni politiche non è certo un reato; la Procura nella sua ordinanza di arresto censura con aggettivi dispregiativi la semplice attività di rappresentanza di interessi legittimi e tende a far diventare reato questa legittima attività

Nella loro audizione, i magistrati spiegano e dettagliano in che cosa consistesse, secondo le loro risultanze probatorie, l’attività di lobbying della 29 giugno.

Carminati e i suoi utilizzano un sistema estremamente raffinato di penetrazione nei vari apparati, in particolare nell’apparato comunale in cui, soprattutto, Carminati fa il regista, ma i suoi uomini diventano protagonisti di una vera e propria attività di lobbying illecita particolarmente pressante, evidenziata dalle indagini attraverso le moltissime intercettazioni di comunicazioni telefoniche e conversazioni tra presenti. Tale attività di lobbying ha due finalità: da un lato, di imporre in posizioni apicali di rami dell’amministrazione o di vertici di aziende sensibili per gli interessi di quell’organizzazione personaggi che l’organizzazione ritiene a essa vicini e che lavorano nell’interesse e per realizzare le finalità dell’organizzazione.

Fino a qui, potrebbe sembrare che l’attività di lobbying criminale fosse un’esclusiva di Massimo Carminati; torneremo fra poco sul modo in cui Buzzi descrive il rapporto fra i due, ma per ora bisogna dire che anche del Buzzi sarebbe propria, secondo la procura, un’attività di lobbying ben lontana dai canoni legali.

Una vicenda, a mio avviso particolarmente allarmante, riguarda il V dipartimento del comune di Roma, diretto da un funzionario che l’organizzazione e Carminati in persona ritenevano, a torto o a ragione persona a loro molto vicina, funzionale agli interessi dell’organizzazione: nel cambio di giunta questa persona, che ovviamente è indagata, è sostituita ed è indicato come persona che doveva sostituirlo altro funzionario e immediatamente si coglie l’allarme nell’organizzazione, in particolare di Carminati e dei suoi, per la nomina di questa persona. È assolutamente indicativo quello che dice Buzzi di questa persona, al di là dell’aspetto folcloristico, perché è una frase tipicamente mafiosa, utilizzata cioè dai mafiosi siciliani, da quelli calabresi, per indicare la persona che non è affidabile. Buzzi dice di questa persona che non riceve, che non ci si può nemmeno parlare. Non poter parlare con una persona, nel linguaggio e nella comunicazione mafiosa, significa che è una persona non disponibile a mediare affari e interessi. Allora, immediatamente inizia quest’attività di lobbying per impedire che la persona designata dalla nuova giunta occupi quel determinato posto. Lì si mette in moto quel sistema di contatti e relazioni anche con personaggi e soggetti inseriti nell’assemblea capitolina.

Così il procuratore aggiunto Michele Prestipino, nelle parole pronunciate davanti all’Antimafia. Questa vicenda potrebbe dimostrare – deciderà il giudice – che l’attività di lobbying messa in campo dalla 29 giugno non fosse esattamente pulita e legale, ma che invece sia stata messa consapevolmente a disposizione degli interessi del criminale Carminati.

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Mafia Capitale: l’arresto di Massimo Carminati / AnsaPhoto

MAFIA CAPITALE: “CONOSCEVO CARMINATI, MA LUI NON CONOSCEVA ALEMANNO”

Proprio questa, in generale, risulta essere la linea di difesa di Buzzi: l’ex patron della cooperativa rossa prova ad argomentare in modo tale da riuscire ad estrarre il sistema della 29 giugno dal teorema politico-mafioso, ritenuto provato dai magistrati di Roma; i quali però, in effetti, non individuano mai in Buzzi il vertice dell’organizzazione, ma piuttosto un complice consapevole ed organico dell’associazione criminale. Dalle parole di Buzzi sembrerebbe al massimo venir fuori il tentativo di presentarsi come un complice inconsapevole degli interessi dell’ex esponente dei Nuclei Armati per la Rivoluzione.

Conosco Carminati da oltre 30 anni; l’ho rivisto casualmente nel 2012 e ha collaborato con la cooperativa diventandone anche socio, per la ricerca di opportunità imprenditoriali del tutto legali quali la ricerca di fornitori per la realizzazione delle nostre molteplici attività. (…) La giunta Alemanno sarebbe finita da lì a poco e Carminati non ebbe alcun rapporto con l’allora Sindaco che nemmeno conosceva.

Che Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma, e Carminati non si conoscessero sembra essere confermato dalle parole dello stesso sindaco di Roma, anche se è da dire che i tre (Alemanno, Carminati e Buzzi) passarono del tempo contemporaneamente nel Carcere di Rebibbia durante gli anni di piombo.

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MAFIA CAPITALE: LA 29 GIUGNO E QUEI CONTATTI CON LA ‘NDRANGHETA

Continua poi Buzzi descrivendo le attività della Cooperativa 29 Giugno, nel tentativo di distanziare le attività del consorzio da quelle della rete mafiosa di Carminati.

Non c’è mai, dico mai , un episodio di minaccia o di violenza con alcuno. Noi della “29 Giugno” conoscevamo soltanto Carminati e non conoscevamo le altre persone arrestate, riconducibili a lui e al cosiddetto “mondo di sotto” [sic, ndr], ad eccezione di alcuni imprenditori che hanno collaborato con noi del tutto legalmente. (…) E ancora e sopratutto [la cooperativa] non ha mai fatto ricorso a intimidazioni, corruzioni o ricatti mafiosi. (…) Nelle oltre 60000 pagine di carte processuali non emerge mai la commissione di atti intimidatori e violenti tipici dei metodi mafiosi.

Anche questo, come dicevamo, dovranno essere i giudici a deciderlo. Nelle carte della procura c’è però il resoconto di un episodio abbastanza significativo che sembra illustrare i legami della 29 giugno con la mafia quella più tradizionale, del sud Italia, e per la precisione con la ‘Ndrangheta.

È una vicenda davvero interessante. Parte nel 2008 con l’accreditamento da parte di Buzzi, con la regia esplicita, riconoscibile, riconosciuta ed evidenziata dalle intercettazioni di Carminati, di due persone, formalmente soltanto dipendenti della famosa cooperativa di Buzzi «29 giugno», presso la famiglia Mancuso di Limbadi, un pezzo molto importante della ’ndrangheta vibonese, attraverso il canale giusto, quello dei Piromalli di Gioia Tauro. (…) Queste due persone ottengono questa sorta di riconoscimento presso i Mancuso. Si costituisce un ente che in territorio calabrese, sul territorio dei Mancuso, gestisce un’attività presso un centro collegato al CPT (centro di permanenza temporanea) di Crotone, centro importante perché gestisce l’accoglienza di 240 immigrati per il valore 1.300.000 euro. Per cinque anni, quest’ente gestisce questo centro di appoggio al CPT di Crotone e, come dice Buzzi in un’intercettazione, «Siamo stati là cinque anni e non ci ha toccato nessuno». Nel 2013, ovviamente c’è la contropartita, lo scambio dell’utilità: questa volta, sono i Mancuso che mandano un imprenditore molto vicino, organico alla famiglia in territorio romano, lo affidano alle cure di Carminati e di Buzzi. Questo signore ottiene in subappalto dei lavori sul territorio di Roma da Buzzi, ovviamente alcuni lavori che riguardano le pulizie nel mercato dell’Esquilino

Così ancora Prestipino. Un episodio, ancora, che dimostrerebbe come il sistema 29 Giugno collaborasse attivamente con Carminati per le sue mire criminali e nei suoi legami con le altre criminalità d’Italia, ma come quantomeno Buzzi non potesse non essere consapevole di ciò che significasse associarsi con Carminati. Saranno comunque i giudici a stabilire la reale consistenza delle responsabilità a carico dell’ex-gigante della cooperazione sociale romana.