Impianti cerebrali: la verità scientifica e le bufale animaliste

di Valentina Spotti | 22/05/2015

Un uomo con una lesione spinale, completamente paralizzato, è riuscito a muovere un braccio robotico grazie a un chip impiantato direttamente nel suo cervello. È il traguardo raggiunto dagli scienziati del Caltech, il California Institute of Technology di Pasadena, dove un team di esperti conduce da anni studi sul funzionamento della corteccia cerebrale, cercando una soluzione per permettere a persone che hanno subito gravi danni neurologici di recuperare il più possibile un certo grado di indipendenza motoria.

Photocredit: YouTube
Photocredit: YouTube

DUE SENSORI CONTROLLANO I NEURONI –

I risultati della sperimentazione, pubblicati su Science e riportati – tra gli altri – anche dalla BBC – riguardano un uomo di nome Erik Sorto, rimasto paralizzato dal collo in giù dopo essere stato colpito da un proiettile quando aveva 21 anni. Due piccoli sensori impiantati nel cervello di Erik sono un grado di monitorare l’attività di un centinaio di neuroni: gli scienziati hanno posizionato questi due chip nella corteccia parietale posteriore, l’area del cervello che “lancia” gli stimoli motori, e che manda il segnale alle altre aree del cervello deputate al movimento dei singoli muscoli. In questo modo, Erik è stato in grado di muovere – potremmo dire “con la forza del pensiero”, anche se ovviamente si tratta di un’espressione impropria – un braccio robotico posto davanti a lui, riuscendo così a bere da una bottiglietta e a stringere la mano a uno degli studenti presenti in laboratorio. «La prima volta che ha provato a muovere il braccio robotico è stato per stringere la mano a uno degli studenti – ha detto il professor Richard Andersen del Caltech – È stata una cosa molto eccitante, per lui». Erik non è l’unico paziente che sta sperimentando questa tecnica pionieristica: come lui, ad esempio, c’è Cathy Hutchinson che attraverso lo stesso tipo di impianto è riuscita a versarsi da bere per la prima volta in quindici anni dopo essere stata colpita da un ictus.

Guarda il video:

MA, QUEL VIDEO… –

La notizia del traguardo raggiunto alla Caltech ha fatto il giro della comunità scientifica, dove quello degli impianti cerebrali è un tema di grande interesse e particolarmente dibattuto. Per questo non ci è voluto molto prima che qualcuno, osservando le immagini e i video dei pazienti del Caltech, non ricordasse un video diffuso qualche mese fa dal gruppo animalista Animal Amnesty: un cortometraggio girato dal filmaker Piercarlo Paderno, attivista del gruppo, che raccontava la sperimentazione degli impianti cerebrali  – e in generale la sperimentazione animale, prendendo a esempio i quindici macachi dell’Università di Modena e Reggio Emilia che lo scorso anno finirono su tutti i giornali per via dell’appello diffuso dal deputato del Movimento 5 Stelle Paolo Bernini che ne chiedeva la liberazione – trasponendola su cavie umane.

Un fotogramma del cortometraggio di Animal Amnesty, visibile qui - http://bit.ly/1LrV5hO
Un fotogramma del cortometraggio di Animal Amnesty, visibile qui – http://bit.ly/1LrV5hO

 

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I VERI ESPERIMENTI –

Oggi qualcuno fa notare come quel cortometraggio – volutamente forte – non corrisponda alla realtà, sopratutto a quella della ricerca e sperimentazione sugli impianti cerebrali e intracranici. Sulla pagina Facebook A Favore della Sperimentazione Animale il dibattito è piuttosto acceso:

Mentre gli animalari girano pittoreschi video con finti esperimenti di impianto cerebrale su umani per farla sembrare una pratica mostruosa, si stanno già facendo i VERI esperimenti con impianti cerebrali su umani. Ma quelli non gli conviene farli vedere, visto che senza il sapiente uso del trucco sanguinolento, della musica angosciante e delle riprese a grandangolo, mostrano soltanto umani paralizzati o ciechi o sordi che grazie a questa tecnologia possono combattere la propria disabilità.

 

Facebook/A Favore della Sperimentazione Animale
Facebook/A Favore della Sperimentazione Animale

 

(Photocredit copertina: YouTube/Wall Street Journal)