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Calcioscommesse, dalle torture alle armi: le storie shock dall’indagine

Dall’inchiesta della Procura di Catanzaro sulle partite di calcio truccate in Lega Pro e Lega Dilettanti emergono anche storie di torture e di armi, e di uomini di sport, dirigenti, allenatori e calciatori, che parlano e si comportano come fossero criminali. Su Repubblica alcuni particolari sconcertanti vengono ricostruiti in un articolo di Fabio Tonacci e Francesco Viviano. Si racconta ad esempio di un sequestro di persona, quello compiuto da un socio occulto della Pro Patria, Massimiliano Carluccio. Al telefono con il direttore generale della squadra di Lega Pro, Carluccio racconta di aver bloccato Edmond Nerjaku, un albanese che avrebbe finanziato la combine di quattro partite, e un suo socio, di averli trasportato (insieme ad altre persone) in campagna e di averli minacciato fino a farli piangere «bambini di dieci anni»:

C’è anche un secondo sequestrato, su cui Carluccio ragguaglia Ulizio: «Il socio suo l’ho fatto sedere subito, non è che respira, si caca addosso proprio… ». Ai due ostaggi vengono presi e spenti i telefonini. Un’ora dopo, il dg del Pro Patria richiama i suoi sodali e chiede aggiornamenti sulle sevizie. «Stanno ancora qui — risponde Carluccio — se vedi come si sono messi a piangere tutti e due non ci credi!… sembravano due bambini di dieci anni».

 

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Ma sono impressionanti anche le parole di Fabio Di Lauro, un ex calciatore che fa parte del gruppo di Mauro Ulizio, direttore della Pro Patria. Ad un amico Di Lauro racconta di aver visto un vero e proprio arsenale nel bagagliaio delle auto di alcuni serbi che partecipavano all’affare delle puntate su partite truccate e che non avevano preso bene una fallita combine sull’incontro Albinoleffe-Pro Patria del 25 gennaio scorso:

«Tu non sai in macchina cosa avevano», racconta Di Lauro a un amico. «Avevano delle cose lunghe… e cose corte… erano con due macchine, in otto. Sono zingari Marcè! Volevano parlare con Ulizio, hanno una base là a Milano, sono grossi». Dentro il bagagliaio dell’auto — sospettano gli investigatori — c’era un arsenale di fucili e pistole.

Una vicenda che genera anche forti minacce. Per riavere indietro il denaro perso con il fallimento della combine gli scommettitori arrivano a minacciare Andrea Ulizio, giocatore della Pro Patria, figlio del direttore generale Mauro. Il dirigente non la prende bene. Raccontano ancora Tonacci e Viviano su Repubblica:

«Se sento di nuovo nominare mio figlio — sbotta il dirigente con Di Lauro, il 3 aprile scorso — vengo lì… sparo in bocca a tutti, a te, a Dennis, ai serbi, a tutti quelli che cazzo si permettono a mettersi in bocca il nome di mio figlio. Non sto scherzando. Stanno venendo a casa mia a rompere il cazzo a me?».

 

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E c’è anche la mafia a partecipare all’affare. Pietro Iannazzo, componente della ‘ndrina di Sambiase e dirigente del Neapolis, affermava: «Per vincere i campionati non servono i giocatori bravi». meglio attivarsi con i corrotti e lavorare con le combine. Un pensiero condiviso. Ercole Di Nicola, direttore sportivo a L’Aquila, uno dei registi degli illeciti, all’avvocato Enzo Nucifora, ex direttore sportivo della Torres, spiegava la necessità di dover «ramificare» l’organizzazione. Più sarebbe stata vasta, più giocatori si sarebbero potuti comprare.

(Foto di copertina: Ansa / Franco Silvi)