Cannes 2015: Youth, Paolo Sorrentino dopo l’Oscar torna alla grande – RECENSIONE

di Boris Sollazzo | 20/05/2015

YOUTH DI PAOLO SORRENTINO AL FESTIVAL DI CANNES 2015 – RECENSIONE

“Le emozioni sono sopravvalutate”. Così sentenzia Michael Caine – uno che ha l’aforisma giusto per ogni momento della vita – in Youth. Sembra quasi sia Paolo Sorrentino a parlare. La frase arriva dopo una serie di quadri ben riusciti ma che appaiono slegati, in un film ambientato in Svizzera, in un hotel per artisti di ogni genere – musica, cinema, calcio, alpinismo – dove nella prima parte la narrazione orizzontale ti fa scoprire i singoli facendoti perdere l’insieme del racconto, che sembra costantemente sfuggirti a favore del loro fascino. Ma è una finzione: quelle parole, come l’impostazione narrativa. Quando sembri perderti nelle vite degli altri, apprezzando quei piccoli racconti brevi, ecco arrivare le emozioni, dolci e potenti, così come un’unità emotiva e magica che fa sembrare tutto, e soprattutto tutti, al loro posto. Youth è il racconto di legami eterni: un’amicizia tra un regista e un compositore (Caine e Keitel), un matrimonio mai sconfitto dalle avversità, un legame difficile tra padre e figlia, l’amore irriducibile per l’arte e dell’artista per la sua attrice feticcio come per la sua soprano, unica e sola, o semplicemente per una sfera. Accontentatevi di questa trama, perché violare Youth svelandone anche i dettagli, è un delitto.

Youth Manifesto
Il manifesto di Youth di Paolo Sorrentino

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La settima opera di Paolo Sorrentino è in realtà un nuovo esordio. Si ha come l’impressione che il cineasta, dopo l’Oscar, metta un punto. Persino rivendicando, per bocca di una soave e feroce Jane Fonda, la sua scelta di percorrere il linguaggio televisivo in futuro, con Young Pope. In Youth c’è la potenza de L’uomo in più, l’urgenza di raccontare e raccontarsi, la voglia di inquadrare un piccolo mondo fatto di eccezionalità e renderlo universale attraverso un linguaggio cinematografico unico, che sembra dire allo spettatore “solo te ed io possiamo capirlo”. Una finzione meravigliosa, che si realizza quando il sogno del cinema viene condiviso da un artista e chi guarda.
C’è tutto ciò che è importante per Paolo Sorrentino, qui: l’attore camaleontico e consapevole, la musica, il calcio (il suo Diego Armando Maradona, a uno sguardo superficiale, sembrerà caricaturale: ma la scena della piscina e lo sguardo struggente alla pallina da tennis, dicono tutto della grandezza di entrambi), l’amore che solo lui sa rendere così cinicamente romantico. E c’è come una freschezza rinnovata, frutto del ritorno alla scrittura solitaria come alla voglia di stupirsi, anche con ingenuità e purezza a volte. Non ha paura, come ne L’uomo in più, del melodramma. Non lo confina più in un episodio, in un personaggio del suo film, ma lo estende a tutti: c’è grande cinema in quelle scene madri, in quei monologhi, in quei dialoghi che vogliono essere totali e totalizzanti. Ed è straordinario inserirli in un film che è fondato sull’importanza del desiderio in quanto tale – non importa se realizzato, e come – e sull’incomprensione di sé e degli altri, sull’inevitabile imperfezione di ognuno di noi, sull’incompletezza atroce e beffarda delle nostre vite, in cui ci sentiamo sempre protagonisti e, in realtà, siamo solo sfocate comparse sullo sfondo. Meravigliose ma inutili, come i nostri sforzi (lo dice sempre Caine).

YouthPaulDanoHarveyKeitelMichaelCaine
Paul Dano, Harvey Keitel, Michael Caine in una scena di Youth

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Non manca nulla, insomma, di ciò che amiamo di Sorrentino. L’ironia sferzante di chi sa che “la leggerezza è una tentazione irresistibile, ma anche una perversione” o quel Karl Marx tatuato sulla schiena del Pibe (che in realtà ha un Che Guevara sul braccio), trattato con affettuosa iconoclastia. La ruvida dolcezza delle fragilità di Rachel Weisz, della presunzione disincantata di uno straordinario Paul Dano, della cialtroneria arguta di Harvey Keitel. Proprio quest’ultimo si produce in una scena gemella di quella in cui la Buy dice in Mia Madre di Moretti “il regista è solo uno stronzo a cui fate fare quello che volete”: in Youth l’attore destruttura la figura del cineasta, ridimensionandola di fronte ai suoi giovani sceneggiatori-adepti. Una corrispondenza di cinematografici sensi stupefacente.
Ma c’è anche quella potenza bambina, quella voglia di esplorare la diversità altrui, quella forza propria del grande cinema che non ha paura di serrare la gola a chi guarda con sequenze che, in mano ad altri, perirebbero meste nella non credibilità o, peggio, nel grottesco. Youth è un film maturo – almeno fino ai venti minuti finali in cui, incomprensibilmente, Sorrentino vuole chiudere tutte le piste narrative, dopo aver fatto un inno all’incompiutezza – e allo stesso momento terribilmente giovane. Rovescia gli stereotipi dell’anagrafe e dell’apparenza, consegna a ogni personaggio un ruolo che raramente dimenticherà (e speriamo che l’Academy ricordi questa coppia meravigliosa in una prova di recitazione di rara bellezza). Consegna infine allo spettatore un racconto in cui anch’egli è ospite di quell’hotel, seduto nella sala da pranzo, lontano ma non troppo. Non ha l’egoismo di tenere il film a sé, ma la generosità scorsesiana (o dell’Inarritu di Birdman) di non lasciare nessuno indietro, di mettere a fuoco quelle comparse che alla fine sono tutte centrali nel suo racconto. Persino quella carta di una caramella Rossana o quelle mucche dirette di nascosto, unico suo appiglio con quella musica “che invece è tutto, non serve altro”. E in quel momento forse Sorrentino ci parla di una inadeguatezza personale, che invece lo avvicina alla perfezione.

Youth Rachel Weisz
Rachel Weisz, in Youth figlia e assistente di Fred Ballinger, il grande compositore interpretato da Michael Caine

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YOUTH, LA REAZIONE A CANNES –

Da parte della stampa molti applausi – divenuti ancora più forti al momento della dedica a Francesco Rosi – e qualche boato di disappunto, forse figlio dell’ultima parte ridondante, unico errore di un’opera altrimenti eccellente. Come sempre Paolo Sorrentino è destinato a dividere: nessuno, al mondo, parla la sua lingua. Come Diego Armando Maradona con quel piede sinistro – “lo sanno tutti che lei è sinistro” esclama Paul Dano in un momento memorabile del film -, il cineasta partenopeo vede un’autostrada dove altri non scorgono neanche un sentiero. L’immagine e il racconto, con lui, vanno nella parte che ti sembra più ovvia, ma solo dopo averlo visto. Fino a un momento prima – si pensi ad esempio alla scena che vede per l’ultima volta insieme Keitel e Caine – non puoi neanche lontanamente prevederla. E quello che altri chiamano virtuosismo, o che in Diego veniva raccontato come funambolismo, è nient’altro che cinema, grande cinema. E in quanto tale unico e irripetibile. Come un gol o un assist di quel numero 10, appunto. Ben vengano anche i fischi, dunque. Ma la verità è che mentre scriviamo, in sala stampa, tutti ne parlano con una passione e una profondità, di Youth, che non abbiamo visto e sentito per nessun altro film quest’anno. Il pubblico, nella proiezione serale, ha risposto senza mezzi termini: 17 minuti di applausi.