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Cannes 2015, Il critico in condizioni critiche (in risposta a Mariarosa Mancuso)

Cara Mariarosa ti scrivo, così mi distraggo un po’. E sorrido, nonostante il mio umore cupo.

Sono alieno, è vero, e vengo da una galassia lontana lontana. Mi sembrate tutti strani sul pianeta Cannes, ma non riesco a non solidarizzare con questi giovani emaciati che vengono qui come fossero attratti da un monolito nero e che affrontano file chilometriche per vedere un pessimo Van Sant, un’irritante Valerie Donzelli, un Trier (non Von né Lars) soporifero. Soffrono, mangiano poco, dormono meno. Cercano di andare a tutte le feste. E non perché sono alla ricerca di divertimento sfrenato, ma perché entrare in uno di questi party esclusivi può fare la differenza. Non conta la musica che passa il dj, né la grandezza della pista da ballo, ma solo la presenza di stuzzichini freddi o dei minihamburger, vero e proprio Sacro Graal, di cui si favoleggia e si sente parlare, senza in realtà averli mai visti. Non è mondanità, è fame.

L'alieno a Cannes 2015
Un esempio di dress code cannense

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E io questo plotone di entusiasti autolesionisti lo vedo un po’ maltrattato da una delle mie critiche preferite, che leggo avidamente per la sua lucidità, per la sua ironia tagliente, per la capacità di non tuffarsi nelle convenzioni dei suoi colleghi.
E allora, pur essendomi divertito a leggerla anche questa volta, ci tengo a far capire a Mariarosa Mancuso, cosa vuol dire essere giovanicriticiprecarisempreincazzatimalvestiti. E’ vero, quasi tutti hanno felpe e magliette ricevute come gadget a qualche anteprima. Spesso, non le portano per civetteria, ma per necessità. Con quello che danno loro per un pezzo le testate che li sfruttano, è un miracolo che si siano riusciti a comprare i pantaloni. “Perlopiù blogger” dici, MRM? Conta che se il blog è loro, i più fortunati avranno un paio di banner che frutteranno loro 500 euro al mese. Se scrivono per un sito specializzato arriveranno, nel caso dei più grandi, a 30 euro, ma è più facile che i prezzi siano 2,3,5, 10 euro (con qualche centesimo in più per ogni condivisione). In entrambi i casi, qui in Costa Azzurra, non ci si pagano neanche la colazione, a meno che non abbiano scoperto la collocazione della mensa del Palais, di cui si narra come di Atlantide: un paradiso perduto. Alcuni, che l’hanno trovata, non sono mai più tornati. Forse per colpa della purea di patate e finocchi.

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Parli di scarpe grosse. Di solito denunciano cervello fino: questi appassionati macinano chilometri ogni giorno, che neanche Alex Schwazer ai tempi in cui in frigo teneva il doping e non il formaggio trentino: abitano fuori Cannes, vedono almeno cinque film al giorno, divisi tra programma principale, Quinzaine (a un chilometro dal Palais) e Semaine (a quasi due). Alla fine di questa maratona, senza quelle calzature sformate, dovrebbero farsi amputare i piedi, come in un film punitivo nipponico.
Un tocco di genio, lo ammetto, cara Mancuso, è “la sciarpetta alla Roberto Saviano, con pallore adeguato a chi ha una missione da compiere, mica andiamo al cine per divertimento”. Con il vento che tira qui al festival, quel pezzo di stoffa li salva da raffreddori dannosi in proiezione, che il nostro tossire fa male al re, al ricco, al cardinale e pure ai baroni del giornalismo cinematografico. Il pallore è solo anemia, Mariarosa. L’ultimo pasto che hanno fatto risale all’altroieri. E non ti annoierò, maestra, perché avrai capito che anche tutti gli altri accessori gentilmente donati dal marketing di una major e ora usati sulla Croisette hanno la stessa motivazione: la sopravvivenza.
Ammiro, mio faro, anche voi della vecchia guardia che ancora conservate il catalogo del “Nuovo Cinema Pesaro 1978” (grande annata quella, ma ti consiglio anche il novello di quest’anno: c’è un Pedro Armocida direttore e sommelier che, pur se giovane, farà un ottimo lavoro). A questi ragazzotti malvestiti piacerebbe conservare quei tomi pesantissimi e mal formattati: ma in 35 mq in affitto, di solito, non riesci a far entrare neanche tutta la saga in dvd di Guerre Stellari. Se vuoi conservare dei libri devi impilarli in mezzo al salonecucinacameradaletto dando loro la forma di tavolo da pranzo. 

Guardare tutti i titoli di coda, poi, sarebbe da dilettanti o sfaticati? So che forse non ti è mai capitato, ma molti di quelli che chiami così non hanno il mitico casier, dove tutto il materiale stampa viene messo in una cassetta tipo fermoposta, e ti senti tanto pornofilo quando la apri. Quei ragazzi rimangono per passione e per controllare i pezzi della colonna sonora, i nomi dei comprimari, le location: tutte notizie che, sul mitico Imdb, soprattutto per le opere meno importanti, non trovi.

Definisci, poi, “logorroica la vecchia guardia, afasica la nuova”, notando che quest’ultima è molto meno presentabile e brillante nei salotti dell’insopportabile critica teatrale di Birdman. I primi parlano perché hanno il tempo di farlo – alloggiano a pochi metri dal Palais, si scelgono i film da vedere, a volte sono già in pensione e sono qui per diletto ben pagato -, i secondi perché su “la vecchia guida Michelin dei ristoranti in cui mangiare ai festival” o “in che albergo stai?” non hanno molto da dire. Mangiano una crepe al Suquet, senza bere perché costa troppo, dopo che al Rendez vous, attratti da un menu ricco a 26 euro, poi hanno pagato 70 euro perché era tutto così salato che hanno dovuto prendere dell’alcool per dissetarsi. La guida Michelin, al massimo, la contattano per sapere se vogliono anche recensioni di film sui cuochi. E gli alberghi, per loro, sono come Shangri-La, quel luogo immaginario e immaginato da Hilton, che peraltro è un brand di hotel che non si potranno mai permettere. Al massimo, loro, di Hilton hanno visto Paris. Su youporn. O più probabilmente nell’ultimo film di Sofia Coppola.

Non si dica, però, che siamo in disaccordo su tutto. Perché l’alieno, ti assicuro, è uno dei tuoi più assidui lettori. E sulla ghettizzazione delle critiche femmine, delegate al costume, alla moda, al gossip, siamo con te. A volte però i tacchi alti li mettono per non essere cacciate (chiedi a Emily Blunt e Benicio Del Toro, Mariarosa). Lo sai meglio di me che qui a Cannes ci sono nazisti vestiti di grigio che lavorano per questa kermesse disorganizzatissimo. E sono implacabili, a partire dal famigerato dress code.

Fila fuori dalla sala Bunuel a Cannes
Una delle file ai film di Cannes. Una delle più corte

“Non c’è posto migliore in cui potrei stare”. Questa dovrebbe essere la risposta al “Come va?” qui sulla Croisette. Forse hai ragione: nella mia vita su questa terra, dopo esservi atterrato dal mio rimpianto pianeta, ho lavorato in un cantiere, in un ristorante, ho montato palchi e raccolto frutta. Non siamo minatori, né operai del tessile in nero. Ma vorrei fare un gioco con te, mio riferimento di scrittura (giuro, come i tuoi aneddoti tutte queste definizioni sul tuo lavoro sono sincere e sentite).
Per mischiarmi con gli umani, ho deciso di vivere quest’esperienza con alcuni di questi critici giovani. Risultato? Duemila euro, più 200 di caparra, più 50 per le pulizie finali. Ed esultavano. Per 11 giorni a Cannes. Mi hanno coinvolto dicendomi che era un prezzo di saldo. Sarà, io ci pago due mesi e mezzo di affitto. Mi aspettavo una reggia, ho trovato una gradevole stanza soppalacata, con sette persone dentro (dormo in un divano letto con un giovane regista accanto e due metri e mezzo sopra di me c’è una giovane sceneggiatrice) e 45 metri quadri abitabili. Un solo bagno. Per farsi una doccia tutti, i turni iniziano alle 6.45. Una soluzione comune ad almeno 3000 persone, qui. In media percorrono, poi, per arrivare al Gran Teatro Lumière, almeno un chilometro.

Ora, Mariarosa, immagina. Tu, Paolo Mereghetti, Gianni Canova, Roberto Escobar, Gian Luigi Rondi, Anselma Dall’Olio e Valerio Caprara in meno di 50 mq. A mangiare crackers, insaccati di dubbia provenienza, pasta scotta dalle maledette piastre elettriche. A fare i turni al bagno con loro. E poi una bella camminata mattutina, magari ripetuta quattro o cinque volte al giorno. Senza nessun rimborso, pensando a quale proposta i caporedattori romani e milanesi rifiuteranno (a volte hai l’impressione che se pure scrivessi nella mail “Spielberg mi ha appena confidato che rifarà Quarto Potere, è tutto registrato”, loro ignorerebbero comunque la tua missiva), subendo scippi, furti con destrezza e incursioni illegali persino nelle case che hanno affittato, perché questa, lo sai, è una banlieue con le paillettes (assicuriamo che tutto quello che qui raccontiamo è successo o sta succedendo). Ah, dimenticavo: di solito questi tapini hanno accrediti infami, come il blu e il giallo: non arrivano ed entrano a dieci minuti dalla proiezione, fanno la muffa fuori dalla Bazin e dalla Debussy per almeno 90 minuti più recupero. Non faresti il conto alla rovescia anche tu? Non vorresti tornare a casa dopo soli tre giorni così? E sai, quando scesi dall’aereo chiamano per dire “butta la pasta” è perché precipitare nell’inedia, ormai, è questione di minuti.

E ti confesserò una cosa. Questi ragazzi che fanno, alla fine della giornata? Per ristorare l’anima e il cervello – il corpo ormai è andato -, si prendono un momento di pausa e leggono Nuovo Cinema Mancuso (anche questo è rigorosamente vero). Sognando un giorno di scrivere così. Divertendosi e godendo di quella prosa che è geniale anche quando ti fa arrabbiare. Perché scorrendo quelle righe ci si sente meno soli, lontani da generazioni che li hanno dimenticati senza averli mai conosciuti. Perché la penna, la critica, il cinema non hanno età.

E guarda, Mariarosa, che mi permetto di darti del tu perché sono vecchio. Ho quasi tutti i capelli bianchi, i miei Cannes sono diventati a due cifre e comincio a irritarmi per gli status su Facebook e Twitter di quei ragazzi che già non capisco più. A volte, con i miei colleghi, li prendo anche un po’ in giro. Perché il critico ama Lego Movie, ma dovrebbe essere il protagonista di Ego Movie. Siamo una razza tremenda, facciamo un lavoro che tutti credono di poter fare, persino coloro che usano “Tropicana” come suoneria del cellulare. Siamo come gli arbitri di calcio, con la differenza che su internet “critico cornuto” è l’offesa più dolce che puoi trovare. E allora, a te e ai tuoi colleghi, consiglio un’iniziativa umanitaria. “Adotta un critico gggiovane”, al posto del bambino africano. Anche a distanza. Dite ai vostri capi di rispondere alle mail, che so, oppure lasciate un pain au chocolat sospeso nei bar di Cannes. Lo dico per loro, io presto tornerò sul mio pianeta. Perché, davvero, qui mi sembrate tutti pazzi. Oppure il matto sono io.