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Ecco perché l’identikit funziona anche se non è perfettamente uguale all’originale

In molti, all’arresto di Simone Borgese, si sono chiesti come abbia fatto il tassista a riconoscerlo da un identikit effettivamente poco “similare” all’originale. Ce lo spiega oggi il Messaggero in un’intervista al Dottor Giampaolo Zambonini, direttore della IV divisione del Servizio di Polizia scientifica, condotta da Cristiana Mangan.

NON E’ UNA FOTO – Cosa è un identikit e a cosa serve per le indagini?

«È stato un indizio importante ed è stato utile sin dal primo momento.[…] Alcuni testimoni, infatti, vedendo l’identikit l’hanno associato a una persona che avevano effettivamente accompagnato con il loro taxi, per cui lo scopo a cui serviva l’ha raggiunto». […] «Sono tanti i fattori che servono alla realizzazione dell’opera: l’abilità dell’esecutore, i ricordi, la capacità del testimone di riportare la realtà. Se ci aspettiamo la coincidenza perfetta di due foto, quella non ce l’avremo mai».

Ma come si fa un identikit?

«C’è un esperto, il poliziotto, che ha una preparazione specifica sia dal punto di vista informatico, sia dal punto di vista della classificazione del volto. E c’è il testimone oculare[…] c’è una forte componente soggettiva e psicologica nel cercare di capire come era veramente l’aspetto dell’aggressore, se aveva un tatuaggio, un neo. Particolari che, non bisogna dimenticarlo, vengono raccontati da una persona che ha subito un trauma […] Noi ci basiamo su uno studio fatto dall’antropologo Salvatore Ottolenghi, in cui tutte le parti del volto umano sono state classificate: tutte le tipologie di naso, di fronte, di bocca, di capelli. Il risultato finale è un mix di conoscenza della materia e di bravura della persona, perché, non va dimenticato, c’è bisogno anche dell’arte nel disegno».