Italicum: il perché del voto di fiducia tutto il caos intorno alla legge elettorale

di Marco Esposito | 30/04/2015

Matteo Renzi

Italicum si, Italicum no. L’Italia, della politica e dei media si divide. L’Italia, intesa come paese reale, non ha chiarissimo di cosa si stia parlando.

Del funzionamento dell’Italicum abbiamo parlato tanto; e abbiamo anche raccontato come è cambiato tra la versione votata alla Camera, e quella “rivista e corretta”, licenziata dal Senato.

Ora proviamo a raccontarvi che tipo di partita politica si sta giocando intorno alla legge elettorale, e perché lo scontro nel Pd è così aspro.

ITALICUM: SARÀ APPROVATO?

Iniziamo da un punto fermo. Lunedì è l’ultimo giorno di votazione sulla legge elettorale. Ed a meno di incredibili sorprese, l’Italicum sarà approvato dalla Camera dei Deputati, diventano legge dello stato. Ci sarà un voto di fiducia, voluto dal governo, e un voto finale sul provvedimento. Alcuni deputati Dem, oltre che le opposizioni, non voteranno la fiducia. Ne conosciamo i nomi, sono tra quelli più rappresentativi della “passata stagione” democratica: Pier Luigi Bersani, ex segretario, Enrico Letta, ex presidente del Consiglio, Roberto Speranza, capogruppo Dem fino a pochi giorni fa. Tra i democratici dovrebbero essere circa una quartina coloro che non voteranno la fiducia. Altri dicono una cinquantina. Sul voto finale, a scrutinio segreto, si giocherà una diversa partita, ma che non dovrebbe sovvertire l’esito previsto per il voto.

ITALICUM: PERCHÈ RENZI HA POSTO LA QUESTIONE DI FIDUCIA?

Matteo Renzi ha deciso di mettere la questione di fiducia per un motivo specifico. Anzi, per un emendamento specifico, quello sull’apparentamento. L’attuale versione dell’Italicum non lo prevede. In molti, invece lo vorrebbero. I piccoli partiti. Chi magari ambisce a fare un partito – piccolo – a sinistra del PD. Cespugli vari.

Insomma, senza la fiducia, e con il voto segreto, l’emendamento che prevede la possibilità di apparentamento, cioè di unirsi con chi va al ballottaggio finale, sarebbe passato. Tanto che in Transatlantico “si narra” che Renzi avrebbe detto ad alcuni “ambasciatori”, che gli consigliavano di non mettere la questione di fiducia sulla legge elettorale di, «trovare dei numeri sicuri alla Camera anche sull’emendamento dell’apparentamento, e io non metto la fiducia». Ricordiamo che anche cambiare un solo articolo della legge elettorale, significa tornare al Senato.

PERCHÈ RENZI VUOLE APPROVARE SUBITO L’ITALICUM?

Perché ci sono le elezioni regionali e vuole presentarsi agli elettori con un risultato concreto sulla strada delle riforme. Anche se in realtà, agli italiani, come abbiamo detto, della legge elettorale interessa poco o nulla. In realtà Renzi vuole evitare ad ogni costo di tornare al Senato. Perché? Perché i numeri della sua particolarissima maggioranza a Palazzo Madama sono molto più risicati. E, con l’opposizione della minoranza interna, e senza la sponda di Forza Italia, l’Italicum non passerebbe mai. Nel senso che Renzi sarebbe sostanzialmente nelle mani della minoranza interna, con la quale sarebbe poi costretto a “trattare” ogni singola modifica. Una situazione nella quale – eufemisticamente – il Premier non amerebbe trovarsi. Insomma, secondo il premier tornare al Senato vuol dire addio alla “sua” legge elettorale prima di tutto, e forse ad una nuova legge elettorale in senso assoluto.

MA QUANDO ENTRA IN VIGORE QUESTA BENEDETTA LEGGE ELETTORALE?

L’Italicum entra in vigore il 1 luglio 2016. Al suo interno c’è appunto una cosiddetta “clausola di Salvaguardia”, che rende inutilizzabile la legge elettorale fino a quella data. Anche perché, se si andasse ad elezioni anticipate tra un mese, il Senato sarebbe ancora elettivo. In teoria, quindi, l’Italicum entra in vigore tra oltre un anno per permettere l’approvazione anche della riforma costituzionale.

In ambienti politici, meno rigorosi di quelli costituzionali, è molto in voga una teoria, in realtà un po’ facilona, per la quale non sarebbe poi difficile far entrare in vigore subito la nuova legge elettorale. Tanto che quando ho ricordato l’esistenza della clausola ad un deputato della maggioranza renziana, mi si è risposto con una bella risata fragorosa.

La realtà, invece, è che Matteo Renzi ora non ha ancora una pistola carica sul tavolo da gioco. Casomai, è carica a metà.

MA LA MINORANZA DEM FARÀ GRUPPI PARLAMENTARI AUTONOMI?

Che conseguenza politica avrà lo strappo con la minoranza ? Questa è la domanda che in molti si pongono in questi giorni? Dopo l’ennesima sconfitta, quale sarà la reazione della minoranza Dem? Alcuni, tra i quali per esempio Pippo Civati, non disdegnerebbero la nascita di nuovi gruppi parlamentari, autonomi dal Pd Renziano. Gruppo che, al Senato, potrebbe veramente giocare un ruolo chiave nell’approvazione di ogni provvedimento del Governo.

Certo, sarebbe una mossa che porterebbe con sé alcuni problemi. Il primo è che le minoranza democratiche non sono affatto coese, tanto che l’eventuale nuovo gruppo non sarebbe altro che una sommatoria di anime diversa, unite dall’antirenzismo. Insomma, non l’embrione di un progetto politico nuovo, ma la coda velenosa dell’ultimo congresso. Ma non è solo questo il problema legato alla nascita di nuovi gruppi parlamentari. I più saggi fanno notare come, in realtà, ogni pezzi di partito che lascia il Pd in questo momento, sarà un “reggimento” in meno pronto a combattere la partita del prossimo congresso. La partita della vita per la sinistra Dem. Una partita complicata, ma che se ha una speranza di vittoria è legata proprio al fatto che nessuno abbandoni la “ditta”. Senza contare che, in molti, anche culturalmente, non hanno nessuna intenzione di “abbandonare la Ditta”.

NON SE NE VA NESSUNO?

In realtà qualcuno questa volta potrebbe uscire dal Pd. Probabilmente chi si sente più vicino ad una sensibilità di “sinistra” classica, magari coalizzandosi con SeL e dialogando con chi aderirà al progetto di Maurizio Landini.

LA VENDETTA SULLA BUONA SCUOLA?

C’è anche chi disegna un altro scenario per il post-Italicum. Piuttosto che far nascere dei nuovi gruppi parlamentari, la sinistra Dem potrebbe pensare di fare uno sgambetto al governo a Palazzo Madama. Senza ufficializzare alcun gruppo parlamentare autonomo, ma piuttosto colpendo il premier in uno dei provvedimenti che ha più a cuore: la scuola, per esemio. Un provvedimento sul quale Renzi ha molto puntato, sul quale c’è stato un lungo lavoro, ma che ha diviso il mondo della scuola, e che è molto osteggiato anche dai sindacati. Insomma, la forzatura di Renzi avrà delle conseguenze, promettono in molti.

 

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