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Chernobyl, 29 anni dopo

Nella notte tra il 25 e il 26 aprile 1986, il reattore numero 4 della centrale nucleare V.I. Lenin, in Ucraina, esplodeva in seguito a un test “di sicurezza” non andato a buon fine. Dal reattore si sprigionarono fiamme altissime, insieme a una nube di materiale radioattivo che si disperse su un’area di vastissime dimensioni intorno alla centrale. A tre chilometri dalla centrale sorgeva la città di Prypjat, mentre Chernobyl si trovava a 18 chilometri: considerati veri e propri “insediamenti modello”, queste città erano abitate in gran parte dagli operai della centrale e dalle loro famiglie. Inizialmente le autorità sovietiche cercarono di minimizzare quanto accaduto al resto del mondo mentre, in fretta e senza troppe spiegazioni, evacuavano gli oltre 336.000 abitanti delle città-satellite intorno all’impianto nucleare, che aveva appena cominciato a uccidere. La città di Prypjat venne abbandonata e oggi, a 29 anni di distanza, quella città è rimasta intatta a testimonianza di una tragedia indimenticata.

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IL DISASTRO DI CHERNOBYL –

Mentre migliaia di persone venivano portate via – molte delle quali già condannate a morte a causa dell’esposizione alle radiazioni – senza sapere che non avrebbero mai più rivisto le proprie case, gruppi di uomini venivano impiegati per cercare di chiudere la falla nel reattore, dal quale ancora continuava a fuoriuscire materiale radioattivo. Questi uomini si esposero alle radiazioni senza alcun tipo di protezione. Morirono quasi tutti nel giro dei giorni seguenti, avvelenati dalla radioattività. A questi uomini passati alla storia con il nome di “liquidatori” arriva ancora oggi l’omaggio degli ucraini che, nel ventinovesimo anniversario dell’incidente, li ricordano insieme alle loro famiglie.

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Foto: GENYA SAVILOV/AFP/Getty Images

(Photocredit copertina: Daniel Berehulak/Getty Images)