Cobain: Montage Of Heck
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Cobain: Montage of Heck – La recensione del film

«Hey… vieni… voglio mostrarti una cosa» con questa promessa il regista Brett Morgen accompagna lo spettatore in un torbido viaggio nel cervello di Kurt Cobain, ripercorrendo cronologicamente i trascorsi più intimi del leader dei Nirvana.

Morgen racconta la storia di un sorriso. Il sorriso di un bambino angelico, troppo vivace per la pazienza di sua madre e di come quel sorriso si sia spento arrendendosi all’umiliazione. Perché è proprio il costante senso di umiliazione, fortemente sofferto da Cobain, a fare da fil rouge in tutta la pellicola. «Kurt non sopportava il fatto di sentirsi umiliato» racconta il bassista e migliore amico Krist Novoselic, ripercorrendone l’infanzia; dalla separazione dei genitori alla dipendenza da eroina, che fu causa e soluzione dei suoi continui dolori allo stomaco.

Cobain: Montage Of Heck

Il docu-film, prodotto dalla figlia di Kurt, Frances Bean, descrive senza filtri la vita del cantautore che odiava il successo più di quanto odiasse se stesso. Senza filtri perché a raccontare Cobain è proprio lui stesso, con una sterminata collezione di disegni, pagine del diario e filmini casalinghi. Morgen elimina qualsiasi tipo di intermediazione tra lo spettatore e l’attore, regalando a chi assiste gli stessi sentimenti di nausea e alienazione che caratterizzavano Cobain, e ci riesce facendo susseguire disegni, animazioni e disegni che si animano, rendendo il tutto splendidamente fastidioso. Sono Wendy e Donald Cobain a raccontare il loro divorzio, un trauma che l’angioletto di Aberdeen non è mai riuscito a superare. «Per qualche ragione me ne vergognavo – racconta lui stesso in un’intervista poco prima di suicidarsi -, mi vergognavo dei miei genitori. Non riuscivo più a guardare in faccia alcuni dei miei compagni di scuola perché desideravo disperatamente avere una famiglia normale. Mamma, papà. Volevo quel tipo di sicurezza, e lo rinfacciai ai miei genitori per parecchi anni».

Cobain: Montage Of Heck

Punto di svolta nel lungometraggio e nella vita del protagonista, l’irruzione di Courtney Love, che fu per Cobain quello che Yoko Ono fu per John Lennon. Con le dovute differenze. Compagna di vita e di droghe, Courtney fu il suo più grande amore, almeno finché non mise alla luce Frances Bean, che portò la coppia a fare i conti tra l’amore per l’eroina e quello per la figlia. Un contrasto che durò fino alla fine, almeno per Kurt. «Il suo sogno» racconta la Love «era mettere da parte tre milioni di dollari e diventare un tossico». A tempo pieno.

Dispiace la grande assenza di Dave Grohl, il batterista che si unì al gruppo nel 1990, ora leader dei Foo Fighters. Tra lui e Courtney Love non è mai corso buon sangue e il suo racconto lascia un vuoto abbastanza consistente nella trama.

Montage of Heck è un film profondo e intimo che abbraccia a tutto tondo il rapporto tra Kurt e Courtney. Manca un atmosfera di contesto, ma Morgen riesce a far respirare il grunge senza mai nominarlo. Con le sue due ore e venti minuti la pellicola è decisamente troppo lunga per essere un documentario, ma troppo bella per essere “soltanto” un film.

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