Italicum, ecco come è già cambiata la legge elettorale

di Alberto Sofia | 18/04/2015

La Camera approva il disegno di legge sul reato di tortura

Lo “strappo” all’assemblea del gruppo dem di Montecitorio, con le dimissioni del capogruppo Roberto Speranza, è stato soltanto l’ultima conferma. Tra Matteo Renzi e la sinistra del Partito democratico le posizioni sull’Italicum non sono conciliabili. Se ci sarà spazio per una “trattativa“, questa potrà aprirsi soltanto sulle riforme costituzionali, purché non venga messo in discussione il superamento del bicameralismo perfetto. È l’unica apertura che il presidente del Consiglio potrebbe concedere, pur di blindare il percorso della legge elettorale in Aula. E limitare il dissenso a qualche decina di deputati, allontanando così lo scenario (improbabile) di una “resistenza” di massa nel passaggio decisivo.

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RENZI, NIENTE MODIFICHE ALL’ITALICUM –

Per il premier non c’è spazio per modifiche, al contrario, sull’Italicum. Anche perché la maggioranza legata al segretario dem ha già ricordato come il testo sia stato già frutto di mediazioni. Modificato rispetto alle prime bozze e e alla prima versione approvata alla Camera nel marzo 2014. Ovvero, quella figlia del patto del Nazareno poi strappato da Silvio Berlusconi dopo la partita del Quirinale. «Non si può ogni volta tornare indietro», è il ragionamento di Palazzo Chigi. «Non c’è dubbio: la legge elettorale non è votabile. Ma è migliorata», ha ammesso invece Pier Luigi Bersani, ospite a Servizio Pubblico. Ma i cambiamenti non sono ancora sufficienti per l’ex segretario e per Area Riformista, la minoranza dem meno oltranzista. Così come per Cuperlo, Bindi, Fassina, D’Attorre, Civati e le correnti più a sinistra del partito.

Due restano le richieste principali: preferenze anche per i capilista (ora bloccati) e apparentamento al secondo turno (non previsto).  Le modifiche comporterebbero però la necessità di una quarta lettura della riforma, con il ritorno in Senato. Uno scenario che Renzi non vuol nemmeno prendere in considerazione. Non si fida, il segretario, anche perché i numeri della maggioranza a Palazzo Madama sono a dir poco precari. Tradotto, sull’Italicum il presidente del Consiglio tirerà dritto. Anche a costo di lacerare il partito, rievocando il rischio di una scissione. O di “forzare” chiedendo il voto di fiducia. Convinto che in pochi si prenderanno la responsabilità di mettere a rischio la vita stessa dell’esecutivo. Non è un caso che dentro Ar, ci sia già chi predichi cautela:

«Essere minoranza non può significare boicottare il lavoro che molti di noi compiono nelle istituzioni e nel partito. Sull’Italicum proveremo a migliorare un testo che abbiamo già contribuito a modificare. Altrimenti non resterebbe altra via che sostenere le riforme e non “combattere” per lo status quo», ha chiarito Dario Ginefra.

Anche Davide Zoggia ha spiegato che se passerà la posizione della maggioranza, verrà «accettata la decisione del gruppo»Altri critici sono pronti a “rifugiarsi” dietro la lealtà al partito. Tradotto, i 120 deputati dissidenti resteranno soltanto sulla carta. E molti potrebbero alla fine accontentarsi della versione 2.0 dell’Italicum. Ma quali sono state le modifiche già ottenute dopo la mediazione interna nel Pd e con gli alleati minori della maggioranza? Ecco le principali:

PREMIO DI MAGGIORANZA –  Rispetto al testo approvato in prima lettura alla Camera, che attribuiva un premio di maggioranza alla coalizione che otteneva il 37 per cento dei voti, molto è cambiato con il passaggio al Senato. Attraverso l’emendamento Esposito è stata aumentata al 40% la soglia da raggiungere affinché scatti il premio. Non più attribuito però alla coalizione, bensì alla lista. Tradotto, se un partito (o lista) dovesse raggiungere il 40 per cento già al primo turno, incasserebbe 340 seggi, ovvero il 55% del totale (nel quale non sono compresi i 12 deputati eletti all’estero e quello riservato alla Valle d’Aosta, ndr). Altrimenti, le prime due liste andrebbero al secondo turno. Sarebbe il ballottaggio, in questo caso, a designare il “vincitore” del premio di maggioranza e dei 340 seggi.

La minoranza Pd ha rivendicato in passato di aver apprezzato i miglioramenti sul premio di maggioranza (sui quali furono sollevati anche dubbi di costituzionalità, ndr), in un primo momento addirittura pensato al 35%. Una quota giudicata troppo bassa: «Abbiamo apprezzato i passi in avanti che ci sono stati, penso all’innalzamento della soglia per il premio di maggioranza dal 35 al 37%, anche se sarebbe stato meglio il 40% (la quota attuale, anche se va ricordato come il premio sia ora assegnato alla lista e non alla coalizione, ndr)», spiegava Gianni Cuperlo prima che il testo venisse approvato nella prima lettura di Montecitorio.  

Anche il premio alla lista è stato però oggetto di critiche: «Unito alla soglia del 3%, nell’attuale contesto politico rende impossibile ricostruire forti campi politici alternativi e facilita la formazione del partito unico della nazione che con una sola Camera sede della fiducia al governo, diventa un partito pigliatutto e ha vita facile a trattare con tante piccole minoranze in lotta tra loro», ha attaccato Bindi.

SOGLIE DI SBARRAMENTO – Altro punto sul quale c’è stata una mediazione, dopo le richieste della sinistra Pd (e delle forze minoritarie della maggioranza) è quelle relativo alle soglie di ingresso per la ripartizione dei seggi. Con l’Italicum 2.0 entrerà in Parlamento chi supererà il 3% dei voti. Al contrario, nella prima versione erano previste invece diverse soglie: il 12% per le coalizioni, l’8% per i partiti non coalizzati e il 4% per i partiti coalizzati. Le critiche al testo non erano mancate. Spiegava sempre Cuperlo:

«La soglia di sbarramento all’8% per i partiti che si presentano da soli? Se resta così com’è c’è il rischio che una forza politica che raccoglie 3 o 4 milioni di voti resti fuori dal Parlamento. Altro tema: i partiti che non raggiungono il 4,5%, pur stando in coalizione, portano voti che sono utili per il premio di maggioranza ma non partecipano al riparto dei seggi. Stiamo parlando dell’eguaglianza effettiva del voto e dell’equilibrio che deve esserci tra governabilità e rappresentatività»

Anche Giuseppe Civati ricordava le stesse preoccupazioni: «Riteniamo che la soglia dell’8% per le liste non coalizzate violi proprio quell’esigenza di bilanciare la rappresentanza con la governabilità (e quindi il contenimento della frammentazione partitica). […]  Significherebbe escludere la rappresentanza parlamentare per partiti che hanno riportato (se prendiamo i dati delle elezioni del 2013) quasi tre milioni di voti. Per questo riteniamo che la soglia di sbarramento unica (per liste coalizzate e non) dovrebbe attestarsi al 4%». 

PARITÀ DI GENERE – Altro punto modificato è stato quello relativo alla parità di genere, dopo che una serie di emendamenti erano stati bocciati nel primo passaggio, nonostante il pressing di un fronte bipartisan e delle minoranze dem. Una grana per Renzi poi corretta a Palazzo Madama, dopo non pochi imbarazzi. Gennaro Migliore, ex Sel ora deputato dem e relatore dell’Italicum (nonostante il voto contrario ai tempi della prima lettura), ha precisato«Credo che sia coerente valorizzare i cambiamenti e votare a favore. A cominciare dalla questione di genere». 

Nell’attuale versione adesso ogni elettore potrà segnalare fino a due nomi sulla scheda elettorale, con alternanza di genere. Sarà però necessario indicare due candidati di sesso diverso, pena l’annullamento della seconda preferenza. Sarà invece libero di esprimere una sola preferenza (o anche di non indicare alcuna). Nell’ambito di ogni circoscrizione, i capilista di un sesso non devono poi essere superiori al 60% del totale.

Non sono state invece accolte le primarie obbligatorie per legge, nonostante diversi emendamenti siano stati promossi in tal senso. Compreso uno della “civatiana” Lucrezia Ricchiuti (Pd) nel corso del secondo passaggio della legge, a Palazzo Madama). 

ERASMUS – Dopo il passaggio al Senato della legge elettorale, è stata poi sancita la possibilità del voto per corrispondenza per i cittadini italiani che sono all’estero per almeno tre mesi o per motivi di studio (per esempio chi è impegnato nel progetto Erasmus), per lavoro o per cure mediche. Una modifica che ha accolto richieste che arrivavano dalla società civile, sposate da un fronte trasversale di parlamentari.

PREFERENZE E CAPILISTA BLOCCATI – Al di là dei miglioramenti ottenuti, il nodo principale resta però quello legato ai (100) capilista bloccati. Un cambiamento c’è stato rispetto alla prima versione, quando le liste erano del tutto bloccate. Ma per la minoranza dem non è sufficiente. Il motivo? La sinistra Pd ha più volte ricordato che soltanto il partito più votato eleggerà una quota di parlamentari con le preferenze. I partiti più piccoli, al contrario, faranno fatica a eleggere altri deputati rispetto ai capilista. Ancora oggi « i nominati saranno superiori ai 2/3. Insieme a un Senato sempre di nominati si concentra il potere nelle mani di poche persone», ha spiegato Francesco Boccia (Pd) a Giornalettismo. 

APPARENTAMENTO –  L’altra richiesta della minoranza dem è quella legata alla possibilità di apparentamento tra il primo e il secondo turno in caso di ballottaggio (condivisa anche da altre forze, da Fi a Sc, che presenteranno emendamenti in tal senso, ndr). Al momento l’Italicum non la prevede (al contrario di quanto è previsto dall’articolo 72 del D.lgs 267/2000, che disciplina l’elezione dei sindaci nei Comuni superiori ai 15mila abitanti), nonostante Renzi abbia più volte richiamato il “modello dei sindaci”. Ma dissidenti dem e opposizioni hanno già rilanciato: «Presenterò in commissione i miei emendamenti, tra cui quelli cruciali contro i capilista bloccati e per l’apparentamento al ballottaggio», ha spiegato D’Attore (Pd), in attesa di sapere se verrà sostituito in commissione. L’ultima sfida sarà in Aula, a partire dal 27. Ma Renzi ha già “minacciato” le minoranze. Se l’Italicum troverà ostacoli, non ci sarà altra alternativa che le elezioni anticipate. Un’arma considerata “scarica”, però, dalle stesse minoranze, convinte che sia lo stesso Renzi a non voler tornare al voto con il Consultellum.

 (photocredit: Ansa)