Pse e Pse francese guidato da François Hollande e Manuel Valls
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La sinistra europea e l’incubo 25%

La sinistra europea del Pse

ha un incubo che la perseguita da un paio d’anni. Le maggiori forze del socialismo europeo, con la temporanea eccezione del Partito Democratico, sembrano incapaci di andare oltre il 25%, come successo alle elezioni nazionali o a quelle europee. Una rappresentanza della popolazione inferiore ad almeno un terzo significa confinarsi alla sconfitta o a un ruolo di subalternità, come capita in questo momento al PS francese, alla Spd tedesca, al PSOE spagnolo e alla maggior parte dei partiti socialdemocratici. Il 41% ottenuto dal PD alle elezioni europee rappresenta una significativa eccezione rispetto al quadro europeo.

Pse e sinistra europea con Matteo Renzi
I leader della sinistra europea alla Festa dell’Unità di Bologna con Matteo Renzi. VINCENZO PINTO/AFP/Getty Images

I SOCIALISTI FRANCESI E LE SCONFITTE DI HOLLANDE – Nel 2012 l’Europa progressista si era entusiasmata per la vittoria di François Hollande. Dopo quasi vent’anni di sconfitte l’Eliseo tornava socialista, per la seconda volta nella storia della V Repubblica dopo il lungo regno di François Mitterrand. La vittoria di François Hollande aveva interrotto il predominio dei conservatori del Ppe, sigillato dalla Commissione Barroso, e dal Merkozy che aveva imposto l’austerità all’UE. Il trionfo era stato oltremodo netto grazie al sistema maggioritario francese, visto che sia Hollande che il PS al primo turno non erano stati in grado di superare il 30%. Se si fossero sommati anche i candidati senza partiti e di formazioni minori legati al PS questo dato sarebbe salito intorno al 33%. La presidenza Hollande è però stata ricca di infortuni, a partire dalla sconfessione di promesse elettorali dal carattere progressista ma ben poco efficaci, se non apertamente dannose, come l’aumento dell’aliquota al 75% per i redditi superiori al milione di euro. La Francia è rimasta però stagnante come sotto Chirac e Sarkozy, e le difficoltà economiche e sociali hanno indebolito la presidenza Hollande. Il leader socialista è diventato il presidente più impopolare nella storia della V Repubblica, con indici di approvazione sprofondati tra il 10 e il 20%. Il partito socialista francese ha collezionato praticamente solo sconfitte nelle elezioni svoltesi durante la presidenza Hollande. La prima sconfitta è arrivata alle comunali del 2014, seguita dal tracollo delle europee, quando il Front National ha conquistato il 25% affermandosi come prima formazione del sistema partitico francese. Il PS aveva ottenuto un misero 15%. La doppia sconfitta aveva spinto Hollande a cambiare linea politica, passando da un governo più tradizionalista come l’esecutivo Ayrault alle pulsioni liberali del “blairano” Manuel Valls. Il nuovo corso però non ha dato frutti, e a parte una crescita demoscopica dei valori del presidente seguita alla strage di Charlie Hebdo, le elezioni dipartimentali hanno evidenziato lo stato di crisi del socialismo francese. Alle elezioni dipartimentali i candidati del PS e delle liste vicine al partito di Hollande hanno ottenuto una percentuale intorno al 28%, ottenendo un risultato assai deludente nella ripartizione dei seggi, dominata dagli esponenti del centrodestra dell’ex presidente Nicolas Sarkozy.

Pse e Spd
Il leader della Spd, Sigmar Gabriel PATRIK STOLLARZ/AFP/Getty Images

LA GERMANIA E LA CRISI DELLA SPD – Il Partito socialista francese si trova in una situazione di crisi dopo aver vinto le elezioni, mentre più difficile è la situazione per la Spd, nettamente battuta dalla Cdu di Angela Merkel alle ultime elezioni. La socialdemocrazia tedesca ha ottenuto un risultato molto deludente nelle federali del 2013, conquistando solo il 25% delle preferenze complessive, il secondo peggior dato dal 1949 a oggi. Da allora poco o nulla sembra esser cambiato, con Angela Merkel imbattibile come sempre e con la sinistra riformista che sembra destinata nei prossimi anni alla marginalità. I sondaggi inchiodano il partito socialdemocratico tedesco intorno al 25% da ormai molti mesi, incapace di uscire dalla gabbia in cui era sprofondata nel 2009, quando solo il 23% degli elettori aveva votato la più antica formazione del movimento operaio. Nelle settimane scorse il settimanale Der Spiegel aveva diffuso una dichiarazione del presidente della Spd, il vicecancelliere Sigmar Gabriel, che in un incontro riservato aveva già dato per perse le elezioni del 2017. Gabriel ha smentito Der Spiegel, ma il quadro a tinte fosche per la socialdemocrazia non può invece esser contraddetto. In questo anno e mezzo di governo la Spd è stata incapace di conquistare consensi nonostante il governo di grande coalizione con Angela Merkel abbia recepito alcuni punti fermi del suo programma, come il salario minimo, le quote rosa negli organismi di direzione aziendale o l’abbassamento dell’età pensionabile. In questi giorni diversi giornali, prevalentemente conservatori, stanno già lanciando il toto cancelliere per il 2017. In caso di quarta candidatura di Angela Merkel Sigmar Gabriel sembra indisponibile a sacrificarsi per una sconfitta pressoché certa, e vengono ipotizzate diverse candidature alla cancelleria, come quella di Martin Schulz, che sarà presidente del Parlamento europeo ancora per un anno. L’unica chance di vittoria per la Spd sarebbe un’alleanza con la Sinistra radicale tedesca, Die Linke, da aggiungere alla tradizionale intesa coi Verdi. Nei mesi scorsi i partiti del campo progressista hanno approfondito i loro rapporti, tanto che in un Bundesland dell’ex DDR, la Turingia, è stato eletto il primo ministro presidente appartenente alla Die Linke, sostenuto da un’alleanza rosso-rosso-verde. Un simile scenario appare però sempre meno probabile a livello federale, visto l’elevato consenso della Große Koalition. L’elettorato più moderato della Spd , così come la sua parte maggioritaria, appare preferire un’intesa di governo con in conservatori di Angela Merkel piuttosto che un’alleanza mai sperimentata come l’intesa col radicalismo progressista di Die Linke. Questo orientamento blocca però la Spd in un ruolo di junior partner della Cdu, facilmente sostituibile se alle prossime elezioni i liberali della Fdp saranno capaci di rientrare al Bundestag. L’ultima volta che i socialdemocratici tedeschi hanno superato il 30% a livello federale è stato alle elezioni del 2005, e da allora sono arrivati risultati confortanti solo nelle elezioni statali, quando l’elettorato centrista ha apprezzato candidati quali Olaf Scholz ad Amburgo o Hannelore Kraft in Nordreno-Vestfalia.

 

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Il Labour Party, colonna di Pse e sinistra europea
Il leader dei laburisti britannici, Ed Miliband. Jeff J Mitchell/Getty Images

I LABURISTI E LA FORZA DEL MAGGIORITARIO – La Spd è il partito più antico al mondo ed è da sempre il punto di riferimento del socialismo europeo. Oltre al Ps francese, l’altra colonna del Pse sin dalla sua fondazione nel 1992 sono stati i Laburisti britannici, che nel 2015 potrebbe già ritornare al potere dopo la netta sconfitta del 2010. Il Labour è stato un modello, piuttosto controverso a sinistra, nella lunga epoca blairiana, coincisa con la più lunga stagione di governo progressista nella storia del Regno Unito. Cinque anni dopo la sua fine un esponente laburista potrebbe rientrare al numero 10 di Downing Street. A poco più di una settimana dal voto Ed Miliband appare come il favorito per le elezioni per la Camera dei Comuni previste per giovedì 7 maggio 2015. Le elezioni sono oltremodo incerte, ma il premier David Cameron sembra più in difficoltà di quanto il discreto stato dell’economia lascerebbe supporre. Il leader laburista non appartiene all’anima blariana del suo partito ed è più legato all’ultimo premier di sinistra del Regno Unito Gordon Brown. Lo spostamento a sinistra del Labour ha messo più volte in discussione la leadership di Ed Miliband, a lungo controversa e impopolare, per la forma e la sostanza del suo messaggio, nonostante i discreti risultati ma certo non esaltanti risultati ottenuti alle elezioni amministrative. Il “One Nation Labour” teorizzato dal leader è una versione del socialismo inglese meno centrista di quella sperimentata sotto Blair, meno vicina all’alta finanza della City londinese e intenzionata a correggere le disparità sociali eccessive create dai governi laburisti e accentuate dall’esecutivo di Cameron sul mercato del lavoro e nell’istruzione universitaria, con il ripensamento dei contratti a zero ore e l’abbassamento delle tasse universitarie. Dall’avvio della coalizione tra Conservatori e Liberaldemocratici il Labour è diventato il primo partito del Regno Unito, grazie soprattutto allo spostamento a sinistra degli elettori del partito di Nick Clegg ostili all’intesa con David Cameron. Il tiepido europeismo – nel 2014 Ed Miliband negò il suo sostegno alla candidatura di Martin Schulz alla presidenza della Commissione UE- e le posizioni in materia economica e fiscale hanno però impedito ai laburisti di beneficiare dell’ampio dissenso subito dagli attuali partiti al governo. Rispetto a socialisti francesi e socialdemocratici tedeschi i laburisti appaiono godere di salute sicuramente più solida, favorita però dal sistema politico britannico. Lo schema saldamente bipolare del Regno Unito ha permesso al Labour di imporsi come unica alternativa di governo a David Cameron, così da raccogliere una percentuale di voti pari a circa un terzo dell’elettorato, secondo i sondaggi. Nel 2011 i laburisti decisero di schierarsi per il no al referendum sull’introduzione del sistema proporzionale per l’elezione della Camera dei Comuni, e la permanenza del maggioritario è stata decisiva per la ripresa, contenuta, della sinistra britannica. Nell’ultimo e anno e mezzo il Labour ha però perso consensi verso i nazionalisti scozzesi e i Verdi, voti che potrebbero costare la vittoria a Ed Miliband.

 

Il PSOE, il Pse e la sinistra europea
Pedro Sanchez, leader del PSOE. Jorge Guerrero/AFP/Getty Images

I SOCIALISTI SPAGNOLI E LA RIVOLTA DI PODEMOS – Nel 2015 la sinistra europea potrebbe portare a quattro il numero dei più grandi Paesi dell’UE guidati da partiti affiliati al Pse. Regno Unito e Spagna si potrebbero aggiungere a Francia e Italia, senza contare la Germania dove la Spd è parte del governo, per quanto in minoranza. Se la vittoria a Londra è incerta, ancora più difficile appare un successo a Madrid. Alle elezioni in Andalusia il Psoe è riuscito a mantenere il governo, ottenendo però uno dei risultati più deludenti nella Comunità Autonoma, sua storica roccaforte. La consultazione amministrativa ha evidenziato la forte crescita di Podemos, il partito anti Casta esploso grazie al suo messaggio di radicale rinnovamento della classe dirigente spagnola. Il PSOE ha risposto alla sfida di Podemos affidandosi a Pedro Sánchez, giovane deputato di Madrid vincitore delle prime primarie organizzate nella storia del più grande partito della sinistra iberica. La crisi dei socialisti spagnoli è iniziata con l’amara conclusione del governo Zapatero, esperienza travolta dalla devastante crisi dell’quarta economia dell’eurozona. Nelle elezioni del 2011 il PSOE sprofondò per la prima volta nella sua storia sotto il 30%, e da allora non si è più ripreso nonostante l’evidente crisi di consenso del PP di Mariano Rajoy, di cui ha beneficiato prima Podemos e ora Ciudadanos. Alle elezioni europee del 2014 il PSOE è crollato al 23%, spingendo alle dimissioni del suo leader, il sessantenne Alfredo Pérez Rubalcaba, ultimo vice di Zapatero. All’inizio del suo mandato Pedro Sánchez ha cercato di ravvivare il messaggio anti austerità dei socialisti scegliendo di non votare Jean-Claude Juncker come presidente della Commissione UE. I sondaggi però testimoniano come insidiare la ribellione anti austerità a Podemos sia particolarmente difficile, mentre i centristi delusi da Rajoy sembrano preferire il liberalismo a tenue tinte progressiste di Ciudadanos piuttosto che l’alternativa socialista di Pedro Sánchez, maggiormente ispirata all’equità sociale. Quando si è presentato nella sua prima intervista a El Pais il segretario generale del PSOE ha detto di ispirarsi a Felipe Gonzales, il primo ministro simbolo della rinascita spagnola dopo i decenni oscuri della dittatura franchista, e Matteo Renzi. Il leader socialista non è un “rottamatore” anti establishment, visto il sostegno ottenuto dai vertici del Psoe, consci del bisogno di rinnovamento di un partito sempre più in crisi di consenso e sfidato dal successo di Podemos, ma è riuscito a emergere dalle retrovie del gruppo parlamentare in cui era collocato grazie al suo messaggio di forte cambiamento, in primi generazionale. I sondaggi attuali rilevano però uno scarso successo della strategia del leader del PSOE, visto che il suo partito è ancora collocato intorno al 20%, il deludente risultato delle ultime europee. La legge elettorale spagnola è un proporzionale con una ripartizione dei seggi su base circoscrizionale. Il basso numero dei candidati nella maggior parte delle circoscrizioni ha sempre favorito un esito tendenzialmente bipartitico del voto, ora messo in crisi dall’insoddisfazione e impopolarità dei partiti che hanno guidato la rinascita della Spagna post franchista, il PSOE stesso e il PP.

Pse e uno dei leader della sinistra europea, Martin Schulz
Il presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz. WOJTEK RADWANSKI/AFP/Getty Images

SINISTRA IN EUROPA – I partiti di sinistra che fanno riferimento al Pse sono attualmente in maggioranza relativa al Consiglio Europeo, visto che in questo momento ci sono più governi socialisti che popolari. I due maggiori incarichi di maggior rilievo dell’UE sono però andati al Ppe, che esprime il presidente della Commissione e del Consiglio Europeo, il lussemburghese Jean-Claude Juncker e il polacco Donald Tusk. Al Pse spetta la terza carica apicale delle istituzioni politiche comunitarie, ovvero l’Alto Rappresentante della politica estera, l’italiana Federica Mogherini. La suddivisione degli incarichi più favorevole ai popolari è stata determinata dalla compattezza dei Paesi dell’Est in favore di Tusk, così come della sconfitta del Pse alle ultime elezioni europee. I socialisti hanno ottenuto un deludente 25% dei seggi, un dato identico al risultato del 2009. La sinistra europea non è stata incapace di superare lo scoglio del 25% come non era riuscito al Partito Democratico di Bersani nelle politiche italiane e alla Spd di Peer Steinbrück alle federali tedesche nei due più deludenti risultati del 2013 per i partiti vicini al Pse. Dopo il trionfo in Francia con Hollande sono arrivate per lo più delusioni, e il 41% ottenuto dal PD sotto la guida di Matteo Renzi alle elezioni europee rappresenta un’eccezione che sembra confermare la regola delle difficoltà del socialismo continentale. In Grecia lo storico Pasok è pressoché sparito, in Belgio i socialisti sono tornati all’opposizione dopo aver espresso il premier Di Rupo fino al 2014, e il punto di riferimento della sinistra del Nord Europa, i socialdemocratici svedesi di Sap, sono tornati al governo con grande difficoltà, in elezioni caratterizzate dall’esplosione della destra populista. In Finlandia i socialdemocratici di SDP hanno subito un’ulteriore flessione dopo il deludente risultato del 2011, in Danimarca il governo progressista guidato dalla socialdemocratica Helle-Thorning Schmidt sembra potersi concludere dopo una sola legislatura, mentre nel più grande Paese dell’Est Europa, la Polonia, la sinistra che fa riferimento al Pse non sembra più in grado di riprendersi dopo la loro fallimentare esperienza di governo conclusasi nel 2005. Da allora l’Alleanza della sinistra democratica è stata capace di superare solo il 10%. Alle presidenziali e alle politiche del 2015 la competizione rimarrà tra i centristi di Piattaforma Civica, la formazione dell’ex premier Donald Tusk, e i conservatori di Diritto e Giustizia di Jarosław KaczyńskiNella parte orientale del Vecchio Continente i socialisti guidano diversi governi, come in Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia e Lituania, ma nelle ultime competizioni elettorali gli insuccessi sono stati numerose. I candidati socialisti hanno perso alle presidenziali slovacche, rumene e croate, mentre la sinistra ha collezionato risultati deludenti contro Orban in Ungheria e in Slovenia. Un quadro a tinte piuttosto negative, che testimonia come la perdurante crisi economica non ha premiato le formazioni che puntano sulla giustizia sociale e la redistribuzione del reddito attraverso l’intervento statale. La destra europea non è più dominante come a cavallo del decennio scorso, ma al momento non si è verificata l’alternanza progressista che potrebbe ulteriormente allontanarsi se in alcuni Stati prevarranno i radicalismi progressisti di formazioni quali Podemos e Syriza.