Agnello di Pasqua: perché sì

di Stefania Carboni | 01/04/2015

Peggio del consumismo a Natale, delle pellicce in saldo alla Coin, arriva puntuale come ogni anno la polemica sull’agnello di Pasqua. Mangiarlo o no? Il dibattito in queste ore è fomentato da diversi manifesti pubblicitari (in difesa degli animali) come questo:

Lo avete visto in metro?
Lo avete visto in metro? Non il clone del Messia, il manifesto

Così vi capiterà improvvisamente di girare nei bar, di trovarvi in fila al tabacchino o al supermercato e sentire qualcuno che dice «No, io quest’anno farò un menu alternativo». La scelta? Potrebbe esser la foto di un micio accostato al grazioso capretto sui tunnel della vostra fermata metro oppure potrebbe esser un video spammato su Facebook da qualche vostro amico. Un video che mostra gli ultimi attimi di quell’animale prima di finire appeso a testa in giù e in qualche macelleria. La visione, scioccante, potrebbe cambiare il vostro menù per sempre.

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O per una settimana. Il problema è che probabilmente la stessa persona che a Pasqua rifiuterà l’agnello si ingozzerà di coratella per tutto l’anno dicendo addio solo al simbolo della tradizione ebraica. O magari anche no. Magari diventerà un vegetariano doc decantando tutti i rischi della carne. Il problema è uno solo…

A noi la carne piace.

Di carne non è mai morto nessuno. Neanche di verdura. I problemi che riguardano una corretta alimentazione e del cibo sano sono altri. Se tutti smettessimo di mangiare carne il mondo sarebbe un mondo migliore? Non credo. Non potremmo per esempio usare le valvole cardiache del maiale per trapianti umani.

Sì, le valvole di maiale. 

E allora arriviamo al punto. L’animalista non mangia carne perché pensa sia un crimine. Io mangio carne perché penso non sia un crimine. Sia semplicemente la mia dieta. La domanda che arriva dopo una frase simile è…

Allora perché non mangi il tuo gatto?

Allora rivolgi la stessa domanda a un indù riguardo alla sua vacca. O a chi utilizza gli animali per la ricerca in Italia.  Ora la mia domanda diventa questa: «Perché se tu sei libero di non mangiare carne io non posso esser libera di mangiarla?». E ancora: «Perché devi pensare che sono una assassina? Anche la tradizione culinaria di una regione (tipo questa) appartiene a un popolo sanguinario?».

Francamente tutta questa discussione leva solo il peggio di noi. Il peggio sia dai miei amici vegetariani che dai miei amici che passano la domenica mattina ad arrostire orgogliosamente il maialetto. Tutto questo succede a Pasqua come alla fila del supermercato sotto casa quando la vicina di fila davanti ad un scambio sul rullo della cassa guarda schifata il petto di pollo e dice: «Ah no quella è roba sua. Io quella roba non la mangio».

Peccato che più avanti ci sono le fragole del discount nel suo sacchetto. Importate da chissà quale paese. Come la birra, non a chilometro zero. Non, insomma, come il caro capretto.

(Getty Images)