Renzi e il Pd che non ha cambiato verso sui territori

di Marco Esposito | 03/03/2015

Matteo Renzi

«L’errore più grande è stato quello di accettare che le primarie regionali non si tenessero lo stesso giorno delle primarie nazionali. Questo ci ha privato del traino di Matteo ai Gazebo, lasciandoci soli a combattere contro la parte del PD più strutturata. E spesso ha costretto i renziani presenti sul territorio ad accettare accordi o accordicchi in sede di gestione regionale del partito».

Il giovane dirigente renziano ha le idee chiare. La struttura renziana sul territorio è ancora fragile, soprattutto sotto Roma. E i renziani doc, quelli della prima ora, spesso e volentieri sono stati travolti, assimilati o costretti ad accordi con i renziani dell’ultimo secondo, se non addirittura con esponenti di correnti che a livello nazionale fanno una guerra spietata al segretario nazionale. E in effetti se le elezioni dei segretari regionali del partito democratiche si fossero svolte l’8 dicembre del 2013, nello stesso giorno in cui Matteo Renzi superava in scioltezza Cuperlo e Civati, gli equilibri sui territori sarebbero diversi.

Ma Matteo Renzi, in realtà, non ha mai mostrato un grandissimo interesse per le situazioni locali del suo partito, Toscana esclusa, ovviamente. Anche durante le primarie, sia quelle del 2012 sia quelle del 2013, Renzi è stato sempre restio a donare i galloni di “Renziano” Doc a qualcuno al di fuori del giglio magico, soprattutto a livello locale. Anzi, da Firenze si è sempre preferito quasi incoraggiare una sorta di “competizione” tra i vari gruppi renziani. Difficilmente a qualcuno è stato regalato lo status di «renziano capo» della Puglia piuttosto che della Campania.

Questo ha determinato che nel corso dell’ultimo congresso, per vincere anche tra gli iscritti, evitando così una vittoria mutilata, magari ottenuta solo ai Gazebo, ma non tra i tesserati democratici, i renziani, sotto la regia di Luca Lotti, abbiano stretto accordi anche con una buona parte del vecchio apparato locale, specialmente nel sud Italia. Cosa che è stata anche piuttosto agevole, vista l’intensità con cui soffiava il vento renziano in quelle settimane. Il trasformismo, dall’Umbria alla Sicilia, passando per il Lazio e finendo con la Campania, visse uno dei suoi momenti magici durante il congresso del 2013. In molti, sopratutto tra i “signorotti” locali indossarono al volo la maglietta del renzismo. Con l’obiettivo dichiarato di procrastinare, perpetuare il proprio potere.

Questo atteggiamento, ovviamente, non ha aiutato la nascita e la crescita di una classe dirigente “renziana” o, se preferite, di una nuova classe dirigente all’interno delle federazioni locali del PD. Anzi. Questo atteggiamento ha tagliato le gambe a qualcuno, e messo in pericolo altri tra chi aveva deciso di sostenere il premier quando farlo era cosa molto scomoda. «Se cade lui a Roma, cadiamo noi tutti sui territori, va tutto giù», ci spiega un renziano della primissima ora. Insomma, paradossalmente, chi è stato tra i primi a credere in Matteo Renzi, sfidando gli apparati locali, rischia l’oblio, senza aver mai avuto il riconoscimento che magari avrebbe meritato, avendo intuito tra i primi il cambiamento arrivo nel Pd.

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E veniamo all’oggi, alla vittoria di De Luca. È stato a lungo evidente che al Nazareno avrebbero preferito evitare le primarie campane, magari puntando proprio su Gennaro Migliore, candidato unico. Ma la realtà ha raccontato l’impotenza della segreteria nazionale nel raggiungere in assemblea regionale i numeri necessari per fermare le primarie. Sostanzialmente la segreteria renziana non è in grado di intervenire sul territorio campano, come non è riuscita ad evitare la candidatura di D’Alfonso in Abruzzo. Il tutto anche perché il renzismo, per certi versi, e in molti territori, è rimasto “liquido” se non gassoso, come dice qualcuno in Campania in questi giorni.

La verità è che se Matteo Renzi vuole davvero cambiare il proprio paese, dovrebbe essere in grado almeno di cambiare il proprio partito che, però, sembra per certi versi, sopratutto a livello locale, non aver in alcun modo cambiato verso.