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Italiano medio: Maccio Capatonda vince. E convince

C’era un po’ di paura tra i tanti fan di Maccio Capatonda e Bruno Liegibastonliegi, tra i sostenitori dell’usciere Herbert Ballerina e tra coloro che considerano Sossoldi e Il sesto scemo dei cult, anche se ne hanno visto solo i trailer del geniale comico Marcello Macchia.

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Sì, perché vanno bene il web e Mtv, così come le incursioni in Ma anche no di Antonello Piroso su La7, ma il cinema è il cinema. Due o tre minuti possono reggerli in tanti, qualcosa in meno di 100 sono una sfida improba per molti. Prendete Zoro, ad esempio: sulla distanza è “scoppiato”. Maccio no. E lo capisci fin dai titoli di testa, da quel Brad Pitt buttato lì, dai suoi nomi folli messi a firmare il suo nuovo lavoro, dal gioco di immagini, suoni e grafiche che mette in piedi. Che ovviamente parte dalla parodia di ciò che ama – da Limitless a Fight Club – e corre sul filo di quella critica sociale che non ha mai fatto prendendosi sul serio, ma seriamente sì. Su La7 spesso prendeva in giro Salvo Sottile e il suo stile allarmista fin dal tono della voce, un po’ come Antonio Albanese, genialmente, ci mostrava l’abisso dei nostri grotteschi pregiudizi con il suo Ministro della Paura. Maccio, o Marcello che dir si voglia, è più umano, più sanguigno, e preferisce sporcarsi le mani con le nostre paranoie quotidiane, mostrandoci le nostre ossessioni radical chic o quel pop trash da cui il nostro paese è invaso, da cui è terrorizzato e affascinato. Lo fa con una pillola, ormai famosa, che invece di aumentare le tue capacità intellettive – come accadeva, appunto, in Limitless e pure recentemente in Lucy – le riduce al 2%. Ma, come sappiamo, il cambiamento è sempre e solo dentro di noi. Così ci ritroviamo con un buonista spocchioso che diventa un tamarro senza pari, con tutte le contraddizioni esilaranti che questo comporta.

Tra MasterVip e chi invece riesce a fare la differenza solo con la differenziata, passando un’infanzia vissuta con genitori consumisti e teledipendenti e ignoranti che hanno provocato in lui la volontà di diventare un insopportabile vegano-salutista-ecologista-firmapetizionista-antinuclearistaetcetcetc, ci si diverte molto. Anche se in verità a volte il fiato corto sulla lunga distanza si sente e ci si chiede perché il coraggioso ribelle Capatonda non abbia limitato a 80 minuti il suo lungometraggio, rendendolo ancora più serrato ed efficace. Ma poco male, perché si ride e si pensa pure un po’ con un film politicamente scorretto, che preferisce non mettersi dalla parte di chi è convinto di avere sempre ragione ma piuttosto di dimenarsi nel fango dei reietti, capaci di soddisfare solo bisogni superflui, che siano fingersi Ruud Gullit o fare sesso con la vicina di casa truccata in modo pesante e dai gusti estetici ben sotto il 2% dell’accettabilità.
O ballare come Jonny Groove, il personaggio dai pantaloni muccati di Giovanni Vernia. Capatonda non dipinge il nostro mondo con snobismo, usa le tinte forti del parossismo per divertirsi e divertirci, ma quello che mangia semi e si cura con l’omeopatia è ridicolo come chi si ingurgita trash food e si ciba di tv di pessimo gusto.
I due milioni di euro portati a casa nel primo fine settimana sono un successo che sovverte le abitudini del cinema italiano, perché mostrano come una generazione non teledipendente abbia preso a punto di riferimento chi è rimasto ai margini, cavalcando la Rete e “sabotando” i contenitori catodici offertigli, con un linguaggio originalissimo e spesso in contrasto con il pensiero dominante.
Il guaio, forse, è che più che un film comico diventerà un ritratto neorealista, visto lo stato imbarazzante in cui versa la nostra società e quanto finiremo per somigliare ai modelli “macciani”. Se non li abbiamo già superati, ovviamente.

Maccio, con quel suo protagonista sgangherato, Giulio Verme, nome bellocchiano e soprattutto fesso incompreso, travestendosi da Pasolini demenziale del nuovo millennio, ci offre su un piatto d’argento chi siamo. Lo fa non rifiutando alcuna sfida, anche nello sfiorare il cinepanettonismo tra peti e volgarità. E ne esce indenne. Certo, non piacerà agli snob che si sentiranno sbugiardati, né, forse, ai “coatti” che si sentiranno nudi di fronte alla sua canottiera leopardata. O forse piacerà a entrambi, perché con onestà intellettuale Marcello Macchia non sceglie nessuno, ma vive con loro, nello squallore delle loro utopie a distanza o dei loro sogni a poco prezzo. Una capacità che ha anche Checco Zalone, forse più sferzante e cattivo nel graffiare i nostri difetti. La sua immedesimazione è sarcastica, quella di Maccio è empatica.
Si ride, in alcuni momenti, parecchio. Ma soprattutto quella che avrete addosso, per tutta la proiezione, è la smorfia di chi sta sorridendo di qualcuno, temendo che gli somigli troppo. E alla fine vien voglia di vedere il prossimo lungometraggio di Capatonda, magari con una regia più coraggiosa, senza voce off e con una capacità di sintesi maggiore. Ma non era questo esordio che necessitava di un’arte raffinata, qui contava buttarla dentro.
Era una metafora calcistica, non abbiamo preso la pillola, tranquilli. O forse sì…”sc..are!”.