Nessun colpevole per la “Terra dei fuochi” d’Abruzzo

di Redazione | 20/12/2014

Il disastro per la mega discarica di Bussi esiste, ma nessuno, perché il reato è stato prescritto, pagherà per questo. Questa è la fine assurda (in primo grado) del processo montedison dove sono stati assolti i vertici dell’azienda in un caso che vedeva imputati a Chieti 19 tra ex amministratori, ex dirigenti e tecnici. Camillo Di Paolo, Maurilio Aguggia, Vincenzo Santamato, Carlo Cogliati, Nicola Sabatini, Domenico Alleva, Nazareno Santini, Luigi Guarracino, Ginacarlo Morelli, Giuseppe Quaglia, Carlo Vassallo, Luigi Furlani, Alessandro Masotti, Bruno Parodi, Mauro Molinari, Leonardo Capogrosso, Maurizio Pizzardi, Salvatore Buoncoraglio sono stati tutti assolti per l’accusa di avvelenamento delle acque, mentre l’altra accusa di disastro doloso è stata derubricata a “colposo” facendo scattare la prescrizione. Perché? Perché si tratta di condanne risalenti almeno agli anni Novanta. A nulla sono valse le 27 parti civili costituite in giudizio.

Il PROCESSO – Secondo la difesa, guidata dall’avvocato Riccardo Villata, difensore di Camillo Di Paolo (responsabile della protezione e sicurezza ambientale dello stabilimento) il sito è legittimo. Perlomeno lo era secondo le norme di tutela ambientale nel periodo, fra il 1963 e il 1971 quando fu costruita la discarica. Il processo è raccontato stamane nelle pagine di Repubblica:

Un’assoluzione con prescrizione per i 19 imputati (tra ex dirigenti e tecnici dell’allora Montedison) che azzera del tutto la richiesta a 180 anni di condanne complessive avanzate dai pubblici ministeri Giuseppe Bellellie Anna Rita Mantini. «L’ennesima vergogna», tuona Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente, «dopo la sentenza dell’Eternit ancora un processo che non trova i colpevoli. La prescrizione scatta come una mannaia, come se gli effetti nefasti dei reati ambientali potessero essere calcolati solo nel momento in cui l’atto illegale è stato compiuto e non in base agli effetti che continuano a provocare nel tempo sulla salute e sull’ambiente».

E il governo?

Assicura il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti: «Ricorreremo in appello. Chiederemo la condanna dei responsabili e il risarcimento per danni ambientali». E aggiunge: «È solo una sentenza di primo grado e, come tale, non definitiva. Occorrerà leggerne le motivazioni. La finalità di ripristino ambientale di quella parte d’Abruzzo rappresenta per il governo una priorità a prescindere dall’esito del processo penale. E infatti il ministero sin dal 2013 ha adottato un provvedimento con il quale ha diffidato Edison a provvedere alla rimozione dei rifiuti illegalmente stoccati».

Adesso dovranno passare 45 giorni prima di conoscere le motivazioni della sentenza. «Secondo l’accusa, – sottolinea il quotidiano – nel 1993, a un passo dal fallimento e sotto il controllo delle banche creditrici, i vertici dell’azienda scelsero di nascondere l’emergenza ambientale di Bussi con la consapevolezza che la bonifica non sarebbe stata “conveniente”». Il sito infatti procurava ancora profitti e le bonifiche avrebbero pesato non poco sui guadagni. Il prezzo di quella bonifica però lo hanno pagato i cittadini abruzzesi che per anni hanno continuato a bere acqua avvelenata. Settecentomila persone davanti ad un costo di 600 milioni per la bonifica.