Mercato del lavoro: in Italia più stranieri part-time, meno italiani con contratto stabile

di Andrea Mollica | 11/12/2014

Il mercato del lavoro italiano continua a trovarsi in condizioni negative. Nonostante alcuni timidi segnali positivi, il nostro sistema produttivo appare incapace di generare occupazione, con una continua contrazione dei rapporti di lavoro stabili. Senza una ripresa economica significativa, il numero degli italiani che lavorano non potrà salire in modo rilevante, e gli ultimi dati congiunturali non sembrano dare grandi speranze.

A man looks for job opportunities on new

IL MERCATO DEL LAVORO ITALIANO E LA NUOVA OCCUPAZIONE – Nelle ultime settimane i numeri relativi al mercato del lavoro italiano hanno generato un significativo dibattito, per quanto talvolta deviato da interpretazioni un po’ troppo strumentali. L’eco mediatica sull’aumento oppure sul calo del tasso di disoccupazione è un elemento positivo, vista l’urgenza dell’Italia di affrontare questo tema. Il presidente del Consiglio Matteo Renzi ripete spesso come da quando sia arrivato il suo Governo si siano creati 122 mila posti di lavoro in più, come ribadito anche nella sua ultima newsletter. Il dato comunicato da Renzi è una citazione dell’ultimo rapporto Istat su occupati e disoccupati nel mese di ottobre 2014, diffuso a fine novembre. Un’altra, più paradossale, buona notizia enfatizzata da diversi osservatori è invece la crescita del tasso di disoccupazione, spinta da un numero maggiore di persone che cercano lavoro. Questo valore si calcola con il numero di persone che negli ultimi 30 giorni abbiano cercato attivamente lavoro senza riuscire a trovarlo, e che al contempo sarebbero disponibili a cominciare a lavorare entro due settimane, in relazione al totale degli occupati. Rispetto all’anno scorso il tasso di disoccupazione è salito di un punto percentuale al 13,2%, grazie al fatto che un numero corposo di persone, 377 mila, in modo prevalente donne anziane, abbiano lasciato la categoria degli inattivi, ovvero coloro i quali non lavorano e neppure lo cercano.

Tasso di disoccupazione da ottobre 2013 a ottobre 2014. Istat.it
Tasso di disoccupazione da ottobre 2013 a ottobre 2014. Istat.it

Secondo l’Istat nel mese di ottobre sono aumentate a 166 mila le persone che hanno cercato ma non trovato il lavoro, e questo incremento ha fatto salire il tasso di disoccupazione. L’uscita degli inattivi potrebbe essere un segnale di rinnovata fiducia verso la possibilità di trovare occupazione, anche se questa è solo una delle possibile cause. Questi numeri devono essere giudicati con cautela, visto che si tratta di dati non destagionalizzati, ovvero che saranno rivisti con un metodo statistico che ne toglierà le tipiche fluttuazioni stagionali. All’interno di questo dato non destagionalizzato ci sono però già alcune indicazioni meno incoraggianti di quanto possa sembrare in prima battuta.

IL MERCATO DEL LAVORO E L’ULTIMO RAPPORTO ISTAT – Il numero degli occupati non è cambiato nell’ultimo anno. L’Istat, nel dato destagionalizzato, al netto delle fluttuazione statistiche, rileva a ottobre 2014 quasi lo stesso numero di occupati di un anno fa: 22 374 000 ora, 22 375 000 nello stesso mese del 2013.

Numero assoluto degli occupati in Italia, dati destagionalizzati. Istat.it
Numero assoluto degli occupati in Italia, dati destagionalizzati. Istat.it

Da aprile 2014, da quando il Governo Renzi ha introdotto i suoi primi provvedimenti, i nuovi occupati sono stati 50 mila. I dati non destagionalizzati presenti nell’ultimo rapporto dell’Istat, relativi al terzo trimestre 2014, presentano diversi risvolti negativi in questi numeri apparentemente incoraggianti. Uno di questi è il persistente calo degli occupati nelle fasce d’età comprese tra i 15-34 anni e i 35-49 anni, -1,6% in entrambi i casi. Si contrappone a questo calo la crescita degli occupati con un età superiore ai 50 anni, aumentati del 5,5% su base tendenziale. Osservando i dati non destagionalizzati citati da diversi esponenti dell’esecutivo si osserva come l’occupazione italiana cali di 6 mila unità, mentre cresce quella straniera di 128 mila. La crescita degli occupati citata dal Governo è composta quindi unicamente da lavoratori stranieri. Il dato è non destagionalizzato, quindi andrà osservato quando sarà rivisto, però indica come il nostro sistema economico abbia creato posti di lavoro con competenze basse o per nulla qualificate, equivalente alle nicchie del mercato del lavoro migrante. Un dato negativo – non gli stranieri, nota per i leghisti, ma il tipo di occupazione – confermato da un’altra tendenza. Da giugno a settembre 2014 gli occupati a tempo pieno sono diminuiti di 68 mila unità rispetto allo stesso trimestre dell’anno scorso, mentre la crescita dei posti di lavoro riguarda unicamente occupazione a tempo determinato, +191 mila. La contrazione più marcata è stata rilevata dall’Istat tra i lavoratori permanenti a tempo pieno, calati di 80 mila unità. Il dato diventa ancora più inquietante se si considera come la crescita interessi esclusivamente il part time involontario che riguarda il 63,6% dei lavoratori a tempo parziale. I 122 mila nuovi posti di lavoro creati rispetto al 2013, sempre rimarcando come si tratti di un dato non destagionalizzato, riguardano quindi lavoratori stranieri, prevalentemente anziani, assunti con contratti part time involontari. Per quanto riguarda il genere, si nota come i nuovi posti di lavoro siano cresciuti prevalentemente tra le donne, e a livello geografico l’incremento sia stato particolarmente concentrato nel Centro Italia. L’aumento della disoccupazione riguarda invece prevalentemente gli italiani, cresciuti di 155 mila unità su un totale di 166 mila. L’incremento della disoccupazione è dovuto soltanto alle persone in cerca di lavoro da almeno 12 mesi, che nel terzo trimestre 2014 giungono a 1 milione 875 mila unità (+15,9% pari a 257.000unità). L’incidenza della disoccupazione di lunga durata (dodici mesi o più) sale al 62,3%, dal 56,9% del terzo trimestre 2013.

Lavoratori dello stabilimento Tod's. GABRIEL BOUYS/AFP/Getty Images
Lavoratori dello stabilimento Tod’s. GABRIEL BOUYS/AFP/Getty Images

IL MERCATO DEL LAVORO E IL TASSO DI OCCUPAZIONE – Un quadro più preciso sul mercato del lavoro italiano è indicato dal tasso di occupazione. Questo indice, che viene spesso sottaciuto dai media nonostante sia probabilmente il più rilevante, viene calcolato con il rapporto tra chi ha un’occupazione e la popolazione potenzialmente attiva. In Italia gli occupati sono 22 milioni e 374 mila, e sono rimasti sostanzialmente stabili nell’ultimo anno. I disoccupati sono poco più di 3 milioni, mentre la popolazione in età da lavoro ma inattiva supera di poco i 14 milioni di persone. La maggior parte di esse sono donne, più di 9 milioni di inattive contro i 5 milioni di inattivi maschi. Il vero problema dell’Italia appare questo enorme bacino di persone che pur avendo tra i 15 e i 64 anni, non è occupata e neppure cerca lavoro. Il tasso di occupazione è pari al 55,6%, un dato sensibilmente inferiore rispetto alla media europea, assestata circa 10 punti percentuali sopra. Negli ultimi dieci anni il tasso di occupazione non è mai riuscito ad avvicinare il 60%: nel 2003 si trovava al 56,1%, ed è cresciuto fino allo scoppio della crisi al 58,7%. Dal 2009 la tendenza è diventata negativa, ed è calato continuamente. Nel 2012 il tasso di occupazione era sceso al 55,8% dal 56,9% dell’anno precedente, e l’anno scorso questo dato è peggiorato al 55,6%. Al di là delle doverese sottolineature sulla stagionalità degli ultimi dati, la stessa Istat rimarca come il tasso di occupazione, il valore che mostra quanti occupati il sistema riesca a garantire sulla popolazione di riferimento, cioè la popolazione potenzialmente attiva (composta di occupati, disoccupati ed inattivi in età lavorativa),sia rimasto fermo nell’ultimo anno. A ottobre 2014 il tasso di occupazione è rimasto fermo al 55,6%, con un aumento dello 0,1% rispetto a 12 mesi prima che evidenzia quanto sia sostanzialmente inerte il nostro mercato del lavoro. Il leggero incremento, come si nota dai dati non destagionalizzati, è stato registrato prevalentemente tra le donne. Il tasso di occupazione femminile è cresciuto a livello tendenziale al 46,8%, una percentuale che rimane ancora molto distante dalla media europea. Il tasso di occupazione maschile è invece calato al 64,6% su base annua, a ennesima riprova della debolezza del nostro mercato del lavoro. La nostra economia non cresce da ormai tredici trimestri, e senza un incremento del Pil è pressoché impossibile creare nuova occupazione, a meno che si contragga ulteriormente la già bassa produttività del lavoro italiana.

Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan. Roberto Monaldo / LaPresse
Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan. Roberto Monaldo / LaPresse

IL MERCATO DEL LAVORO E I GIOVANI – I dati poco positivi del mercato del lavoro penalizzano, come ormai consuetudine, i giovani, che sono la fascia più debole della nostra popolazione. A ottobre 2014 sono occupati 928 mila giovani tra i 15 e i 24 anni, in diminuzione dell’1,7% rispetto al mese precedente (-16 mila) e del 2,3% su base annua (-22 mila). La contrazione registrata nel numero degli occupati si riflette nella flessione del tasso di occupazione, pari al 15,5%, che è diminuito dello 0,3% sia livello congiunturale che tendenziale. I disoccupati sono invece cresciuti a 708 mila unità, un incremento del 5,7% rispetto a ottobre 2013, e dello 0,6% nei confronti di settembre 2014. Il tasso di disoccupazione giovanile, che rileva la percentuale di disoccupati tra i 15 e i 24 anni sul totale di quelli attivi (occupati e disoccupati) è pari al 43,3%. L’Istat ha registrato un aumento di 0,6 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 1,9 punti a livello tendenziale. Il calcolo del tasso di disoccupazione esclude gli under 24 inattivi, cioè coloro che non sono occupati e non cercano lavoro, prevalentemente perché impegnati negli studi. La maggior parte degli under 24 sono inattivi, oltre 4 milioni e 300 mila in numeri assoluti. Il tasso di disoccupazione giovanile in Italia è superiore al 40% da ormai quasi due anni. Questa percentuale è significativamente più alta rispetto alla media europea, che si assesta poco sopra al 20%, ed è più che raddoppiata rispetto agli anni antecedenti alla crisi. Nel 2007 il tasso di disoccupazione giovanile era al 17%, e dopo lo scoppio della crisi finanziaria, e le due lunghe recessioni che hanno colpito la nostra economia, è salito stabilmente nel nostro Paese. Una dinamica simile è stata registrata anche nelle altre Nazioni più colpite dall’eurocrisi, come Spagna o Grecia. Il dato però più preoccupante per l’Italia è la forte crescita registra negli ultimi anni dei NEET, i giovani che non sono occupanti e neppure in istruzione o formazione. I NEET under 24 erano circa il 16% della popolazione complessiva tra il 2005 e il 2008, e ora sfiorano il 24%. I Neet tra i 15 e i 29 anni erano poco più del 15% di questa fascia d’età prima dello scoppio della crisi, e ora sono saliti al 27,5% nell’ultimo trimestre del 2014. I NEET tra i 19 e i 29 anni si assestavano tra il 21 e il 22% fino al 2008, e ora sono cresciuti fino al 32,5%. Al di là della stagionalità che si osserva nei dati relativi all’ultimo trimestre, si nota come durante la recessione sia cresciuta in modo significativo la percentuale di giovani che non studiano e non lavorano. Un esercito di 3 milioni e mezzo di under 35, guardando il valore assoluto rilevato dall’Istat nel terzo trimestre 2014, che equivale ad un’enorme distruzione di capitale umano.