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Come l’immigrazione trasforma la politica americana

La riforma dell’immigrazione imposta dal presidente Barack Obama ha evidenziato la crescente importanza di questo tema nella politica statunitense. Il Tea Party, nato come protesta libertaria, si sta trasformando in un movimento anti immigrazione, mentre per i Democratici la regolarizzazione dei migranti entrati in modo illegittimo negli Stati Uniti rappresenta uno degli atti politici più significativi per non alienarsi l’elettorato più fedele in vista delle presidenziali 2016.

Una bambina di un immigrato irregolare espulso.  SAUL LOEB/AFP/Getty Images
Una bambina di un immigrato irregolare espulso. SAUL LOEB/AFP/Getty Images

BARACK OBAMA E L’IMMIGRAZIONE – Dopo diversi anni di fallite riforme per via congressuale il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha deciso di procedere a una maxi sanatoria degli immigrati entrati in modo irregolare, vista l’impossibilità politica e tecnica di procedere a un’espulsione di massa. Negli Usa vivono circa 11,4 milioni di persone che non sono legittimate a risiedere nel Paese, ma da diversi anni la politica statunitense non è riuscita a trovare un’intesa per ovviare a questa situazione. Barack Obama ha deciso così di introdurre due ordini esecutivi, il decreto presidenziale che introduce norme nell’ordinamento federale senza l’approvazione del Congresso, per regolarizzare circa quattro milioni di immigrati. 3,7 milioni è la stima di coloro i quali non hanno diritto a vivere negli Stati Uniti, ma sono i genitori di figli nati o residenti negli Usa. 300 mila sono invece i giovani che sono stati introdotti illecitamente nel Paese quando erano ancora minorenni. Chi dispone di questi requisiti potrà ricevere un permesso di lavoro solo a condizione che abbia vissuto almeno 5 anni, a partire dal 1° gennaio 2010, negli Stati Uniti. Gli ordini esecutivi hanno indicato in 3 anni la durata del piano, così da concedere ai beneficiari della sanatoria garanzie giuridiche dall’espulsione. La misura, come ribadito dal presidente, è solo un primo passo temporaneo, vista la necessità di modificare la legislazione attuale, in un senso restrittivo come vorrebbe l’anima maggioritaria dei Repubblicani, oppure con la regolarizzazione della maggioranza degli stranieri senza permessi di lavoro come auspicato da buona parte dei Democratici. Un conflitto di prospettiva che aveva bloccato la riforma dell’immigrazione approvata al Senato nel 2013, fermata alla Camera dei Rappresentanti dall’ala più oltranzista del Gop, il movimento Tea Party, che in questi anni si è sempre più radicalizzato contro ogni ipotesi di regolarizzazione.

GLI STATI UNITI E L’IMMIGRAZIONE – L’ordine esecutivo annunciato da Barack Obama introduce un’estensione del sistema introdotto dal DACA nell’estate 2012. Anche allora, dopo che il Congresso per metà repubblicano aveva bloccato il Dream Act, il presidente degli Stati Uniti aveva introdotto un decreto che concedeva permessi di lavoro rinnovabili a coloro i quali erano entrati negli Stati Uniti quando avevano meno di 16 anni, avevano vissuto negli Usa in modo continuativo a partire dal luglio del 2007 e non avevano compiuto 31 anni il 15 giugno del 2012, ovvero un mese prima dell’ordine esecutivo. Questo programma ha offerto a più di un milione e mezzo di immigrati irregolari di rimanere negli Stati Uniti, ma ha riscontrato una ferma opposizione congressuale da parte dei Repubblicani. Alla Camera il Gop ha votato diverse volte per togliere i fondi a questo programma. Il nuovo ordine esecutivo dovrebbe trovare un’opposizione ancora più accesa, anche se probabilmente essa proverrà più dalla Camera dei Rappresentati, dove ci sono numerosi parlamentari legati al Tea Party, rispetto al Senato, dove la maggioranza dei repubblicani ha un orientamento più moderato.

La concessione dei permessi di lavoro agli immigrati regolari che hanno figli nati sul suolo americano è l’aspetto più rilevante dell’ordine esecutivo, che riprende però anche altre componenti della riforma dell’immigrazione passata al Senato ma fermata alla Camera dalla maggioranza repubblicana, contraria a qualsiasi ipotesi di maxi sanatoria. Negli Stati Uniti si stima che vivano circa 11,4 milioni di persone senza permessi di lavoro, e le espulsioni, che si concentrano sulla frontiera con il Messico, sono numerose. Durante l’amministrazione Obama sono stati allontanati circa 400 mila irregolari l’anno, anche se il presidente degli Stati Uniti ha evidenziato come non si possano espellere la decina di milione di persone ora residente ed entrata in modo illegale. Questo però non significa affatto che in futuro gli Usa apriranno le porte all’immigrazione irregolare, così come è ancora più probabile che chi non ha i requisiti richiesti dall’ordine esecutivo rischi di essere espulso. Il decreto di Obama concede ai beneficiari dell’amnistia uno stato legale che rende legittima la loro presenza nel Paese, anche se non apre loro un percorso per l’ottenimento della cittadinanza statunitense. Un importante vantaggio ricevuto è la possibilità di acquisire un permesso di guida, come già concesso da alcuni Stati di confine visto l’ingente numero di irregolari presenti sul loro territorio. Per coloro i quali verrà garantito un permesso di lavoro e la possibilità di non essere espulsi sarà obbligatorio pagare le tasse, così ottenendo l’accesso alcune importanti prestazioni sociali pubbliche, come la previdenza e la tutela sanitaria offerte agli over 65 dai programmi Social Security e Medicare.

Proteste contro le politiche sull'immigrazione di Barack Obama. Joe Raedle/Getty Images
Proteste contro le politiche sull’immigrazione di Barack Obama. Joe Raedle/Getty Images

L’IMMIGRAZIONE NEGLI USA E L’OPPOSIZIONE – L’ordine esecutivo sull’immigrazione rappresenta il più importante atto normativo preso negli ultimi due decenni dalla politica americana sull’immigrazione. Negli anni ottanta così come negli novanta i presidenti repubblicani Ronald Reagan e George Bush padre avevano introdotto misure simili a quelle adottate da Barack Obama – i consulenti legali della Casa Bianca hanno richiamato questi precedenti come base giuridica del nuovo ordine esecutivo -, anche se l’impatto e i numeri dei beneficiari erano stati significativamente inferiori. Dall’inizio degli anni novanta fino allo scoppio della crisi l’immigrazione irregolare è esplosa, tanto che la popolazione residente in modo illegittimo è cresciuta fino a 11 milioni di persone. In questi ultimi anni la politica americana ha trovato un consenso solo sulle politiche restrittive, aumentando in modo rilevante i budget delle agenzie preposte al controllo dei confini. Secondo diverse stime sotto l’amministrazione Obama gli Stati Uniti hanno espulso circa 2 milioni di immigrati irregolari, una cifra più alta rispetto agli stranieri allontanati dal predecessore Bush. Per i Repubblicani in realtà Obama ha espulso troppi pochi immigrati, basando questo giudizio sul semplice allontanamento effettuato dalla precedente amministrazione. Fino al 2005 il governo americano preferiva allontanare gli stranieri entrati in modo illegittimo caricandoli semplicemente sui bus, mentre da ormai diversi anni il Dipartimento di Homeland Security, Sicurezza interna, ha deciso di affidarsi a un procedimento di espulsione formale. Una strategia adottata durante gli anni di Bush e confermata da Obama, ma che insieme alla crescente militarizzazione dei confini non ha certo fermato l’opposizione alla crescente immigrazione irregolare. Questo tema era indicato come il più importante della politica americana dal 14% dei votanti alle Midterm 2014, e il 74% di loro hanno votato per i Repubblicani. In questi anni il Gop si è per certi versi europeizzato, spostandosi su toni sempre più ostili verso gli stranieri arrivati in modo illegittimo. Una netta differenza rispetto agli anni dell’amministrazione Bush. L’ultimo presidente repubblicano aveva proposto prima delle presidenziali 2004 una riforma dell’immigrazione che avrebbe offerto un rilevante sollievo a tanti irregolari, una promessa elettorale che ora incendierebbe la base conservatrice. In questa prospettiva è stata particolarmente significativa la trasformazione del movimento Tea Party, che dopo gli esordi anti statalisti e anti tasse ha gradualmente focalizzato la sua attenzione contro l’immigrazione irregolare.

Barack Obaka contestato. MANDEL NGAN/AFP/Getty Images
Barack Obaka contestato. MANDEL NGAN/AFP/Getty Images

L’IMMIGRAZIONE E LE PRESIDENZIALI 2016 – Diversi sondaggi condotti in questi giorni hanno rilevato come la maggioranza degli statunitensi approvi nel merito la decisione di Barack Obama, ma sia contraria alla forma. L’ordine esecutivo è stato rappresentato dal presidente come una sfida ai Repubblicani, invitati a passare una legge che possa riformare il sistema dell’immigrazione negli Stati Uniti. Il Gop appare unito nella risposta negativa a Barack Obama, ed è assai probabile che nelle prossime settimane partirà un assalto congressuale per togliere i fondi alle agenzie federali che devono gestire il programma di regolarizzazione degli stranieri “amnistiati” dall’ordine esecutivo, come già fatto per contrastare il sistema DACA. I Repubblicani sono però consapevoli di come una battaglia troppo aspra contro l’immigrazione irregolare, condivisa dalla propria base conservatrice, possa alienare i consensi delle minoranze etniche, in particolare modo gli americani di provenienza ispanica. I maggiori beneficiari dell’ordine esecutivo di Obama sono gli irregolari di origine messicana, residenti prevalentemente in California e Texas. Un rilevante impatto ci sarà in altri grandi Stati come New York e Illinois, così come per uno dei principali campi di contesa per le presidenziali, la Florida, dove si stima vivano più di 250 mila irregolari. L’immigrazione è uno dei temi più sentiti dall’elettorato statunitense, come evidenziato alle Midterm, e l’iniziativa presidenziale di Obama conferma la radicale differenza di strategia e di proposta tra Democratici e Repubblicani. Il partito del presidente mira a rafforzare il consenso della minoranza etnica più rilevante degli Stati Uniti, gli ispanici, che alle scorse elezioni furono decisivi per la conferma di Obama. Il Gop ha preferito invece concentrarsi sulla problematica costituzionale costituita dalla decisione del presidente, evitando per il momento di proporre una politica alternativa sull’immigrazione, al di là del contrasto al finanziamento degli ordini esecutivi della Casa Bianca.

La lotta all’immigrazione irregolare potrebbe diventare per i Repubblicani l’equivalente della battaglia alla riforma sanitaria condotta negli anni scorsi, e così influenzare il processo di nomination presidenziale. I latinos sono però massicciamente schierati in favore dell’iniziativa di Obama, e il Gop ha bisogno di una crescita in questo segmento demografico per poter essere ancora più competitivo alle prossime elezioni. Nel 2008 e nel 2012 gli elettori di origine ispanica hanno rappresentato il 9 e il 10% dei votanti complessivi, e hanno consegnato al presidente un margine nazionale di circa 4, 5 punti percentuali. Un consenso massiccio, che i Repubblicani hanno bisogno di infrangere visto che alla luce delle tendenze demografiche gli elettori ispanici dovrebbero crescere nel 2016.