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Mafia, il protocollo farfalla: «Soldi ai boss in cambio di informazioni»

Il procuratore generale Roberto Scarpinato ha chiesto l’ammissione di nuove prove nel giudizio contro Mori e Obinu. Il processo è quello d’Appello per la mancata cattura di Bernardo Provenzano, che vede imputati gli ex alti ufficiali del Ros Mario Mori e Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento a Cosa Nostra e assolti in primo grado nel luglio 2013. Mori, che ha rinunciato alla prescrizione e persegue la piena assoluzione, fu a capo del servizio segreto militare tra il 1972 e il 1975, quando i vertici del Sid furono coinvolti in trame golpiste e despistaggi, nel 2001 Mori assunse poi la direzione del Sisde, il servizio segreto civile.

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IL COLPO DI SCENA – Ora il colpo di scena, con il procuratore generale Roberto Scarpinato che ha chiesto di riaprire la fase dibattimentale. Sull’ex alto ufficiale, la procura ha infatti raccolto nuovi elementi probatori,  che consistono in una quindicina di documenti desecretati dal recente provvedimento del governo Renzi, compreso un appunto molto imbarazzante: «nel quale si fa riferimento a Mori, indicato col criptonimo “dr. Amici”, per comunicazioni urgenti concernenti la fuga di Licio Gelli, indicato come “Gerli”». Il resto dice che se l’allontanamento dall’Italia del Gran Maestro «danneggiava Mr. Vito» (probabilmente Vito Miceli, l’ex capo del Sid, piduista, già arrestato) «fate in modo di fermarlo, se è meglio che se ne va, lasciatelo partire». L’elenco delle nuove prove indicate da Scarpinato e Patronaggio è lungo da sembrare già una requisitoria e Mori in aula ha ascoltato prendendo appunti, rimandando alla requisitoria della difesa ogni replica.

LA P2 E ANCHE LA TRATTATIVA TRA STATO E MAFIA – In questo procedimento Mori è chiamato a rispondere per la presunta trattativa tra Stato e mafia, dopo l’assoluzione definitiva per la perquisizione mai fatta al covo di Riina nel 1993 e quella di primo grado per la mancata cattura di Bernardo Provenzano nel 1995. Chiaro l’intento della Procura di dimostrare che anche quando era ufficiale di polizia giudiziaria «ha sempre mantenuto il modus operandi tipico di un appartenente a strutture segrete, perseguendo finalità occulte, e per tale motivo ha sistematicamente disatteso i doveri istituzionali di lealtà istituzionale, traendo in inganno i magistrati».

IL PROTOCOLLO FARFALLA – Tra le novità assolute è emerso il «Protocollo Farfalla», un’operazione «per la gestione di soggetti di interesse investigativo» che secondo Scarpinato aveva un «punto critico»: «La mancanza di un controllo di legalità da parte della magistratura, unico organismo preposto alla gestione dei collaboratori di giustizia secondo severe e garantiste disposizioni di legge».Il programma, che in sintesi si risolveva nel pagare soggetti appartenenti alla criminalità organizzata per ottenere informazioni, ha interessato diversi esponenti della criminalità organizzata, tra i quali quattro esponenti di Cosa Nostra: Cristoforo «Fifetto» Cannella, condannato all’ergastolo per la strage di via D’Amelio; Salvatore Rinella, della mafia di Caccamo, considerato vicino al boss Nino Giuffrè, braccio destro di Provenzano, Vincenzo Buccafusca e il catanese Giuseppe Di Giacomo, del clan Laudani. Tra i calabresi della ndrangheta c’è Angelo Antonio Pelle, mentre per la camorra ci sono Antonio Angelino e Massimo Clemente. Non c’è indicazione dell’esito di queste operazioni né di quanto siano costate, si sa però che furono perseguite di nascosto dall’autorità giudiziaria e in violazione alle severe disposizioni di legge che regolano questo genere d’attività.

UNA PROCEDURA FUORI CONTROLLO – Il protocollo appare all’improvviso ed entra nel processo grazie alla pubblicazione di un appunto del Servizio datato luglio 2004, chedà conto di una «avviata attività di intelligence convenzionalmente denominata Farfalla, attraverso l’ingaggio di preindividualizzati detenuti». Dopo aver verificato una «disponibilità di massima» a fornire informazioni da un gruppo di reclusi al «41 bis», il regime di carcere duro, «a fronte di idoneo compenso da definire». Il rapporto era fondato «esclusività e riservatezza», gli informatori non potevano parlare con altri, né altri dovevano sapere della loro collaborazione, il che significa che solo il Sisde decideva se e quando avvertire inquirenti e investigatori, e di che cosa. Anche la gestione economica appare del tutto opaca, con pagamenti effettuati in via riservata e «gestione finanziaria a cura del Servizio», che consegnava somme di denaro «in direzione di soggetti esterni individuati dagli stessi fiduciari», familiari o persone di fiducia dei detenuti che bendevano informazioni a Mori.