Quei cento discorsi immortali che hanno segnato la Storia

di Alberto Sofia | 13/09/2014

Ci sono discorsi immortali che hanno cambiato il corso degli eventi. Parole e idee che hanno fatto la Storia, nel bene e nel male. In ogni epoca, in ogni parte del mondo, ci sono stati uomini e donne che hanno saputo indicare agli altri il futuro attraverso la forza dei loro discorsi.

C’è un libro che merita di essere letto e che seleziona quegli interventi pubblici più significativi, inquadrati nel loro contesto storico. Un lavoro a quattro mani, pubblicato da “Editori Internazionali Riuniti” e firmato da Gianluca Lioni, già leader dei “giovani curdi” (corrente del Pd nata tempo fa come alternativa dei giovani turchi) e ora membro della direzione Nazionale dei democratici, e da Michele Fina, storico nemico di Luigi Lusi in Abruzzo, e ora collaboratore del Ministro della Giustizia Andrea Orlando. Una raccolta per ripercorrere la Storia, attraverso le parole dei suoi protagonisti. Dal modello di democrazia ateniese rivendicato da Pericle a quello dell’America di Obama, dall’ultimo messaggio di Salvador Allende ai cileni, al giuramento di Nelson Mandela, l’uomo simbolo della lotta all’apartheid, come presidente del nuovo Sudafrica. Passando per l’Italia di Garibaldi e Cavour, il profetico “I have a dream” di Martin Luther King, il commovente Robert Kennedy sui limiti del Pil, il «Siate affamati, siate folli» di Steve Jobs, simbolo di una generazione.

 

Discorsi Storia Europa Schuman
I 100 discorsi che hanno segnato la Storia“, di Gianluca Lioni e Michele Fina, Editori Internazionali Riuniti

 

LA DICHIARAZIONE SCHUMANNe abbiamo scelto uno (che riportiamo insieme alla recensione dei due autori), quello pronunciato il 9 maggio 1950 a Parigi dallo statista Robert Schuman, considerato uno dei più importanti «architetti» del piano di integrazione europea. Proprio in un momento in cui l’Ue frena sotto il peso della crisi economica ed è scossa dalle correnti euroscettiche, quello di Schuman (e non solo) è un progetto da rilanciare, abbandonando quelle politiche di austerity e rigore che si sono rivelate inadeguate e che hanno aumentato la distanza dei cittadini dalle istituzioni comunitarie.

Parigi, 9 maggio 1950. Nella Sala dell’Orologio del Quai d’Orsay si accalcano duecento giornalisti, convocati per l’annuncio di una «iniziativa di grande importanza». Non è trapelata nessuna indiscrezione e l’attesa e la curiosità sono palpabili. Il ministro degli Esteri Robert Schuman ha preparato la dichiarazione in gran segreto, e ottenuto il beneplacito entusiasta del cancelliere tedesco Konrad Adenauer. Schuman entra nella stanza e raggiunge il proprio posto dietro il tavolo con il microfono. Alla sua destra siede Jean Monnet, l’ideatore del piano visionario che sta per essere annunciato, emozionato come a un battesimo. Schuman inforca gli occhiali e inizia a leggere:

«La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano. Il contributo che un’Europa organizzata e vitale può apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche. La Francia, facendosi da oltre vent’anni antesignana di un’Europa unita, ha sempre avuto per obiettivo essenziale di servire la pace. L’Europa non è stata fatta e abbiamo avuto la guerra.

Nella sala cala il silenzio, Schuman prosegue:

«L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creeranno anzitutto una solidarietà di fatto. L’Unione delle nazioni esige l’eliminazione del contrasto secolare tra la Francia e la Germania: l’azione intrapresa deve concernere in prima linea la Francia e la Germania».

Scandisce il ministro, consapevole della storicità delle sue parole:

«A tal fine il Governo francese propone di concentrare immediatamente l’azione su un punto limitato ma decisivo. Il Governo francese propone di mettere l’insieme della produzione franco-tedesca di carbone e di acciaio sotto una comune alta autorità, nel quadro di un’organizzazione alla quale possano aderire gli altri paesi europei. La fusione delle produzioni di carbone e di acciaio assicurerà subito la costituzione di basi comuni per lo sviluppo economico, prima tappa della Federazione europea, e cambierà il destino di queste regioni che per lungo tempo si sono dedicate alla fabbricazione di strumenti bellici di cui più costantemente sono state le vittime».

Continua Schuman:

«Questa proposta, mettendo in comune le produzioni di base e istituendo una nuova alta autorità, le cui decisioni saranno vincolanti per la Francia, la Germania e i paesi che vi aderiranno, costituirà il primo nucleo concreto di una federazione europea indispensabile al mantenimento della pace».

Spiega:

«L’alta autorità comune, incaricata del funzionamento dell’intero regime sarà composta di personalità indipendenti designate su base paritaria dai Governi; un presidente sarà scelto di comune accordo dai Governi; le sue decisioni saranno esecutive in Francia, Germania e negli altri paesi aderenti».

I giornalisti sono sorpresi, spiazzati. Questo discorso che è passato alla Storia come “Dichiarazione Schuman” è considerato l’atto di nascita del progetto di integrazione europea. Oggi, in una fase incerta e travagliata dell’Unione, rischiamo di non percepire l’eccezionalità di quell’annuncio, la sua portata innovativa e visionaria, lo stupore suscitato. Dimentichiamo che le rivalità hanno lacerato l’Europa per secoli e che proprio il nostro continente ha partorito le due sanguinose Guerre Mondiali. Quando nel ’50 in nome della pace e della solidarietà parte questo progetto, il carbone è la fonte energetica primaria ed è di vitale importanza. Anche per controllare carbone e acciaio era scoppiato il conflitto finito soli pochi anni prima. Grazie alla lungimiranza di De Gasperi, l’Italia sarà il primo paese ad associarsi a Francia e Germania, seguita alcune settimane dopo da Belgio, Olanda e Lussemburgo. In quei popoli, che avevano sofferto alcune delle pagine più cupe e tragiche del Novecento, quel 9 maggio fu un giorno di festa e commozione.

(Da I 100 discorsi che hanno segnato la Storia, di Gianluca Lioni e Michele Fina, Editori Internazionali Riuniti)