Le donne curde che combattono lo stato islamico

di Maghdi Abo Abia | 13/09/2014

Foreign Policy racconta la storia delle donne di etnia curda che combattono ogni giorno in Iraq i miliziani dello Stato Islamico nato dall’attività dell’Isis. Perché la guerra non è più solo una cosa da uomini. E spesso le donne non sono semplici soldati, ma possono anche godere di posizioni di comando, come Avesta, turca di etnia curda, 24 anni, pronta a combattere gli islamisti.

(Lapresse-AP Photo via AP video)
(Lapresse-AP Photo via AP video)

L’ARRIVO IN IRAQ ED I PRIMI COMBATTIMENTI – La donna incontra i commilitoni, discute con loro tra tazze di the e caffé cosa fare nella loro base, uno studentato nella città irachena di Makhmour, a dieci chilometri dalla line del fronte degli islamisti, circondati dai loro Kalashnikov. Avesta guida una guarnigione di 13 combattenti, di cui otto donne, tutti provenienti dalle fila del Pkk, il partito dei lavoratori curdo. Arrivano tutti dalle montagne del Qandil, una regione divisa tra Iraq, Turchia e Siria, e fanno parte delle centinaia di curdi che hanno scelto di recarsi nel nord dell’Iraq per combattere il nemico. Appena arrivati, il sei agosto, sono stati coinvolti in una battaglia durata quattro giorni e che ha permesso loro di riguadagnare il controllo di una zona abitata da oltre 10.000 curdi rifugiati dalla Turchia, tra cui molti sostenitori del Pkk.

 

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L’ARRUOLAMENTO NEL PKK – Nel corso della battaglia Avesta ha sparato contro i nemici ed ha coperto i propri compagni durante l’avanzata: «Non erano dei combattenti così capaci come ha affermato la propaganda. Principalmente combattono usando l’artiglieria pesante, mortai e artiglieria», ha spiegato la donna, già esperta di battaglie visto che ha combattuto contro la Turchia, sempre tra le fila del Pkk, nel 2005, nel 2008 e nel 2012. La prima volta aveva 15 anni. Decise di combattere dopo aver visto il corpo del fratello mutilato durante un combattimento. Era un soldato del Pkk e morì nel 2005. Allora lasciò la sua casa di Van, in Turchia. E l’esperienza pregressa con i soldati di Ankara è sicuramente servita: «I soldati dello stato islamico combattono con rigore ma non è stata una sfida difficile come quelle precedenti con l’esercito turco. Loro hanno aerei da combattimento ed un’altra potenza aerea», ha continuato la donna.

LA REALTÀ DI UNA COMBATTENTE – A spingerli a combattere in Iraq la visione delle violenze condotte dai jihadisti contro i curdi della regione del Sinjar e di altre zone dell’Iraq. A quel punto lei insieme alla sua unità si è unita al primo gruppo di militanti del Pkk spediti a Makhmour, alle dipendenze del comando posto sulle montagne di Qandil. Avesta ha aggiunto che il comando gode anche di un coordinamento limitato con le truppe curde irachene, i Peshmerga. Avesta è arrivata fin qui dopo aver superato un duro campo d’addestramento che ha plasmato anche la sua mente, imparando ad usare armi ed a vivere in isolamento tra le montagne, in una situazione in cui si vietano le relazioni amorose e si riducono al minimo i contatti con le rispettive famiglie.

I RISCHI DEL FUTURO – Ed è tra le montagne che Avesta capì come le donne potevano essere forti e come il Pkk, un’associazione di stampo marxista, preveda la presenza di donne anche nei posti di comando, tanto che la metà dei leader è appunto donna, una rarità nei paesi musulmani. Ed i suoi commilitoni seguono fedelmente i suoi ordini come Kendal, 19enne maschio, che spiega come Avesta dia ordini ed istruisca sulle tattiche da seguire. Il loro compito è però gravato dalla lettura che il mondo dà del Pkk, un’organizzazione identificata come terrorista. Continua Avesta: «ci chiamano terroristi ma noi salviamo i civili, i jihadisti li decapitano». Ma se dovessero vincere contro l’Isis e stabilirsi nel Kurdistan iracheno, scatenerebbero l’irritazione delle Turchia che non apprezzerebbe la presenza di un vicino tanto ingombrante e pericoloso. Con il rischio che Avesta, insieme alle sue compagne, potrebbero presto combattere un nuovo nemico. (Photocredit Lapresse)

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