Scuola, i punti critici di una buona riforma

di Tommaso Caldarelli | 04/09/2014

Quella di Matteo Renzi potrebbe essere davvero #labuonascuola. Al di là dei giudizi di merito, la proposta emersa dagli uffici tecnici del governo e del ministero dell’Istruzione è, obiettivamente, una rivoluzione per molti aspetti. E’ un testo organico che cerca di affrontare molti dei nodi irrisolti, e ormai incancreniti, di un sistema platealmente malfunzionante.

Perché la scuola italiana non funziona. Lo dimostrano le classifiche internazionali fra cui l’ultima, quella stilata dall’Economist Intelligence Unit, che pone il sistema scolastico italiano al 25mo posto su 40, scavalcato “dalle scuole dell’Est asiatico e da quelle dell’Europa del nord”, per non parlare dei dati sull’abbandono scolastico, di cinque punti superiore alla media europea con particolare allarme, chiaramente, per il sud d’Italia. Il pacchetto Renzi che abbiamo illustrato su queste pagine affronta in maniera globale il problema della scuola: precari e reclutamento, meritocrazia, finanziamenti, ruolo del preside,  programmazione. 

Come tutte le riforme chiaramente è perfettibile, e allora ecco alcuni punti su cui ci sembra opportuno sollecitare l’attenzione del governo, alcuni punti che, se trascurati, potrebbero rendere l’intero impianto molto più fragile e attaccabile. Primo, chiaramente, il problema è quello delle coperture: riguardo l’assunzione dei precari dalle opposizioni arrivano già i primi dubbi sui margini di finanziamento, e il governo di Matteo Renzi, al di là degli annunci, negli ultimi mesi si è dimostrato traballante sul punto. Insomma, si attendono certezze inoppugnabili e si aspetta l’esecutivo alla prova dei fatti, perché l’assunzione in blocco dei precari è l’unica parte della riforma su cui tutti gli interessati – presidi, studenti, sindacati – sono davvero d’accordo.

L’assunzione dei precari, si legge poi nel piano, implica la disponibilità da parte degli insegnanti a spostarsi di provincia o, in alcuni casi, di regione, e già sul punto è facile prevedere reazioni sindacali. Importanti anche le linee guida sull’annosa questione dei finanziamenti dei privati alle scuole: è chiaro che la strada ideale è quella di recuperare un corposo finanziamento pubblico alla scuola, ma la partecipazione dei privati al finanziamento di alcune strutture specifiche – ad esempio i laboratori – può essere certamente appoggiata, sopratutto se i privati ricevono in cambio, come vi è scritto, esclusivamente sconti fiscali. In questo modo le aziende sono incentivate ad investire sulla scuola con un ritorno puramente esterno alla politica di istituto, e nelle linee guida non si parla di un ruolo dei privati nel consiglio di Istituto, che era un cardine delle riforme Moratti-Gelmini-Aprea e che molto ha preoccupato gli studenti. Dunque, questo tipo di finanziamento privato alla scuola può andar bene, ma attenzione: anche qui, quali coperture? Promettendo incentivi fiscali per le aziende, proprio mentre l’elaborazione della legge di Stabilità mira a metter mano a questi incentivi, le coperture sono garantite?

I sindacati studenteschi si sono già scagliati contro l’ipotesi dell’inserimento del crowdfunding nel sistema della scuola, certamente può sembrare inopportuno ma in fin dei conti sembra essere un aspetto  marginale dell’impianto complessivo della riforma. Molto più centrali due aspetti: la valutazione meritocratica dei docenti e il rinnovato ruolo del preside. Riguardo la prima, è francamente davvero una battaglia di retroguardia difendere gli scatti di anzianità in maniera pura, semplice e automatica, sopratutto perché gli scatti di anzianità non sono eliminati dalla riforma (si chiameranno scatti di competenza) ma saranno affiancati da scatti meritocratici; piuttosto, vale la pena concentrarsi sul tema che causerà scintille, ovvero: quali criteri per il giudizio meritocratico? Particolare sarà il ruolo del cosiddetto Nucleo di Valutazione Interno, su cui bisognerà vigilare attentamente.

Per quanto riguarda la figura del preside, è chiaro e palese che il dirigente scolastico acquisterà un ruolo di primo piano, con la capacità anche di assumere e licenziare i docenti che entreranno a far parte del cosiddetto “organico funzionale” – sul quale si registrano già le prime critiche, ma siamo sicuri che saranno pochi i precari a rifiutare la prospettiva di essere stabilizzati, pur senza cattedra. E dunque sarà importantissimo inserire un sistema di valutazione, oltre che dei docenti, dei presidi: il dirigente scolastico fra autonomia di assunzione e rapporti con il territorio finirà per avere un potere davvero pregnante sia all’interno che all’esterno della scuola. Come bilanciamento del suo ruolo le linee guida parlano di “un nuovo protagonismo dei docenti e da un maggiore coinvolgimento dei genitori, degli studenti e del territorio di riferimento” magari con una riforma davvero più incisiva degli organi collegiali; tutti dossier su cui aspettiamo, e anche i sindacati degli studenti dovrebbero aspettare, il governo al varco.

Chiudiamo con quelle che secondo chi scrive sono due piccole gemme della riforma: primo, sistema di valutazione scolastico esteso anche alle scuole private, un primo e concreto passo – bisognerà vedere quanto efficace, speriamo molto – contro diplomifici e istituti che ogni estate salgono alle cronache per gli scandali che creano; secondo, riforma del sistema del sostegno, correttamente identificato come inefficace per i ragazzi disabili e spesso visto dai docenti come ammortizzatore sociale e porta di ingresso alle cattedre della scuola. Per chiunque ami la scuola pubblica – e chi scrive è uno di questi – la riforma Renzi è da lodare per i tanti punti di forza e da tenere sotto controllo per alcuni, specifici punti di criticità. Certo non da bocciare per partito preso e per dubbie ragioni che non possono non apparire di conservatorismo sociale e sindacale.