Voto di scambio mafioso, con la riforma reato più difficile da dimostrare

di Alberto Sofia | 29/08/2014

Era stata esaltata dal governo Renzi e dalla maggioranza come una norma perfetta e rigorosa, in grado di arginare le connivenze e gli scambi illeciti tra mafia e politica. Alla prova pratica, la nuova disciplina sul voto di scambio politico-mafiosoapprovata tra le polemiche in Parlamento lo scorso aprile, si è rivelata subito inefficace. Il primo a beneficiarne è stato Antonello Antinoro, ex deputato dell’Udc all’Assemblea regionale siciliana, già condannato in Appello a 6 anni con l’accusa di aver incontrato prima delle elezioni regionali del 2008 alcuni esponenti della cosca palermitana di Resuttana per stringere un accordo elettorale. Per lui la Cassazione ha disposto che venga celebrato un nuovo processo di appello. 

 

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VOTO DI SCAMBIO, INEFFICACE LA RIFORMA DEL 416TER – Per la conferma della condanna non è bastato alla Suprema Corte l’incontro con i boss e una mazzetta per acquistare, al prezzo di 50 euro ciascuna, 60 preferenze dalla famiglia mafiosa. Il motivo? Se le modifiche al 416ter del Codice penale hanno allargato l’ambito di applicazione, prevedendo come contropartita per il procacciamento dei voti non soltanto il denaro, ma anche “altre utilità” (ovvero promesse di favori, appalti, concorsi pubblici “addomesticati” e non solo), ha però anche ristretto la fattispecie, prevedendo espressamente che i voti vengano procurati con “modalità mafiose“.

Nel caso di Antinoro, bisognava così dimostrare non soltanto che il politico sapeva di poter contare sul potere d’intimidazione mafioso. Ma pure che le cosche si fossero impegnate con lo stesso politico per esercitare questa forza. Così, dopo che la difesa dell’imputato aveva richiesto l’applicazione in via retroattiva della nuova normativa del 416ter, Antinoro ha potuto incassare il rinvio. L’Appello è da rifare, con il politico che va ormai verso l’assoluzione.

VOTO DI SCAMBIO MAFIOSO PIÙ COMPLICATO DA DIMOSTRARE –  La Cassazione, nelle motivazioni, è stata chiara: con la legge di aprile è stato inserito «un nuovo elemento costitutivo della fattispecie incriminatrice», in grado di rendere, rispetto alla versione precedente, «penalmente irrilevanti condotte pregresse consistenti in pattuizioni politico-mafiose che non abbiano espressamente contemplato concrete modalità mafiose di procacciamento voti». Tradotto, il reato è diventato molto più complicato da dimostrare. Altro che norma perfetta, come aveva rivendicato la maggioranza.

Già nei giorni tesi del passaggio parlamentare, segnati dalle accuse lanciate dal M5S al Pd, era stato denunciato anche un altro nodo, quello della diminuzione degli anni di pena. Rispetto a una prima formulazione approvata in aula, con pena tra i 7 e i 12 anni, alla fine si era optato per un minimo di 4 anni e un massimo di 10, scatenando le proteste dei pentastellati. Ma non solo: anche la campagna “Riparte il Futuro” di “Libera” e “Gruppo Abele”, aveva espresso le sue perplessità sulla riduzione delle pene, chiedendo che fossero ripensate in un «generale inasprimento di tutti i reati di mafia. A partire dal 416 bis, oggi sanzionato con condanne inferiori a quelle previste per l’associazione a delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti». Ma a far temere per uno svuotamento della normativa era soprattutto la necessità di dimostrare le “modalità mafiose” del procacciamento degli elettori. Lo stesso pm Nino Di Matteo aveva definito la riforma del 416ter approvata dal Parlamento come «un’ulteriore occasione persa». 

IL CASO DI ANTONELLO ANTINORO –  Dubbi e timori che si sono dimostrati fondati, in base alla vicenda Antinoro e all’intervento della Cassazione. Il politico finì sotto inchiesta nel 2009 quando due pentiti, Manuel Pasta e Michele Visita, lo accusarono rivelando i suoi incontri con i boss. Il primo riferì dei tremila euro che l’Assessore regionale dell’Udc avrebbe pagato ai boss Agostino Pizzuto ed Antonino Caruso, per ottenere in cambio il pacchetto di voti per le Regionali del 2008. Il collaboratore di giustizia spiegò anche di «non conoscere direttamente Antinoro», ma di sapere che la moglie di Salvatore Genova, reggente della famiglia di San Lorenzo, aveva incassato soldi dal politico. Una mazzetta consegnata in due diverse tornate in due buste, destinate al mantenimento delle famiglie dei detenuti, in cambio dei voti. L’altro pentito, Visita, aveva anche spiegato ai pm di aver assistito, nello studio medico del dottore Domenico Galati, al passaggio di denaro tra Antinoro e i boss: «Il denaro venne dato in contanti e poi fu consegnato alla moglie di Genova. Questi soldi erano dati in cambio dei voti che noi, effettivamente, gli abbiamo fatto avere per le elezioni del 2008», spiegò. Ma non solo. Su Antinoro pesavano anche una serie di intercettazioni, dalle quali è emerso l’impegno di Cosa Nostra per mantenere fede all’accordo con il politico. Non abbastanza, però, per condannare in modo definitivo Antinoro, dopo la riforma del 416ter.