Zdenek Zeman a cuore aperto

di Maghdi Abo Abia | 15/08/2014

Zdenek Zeman a cuore aperto sul calcio, su Carlo Tavecchio, Claudio Lotito, il razzismo ed il calcio di oggi in un’intervista rilasciata a Malcom Pagani sul Fatto Quotidiano, ripreso da Dagospia. Zeman rivela il suo apprezzamento per Giampiero Ventura, allenatore del Torino, e rimpiange il calcio una volta fato di passione mentre oggi è peggiorato: «Certo che ho nostalgia. Di tutte le cose belle del lavoro e della vita che sono svanite e degli angoli a Sud che ho dovuto lasciare. Peccato. So che la bellezza di ieri non si può riprodurre, ma ho a lungo sperato che la parte sana dello sport che abito da quasi mezzo secolo, quella incontrata al principio tra Palermo, Licata e Foggia, potesse evolvere e migliorare ulteriormente. Invece siamo riusciti solo a peggiorarlo il calcio. Peccato». E parlando di Tavecchio e Lotito, si limita ad un laconico: «non scendo fino a loro».

(Daniele Mosna / LaPresse)
(Daniele Mosna / LaPresse):

ZDENEK ZEMAN, IL PASSATO – Zeman, nato in Repubblica Ceca, ricorda con nostalgia la sua vita a Praga 4, nei pressi del ponte di ferro. Tale nostalgia passa parlando del calcio di oggi e del suo rapporto con il sistema calcio, dell’affetto dei tifosi e del rapporto con i tifosi:

Nel sistema mi sento solo, nella quotidianità no. La gente che come me non appartiene al sistema di potere mi apprezza e mi vuol bene. In Sardegna come a Roma. Sembra una sciocchezza, ma non lo è. L’affetto mi ripaga di ogni amarezza. È difficile cambiare il sistema calcio perché il sistema ha questi personaggi. Tavecchio è stato eletto perché ha l’appoggio di questi signori. Tutto qui, senza sorpresa

UN SISTEMA CHE SI ALIMENTA DA SOLO – Secondo Zeman la nomina di Tavecchio, un uomo sostenuto dal sistema calcio, rappresenta la prova del fatto che in questo modo non c’è niente che possa cambiare, con il sistema che sarà sempre identico a sé stesso: «Forse gattopardescamente, si voleva cambiare guida perché non cambiasse nulla. Se si vuole rinnovare, si cambiano le persone. Altrimenti si va avanti così. È difficile che si cambi davvero orizzonte senza cambiare i personaggi, mi pare logico.Sono andati avanti così. Restituendo un’idea padronale del pallone». Zeman ha poi spiegato che anche se fosse stato un grande elettore, non avrebbe saputo cosa scegliere tra Tavecchio ed Albertini:

Non posso giudicare, non ho elementi. Sono fuori da quel giro. Non conosco i programmi, cosa vogliano davvero fare o non fare. il movimento non è abbastanza coeso e non c’è una linea comune. Oggi come ieri mi sembra che il principale obiettivo di chi governa il gioco sia il business e che i padroni del pallone si interessino poco al calcio giocato.

Interpellato sulla possibilità di aver potuto seguire il consiglio di Marcello Lippi che dieci anni fa lo invitò ad andare altrove con le parole: «Non si può criticare il sistema facendone parte», Zeman ha risposto:

Se a uno non piace il mare in cui nuota, può sempre decidere di non bagnarsi in quell’acqua. Il discorso mi invitava a togliermi dai piedi e suonava più o meno così. Invece io sono rimasto nel calcio perché mi piace. Ho sempre cercato di fare qualcosa per migliorarlo, forse non abbastanza.

E dopo aver ammesso di aver commesso errori nella propria carriera, spiegando di non aver mai coltivato il dogma dell’infallibilità, Zeman contiua spiegando che a suo dire può esserci il sospetto che nella corsa all’elezione del presidente Figc possa essere andata in onda una replica del cabaret in cui i protagonisti non temono i rivali:

Sì, il sospetto c’è, ma ripeto: per me è difficile giudicare. Son due mesi che sento parlare di candidati, ma di programmi reali e proposte focalizzate su quel che bisognerà fare domani, non ne ho sentite.

NESSUN RAZZISMO – Secondo Zeman però le parole di Tavecchio su Opti Pobà e sul razzismo non sono da condannare, così come quelle del ministro degli interni che ha parlato di vu cumprà in spiaggia:

Il razzismo è un’altra cosa. Significa odiare l’altra razza e né Tavecchio né Alfano odiano l’altra razza. Qualcuno ha evocato il razzismo, ma è un’etichetta che non mi convince. Un automatismo troppo facile. Se tifosi fischiano nero è razzismo, se tifosi fischiano bianco è normale. Qualcosa non torna. Io sono bianco, ma a Torino, per dire, sono stato trattato molto peggio di quanto non sia mai accaduto a Balotelli.

Zeman ha poi parlato del suo rapporto con la Juventus a partire dalla frase di Gianni Agnelli che aveva definito il boemo «il nipote di Vycpalek e dovrebbe esserci grato. Portandolo in Italia, noi abbiamo salvato Vycpalek dalla Cecoslovacchia comunista»:

La Juve comunque non salvò proprio nessuno. All’epoca mio zio era considerato il più grande talento del calcio ceco. Quindi la Juve, semplicemente, comprò un giocatore. Un giocatore importante.

Tornando a parlare di calcio e delle ipotesi per salvarlo, per Zeman la ricetta è semplice:

Il calcio italiano ha grandi tare. Soffrono i settori giovanili, manca la cultura del lavoro, domina l’ossessione per il risultato da raggiungere a qualsiasi costo.Per lei la regola non vale. Per me vale l’unica regola a cui mi sia sempre appellato. Lavorare per far divertire il pubblico.

Parlando dei tifosi, della violenza e della finale di Coppa Italia, Zeman è chiaro:

Allo stadio Olimpico, per la finale di Coppa Italia, c’ero anch’io. Ho visto tutto e come è ovvio, ho riflettuto. Non riesco a catalogare questa gente chiamandola “tifosi”. Non hanno interessi sulla partita giocata né sullo spettacolo, ma hanno molti altri seri problemi. Quello che non possono fare in mezzo alla strada, magicamente, diventa lecito allo stadio. Se lo fanno in mezzo alla strada pagano, invece in quella zona franca possono sfogarsi e fare di tutto perché ogni nefandezza gli è permessa. I veri tifosi sono altri e ce ne sono tanti. Tantissimi anche in quella sera di maggio all’Olimpico. Sessantamila persone che del signor Carogna non sapevano nulla e 150 individui che tenevano in ostaggio tutti gli altri. Cercare di eliminare quei 150 per dare al resto dello stadio la possibilità di godersi pienamente lo spettacolo è un problema non più rimandabile.

Zeman parla poi della questione legata alla realizzazione degli stadi, attaccando i progetti dei vari Presidenti:

Si discute molto di nuovi stadi sicuri da costruire. Sul tema il Parlamento ha lavorato senza sosta.Il problema della modernità degli stadi italiani esiste, però quelli che ne parlano e si sono adoperati per far passare le leggi in Parlamento, mi pare guardino ad altri obbiettivi. Se non immaginano palazzi e supermercati da costruire intorno allo stadio non sono contenti.Quindi? Quindi per me costruire nuovi stadi non è esigenza di calcio, visto che è esigenza di altra natura. Invece di edificarli da zero, si potrebbero aggiustare. Per tacere del fatto che a Roma, un posto per lo stadio migliore di quel che c’è adesso, non esiste.Anche la Lazio vorrebbe una nuova casa.

 

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LE PERPLESSITÀ SU CONTE – Zeman spiega poi che secondo lui Antonio Conte non è la migliore scelta per la Nazionale:

Il termine è sbagliato. Non esiste l’allenatore della Nazionale. Non c’è tempo per lavorare, convocare i giocatori, ridurre le proteste delle società. Conte è bravo, ma in quel ruolo non lo vedo. Perché Conte è un allenatore. Ha bisogno del campo. Ha bisogno di urlare, di guardare in faccia i giocatori. Tutte cose che con i calendari attuali confinano con l’utopia.

Il successore di Prandelli dev’essere un uomo che, secondo Zeman, abbia l’occhio per scegliere i giocatori più in forma e quelli funzionali al proprio modulo. Una cosa per il boemo non è accaduta il Brasile. E per questo si è scelto di trovare un capro espiatorio, Mario Balotelli:

Il problema del calcio italiano è ampio e l’eliminazione dal Mondiale è solo una parte del tutto. Se Prandelli avesse battuto la Costa Rica nessuno avrebbe detto niente. Invece l’Italia ha perso. E noi abbiamo risolto la questione dando la colpa a Balotelli. Ora sembra che il Mondiale l’abbia perso lui e il sistema va avanti come sempre. Come se nulla fosse. Con il capro espiatorio di turno siamo abituati a fare così. Prima innalziamo un Dio sull’altare, poi lo sacrifichiamo. Dopo la prima partita Balotelli era trattato come Pelè. Al primo intoppo, giù bastonate. Siamo stati eliminati dal Mondiale perché Balotelli non si comporta bene? Cerchiamo di essere seri che è meglio.

Zeman risponde poi a Miralem Pjanic il quale ha affermato che sotto il boemo si allenava senza gioia, piacere e divertimento:

Io continuo a pensare che lo sport professionistico fa parte di quelle discipline in cui per ricevere soddisfazioni bisogna lavorare. Per molti giocatori invece, allenamenti ed esercizi sono parco dei giochi. E per la mia mentalità, parco dei giochi con professionismo ha poco a che fare

Zeman poi smentisce problemi da parte sua con De Rossi:

Non ho mai avuto un problema con De Rossi. Può essere accaduto il contrario e forse era lui ad avere qualche problema con me. Se non rendeva secondo le aspettative, comunque, non mi ritengo responsabile. Chi mi ha seguito non se ne è mai pentito. Per un mio allenamento, in 40 anni, non è mai morto nessuno. In faccia nessuno mi ha mai detto niente, però mi dispiace che a volte accada dietro le spalle. Ai ragazzi faccio inviti continui: “Se avete qualche cosa da eccepire, venite da me. Ci possiamo chiarire”.Forse si sentono intimiditi.

E dopo aver risposto ad una domanda su Gianluca Vialli che definiva Zeman un paraculo che combatte le battaglie che gli convengono, con il boemo che spiega che lui difende le cose in cui crede, Zeman risponde ad una domanda posta da Pagani secondo cui a portare il boemo sulla panchina del Bagicalupo fu Marcello Dell’Utri:

Mah, veramente quando arrivai a Palermo giocavo a pallavolo in serie B e nella mia squadra c’era un ragazzo che correva anche dietro a un pallone. Mi portò al Cinisi. Poi ho girato un po’ di chiese pallonare, dalla Carini alla Bacigalupo, la squadra che aveva il campo di fronte alla vecchia Favorita. “Posso dare una mano con i ragazzi”, dissi. La storia iniziò così.

IL RAPPORTO CON IL CAGLIARI ED I CALCIATORI – Infine Zeman parla delle ambizioni del Cagliari con il presidente Giulini che ha parlato di Champions League entro il 2020:

Sono contento che il presidente abbia ambizioni. Nello sport sono fondamentali. Poi bisogna anche rendersi conto della realtà. Se si vuole arrivare da qualche parte, bisogna anche conoscere la strada giusta. Di solito nel calcio tutti parlano di progetto e dopo un mese il progetto è già morto. Speriamo che il nostro duri a lungo. Sono fiducioso. Per me spazio dove non ci sono soldi è spazio più grande e più prezioso che esista. È spazio delle idee. Le idee non le hanno solo i ricchi.Lo sosteneva anche Manlio Scopigno, tecnico del Cagliari scudetto del ’70, al quale la paragonano.Uno che aveva le sue idee e non si lasciava influenzare né condizionare dagli altri.

E di come secondo lui i giocatori di calcio debbano essere più squadra e meno personaggi:

Non è cambiato il rapporto tra allenatore e giocatore, è cambiato quello tra i giocatori. Una volta andavano a mangiare tra loro e trascorrevano uniti il tempo del ritiro. Oggi fai tre fischi, chiudi la seduta e li vedi fuggire. Uno scappa a destra, uno a sinistra e non si trovano più. Dovrebbero passare un po’ di tempo insieme e parlare, invece si mettono le cuffie, si chiudono in camera e vanno su Facebook finendo per stare da soli. E da soli si sta molto bene, ma il gruppo non si crea. Sono sempre stato per una sana partita a carte, anche se per ragioni oscure molte società le vietano. Ma se non ci sono soldi in ballo, che male c’è? E soprattutto, poi, se i soldi non li giocano a carte, li investono altrove che è anche peggio.

 

(Photocredit copertina Lapresse)