L’assalto miope alla riforma Fornero

di Andrea Mollica | 07/08/2014

La riforma previdenziale Fornero ha reso più sostenibile il nostro sistema previdenziale, ma sin dalla sua entrata in vigore è stata sottoposta ad un continuo processo di revisione, che sembra non fermarsi mai. L’Italia è uno dei paesi industrializzati che più spende in pensioni, così penalizzando altre forme di Welfare, ma l’impopolarità della riforma Fornero ha spinto un numero consistente di attori politici a critiche o proposte che rischiano di minarne i consistenti risparmi per il nostro bilancio pubblico.

Elsa Fornero, Roberto Monaldo / LaPresse
Elsa Fornero, Roberto Monaldo / LaPresse

LA RIFORMA FORNERO – La riforma previdenziale «Fornero », dal  nome del ministro del Lavoro e della Previdenza sociale del governo Monti, Elsa Fornero, è stata introdotta nel famoso, e ormai piuttosto controverso, decreto “salva Italia” convertito in legge nel dicembre del 2011. L’articolo 24 del decreto legge 201/2011 predisponeva il più significativo intervento di modifica sul nostro sistema previdenziale della nostra storia recente. L’obiettivo era il contenimento della voce di spesa più significativa del bilancio del nostro paese. La riforma Fornero si basava sull’introduzione definitiva della pensione di vecchiaia e del metodo contributivo di calcolo, a 17 anni dalla riforma previdenziale del governo Dini. La riforma ha portato a 66 anni il limite anagrafico per il pensionamento di vecchiaia, 67 dal 2021.  L’età pensionabile delle donne è stata aumentata a 66 da raggiungere nel 2018, così parificandola agli uomini. Dal 2019 il criterio della pensione di vecchiaia verrà adeguato alle aspettative di vita con cadenza biennale. La riforma Fornero ha abolito il sistema delle quote – la somma di età anagrafica e anni di versamenti contributivi – che era stato introdotto dal governo Prodi, che corresse nel 2007 l’incremento dell’età pensionabile sancita dalla riforma Maroni (il cosiddetto “Scalone” ndr) varata dall’esecutivo di Berlusconi. La riforma Fornero ha inoltre aumentato in modo significativo i requisiti contributivi, 42 anni per gli uomini e 41 anni per le donne, per accedere alla pensione anticipata, che ha preso il posto della cancellata pensione di anzianità, introducendo penalizzazioni economiche  per chi comunque accede alla quiescenza lavorativa prima dei 62 anni. L’intervento del governo Monti, che fu deciso nel momento più acuto della crisi del debito sovrano, con rendimenti dei nostri titoli di Stato a breve scadenza superiori al 7% (ora sono intorno all’1,5-2%), mirava ad un risparmio consistente sulla più costosa voce di spesa del nostro bilancio pubblico. I risparmi garantiti dalla Fornero erano stimati a 2,5 miliardi per il bilancio 2012, e crescevano fino a 81 entro il 2020.

LA RIFORMA FORNERO  E GLI ESODATI – Nei giorni scorsi la Camera dei Deputati aveva approvato, all’interno del decreto sulla Pubblica amministrazione, due percorsi di prepensionamento per i lavoratori pubblici. Il primo con la cosiddetta “staffetta generazionale” favorita dal pensionamento automatico per chi ha raggiunto i requisiti contributivi pieni, l’altro invece con il pensionamento anticipato degli insegnanti di “Quota 96”. Questo nome indica i docenti che avevano maturato i requisiti per la pensione entro la fine del 2010, ovvero prima dell’entrata in vigore della riforma Fornero ma a cui è stato negato l’accesso alla quiescenza per un errore di calcolo vista la differenza tra anno scolastico e anno solare. La Ragioneria dello Stato ha bloccato il prepensionamento per gli insegnanti di “Quota 96″e la fine delle penalizzazioni per chi va in pensione anticipata pur con 42 anni di contributivi, anche figurativi, come da testo approvato dalla Camera dei Deputati.  Il governo ha stralciato questi emendamenti dal decreto che è stato convertito al Senato con il voto di fiducia prima di tornare a Montecitorio per il voto definitivo.Il decreto di riforma della PA del ministro Madia rappresenta il  settimo intervento di correzione della riforma Fornero, il primo a disciplinare una situazione diversa da quella dei cosiddetti “esodati”. Sotto questo neologismo si intendono quei lavoratori che, usciti dal mercato del lavoro duranti gli accordi di ristrutturazione aziendale con un percorso di accompagnamento verso la pensione garantito dagli ammortizzatori sociali, si sono ritrovati senza sussidi al reddito e senza assegno previdenziale alla luce della soppressione della pensione di anzianità e l’innalzamento dei requisiti per la quiescenza. Il decreto “salva Italia” salvaguardò sin dalla sua entrata in vigore tutti quelli che avrebbero raggiunto i requisiti per la pensione entro l’anno successivo, il 2012, circa 55 mila persone. In successivi interventi legislativi da parte del Parlamento sono stati salvaguardati i lavoratori ora senza occupazione che avrebbero raggiunto i requisiti entro il 2013, e  poi ancora quelli che li avrebbero raggiunti entro il 2014.

La spesa previdenziale in alcuni paesi UE, fonte Eurostat
La spesa previdenziale in alcuni paesi UE, fonte Eurostat

LA RIFORMA FORNERO E GLI ASSALTI AI SUOI RISPARMI –  Ladefinizione di “esodati” è diventata sempre più sfuggente. Il caso di “quota 96” in questo caso è sintomatico, visto che questi insegnanti, circa 4 mila, sono stati penalizzati dalla riforma previdenziale del 2011, anche se, rispetto agli “esodati”, che erano senza occupazione prima dell’intervento del governo Monti,  essi avevano ed hanno tutt’ora un posto di lavoro. Fino ad ora il Parlamento è intervenuto  sette volte, garantendo a più di 170 mila lavoratori la deroga dai requisiti pensionistici introdotti con la riforma Fornero. L’ultimo provvedimento approvato dal Parlamento ha salvaguardato i cosiddetti esodati che avrebbero maturato i requisiti per la pensione nel 2016. Come rimarca il quotidiano “Il Sole 24 Ore”,  le sei salvaguardie inanellate negli ultimi 24 mesi, l’ultima a giugno,  costeranno complessivamente 11,6 miliardi entro il 2022. Il

dramma di questi interventi a pioggia è che, nel loro succedersi continuo, non lasciano neppure spazio per un monitoraggio ex post, giusto per capire se le stime di costo aggiuntivo e le platee ogni volta disegnate sono stati poi confermati. Il risultato è un’incertezza crescente sulla tenuta della riforma nel suo complesso, con le ovvie conseguenze sui saldi di finanza pubblica. La riforma Fornero garantirebbe sulla carta risparmi per 81 miliardi da qui al 2021, ma a furia di colpi di lima riuscirà davvero a centrare l’obiettivo?

In questi mesi ci sono state iniziative parlamentari di correzione della Fornero da parte di tutti gli schieramenti politici. La Lega Nord ha fatto campagna elettorale alle europee raccogliendo le firme per un referendum per l’abrogazione della riforma previdenziale. Un ricorso alla consultazione popolare ai limiti del dettato costituzionale. La Corte dei Conti ha contestato in primo grado la costituzionalità del provvedimento che bloccava la perequazione automatica delle pensioni dall’importo più alto. In Parlamento sono state depositati diverse proposte di legge, come quella firmata dal presidente della commissione Lavoro Cesare Damiano, che stravolgerebbero l’impianto della Fornero. Lo stesso Partito Democratico, come annunciato dal ministro del Lavoro Giuliano Poletti in un’intervista al “Messaggero”, pensa ad un intervento strutturale di modifica della riforma previdenziale che riguardi circa 400 mila persone.

La spesa previdenziale nei paesi Ocse, fonte Ocse
La spesa previdenziale nei paesi Ocse, fonte Ocse

IL COSTO DELLE PENSIONI – La riforma previdenziale realizzata dal governo Monti è stato un intervento duro e con diversi difetti, che però si è reso necessario alla luce dello sbilanciamento previdenziale della nostra spesa pubblica. Il nostro paese spende il 16,3% del Pil per le pensioni di vecchiaia, la voce di gran lunga più costosa del nostro bilancio pubblico. I dati Ocse, riferiti al 2010, indicavano nell’Italia la nazione più industrializzata ad avere il sistema pensionistico più costoso in base al Prodotto interno lordo. In relazione alla spesa delle pubbliche amministrazioni la spesa previdenziale assorbe quasi il 70% delle prestazioni complessive, percentuale di circa 10 punti sopra la media europea. Uno squilibrio che determina la bassa spesa in assistenza sociale rispetto alla media europea, visto che in Italia si spende relativamente poco per il contrasto alla disoccupazione o alla povertà. Il rapporto sulla coesione sociale dell’Istat indicava in 287 miliardi la spesa previdenziale complessiva, finanziata per 251 miliardi dai contributi, 180 a carico delle aziende, il resto in capo ai lavoratori. L’ingente spesa previdenziale è stata, quantomeno nel 2012, l’ultimo anno preso in esame dal nostro istituto di statistica, coperta grazie alla fiscalità generale. La riforma Fornero ha posto l’obiettivo di contenere un ulteriore aumento di questa dinamica che divora una quota così consistente del nostro bilancio pubblico, e che viene scontata dal nostro sistema economico con uno dei costi del lavoro più alti d’Europa.

L’Italia è uno dei paesi con i contributi previdenziali più alti, che per i dipendenti pubblici e privati a tempo indeterminato arrivano al 33%. Un carico pesante, che aggrava la già elevata tassazione che esiste sul reddito delle persone fisiche così come delle persone giuridiche. In un bilancio pubblico vincolato dall’elevata quota destinata al servizio del debito, pari a circa il 10% della spesa complessiva, una così ingente percentuale destinata alla previdenza costituisce un serio ostacolo ad un diverso utilizzo delle risorse fiscali. Le persone in età matura costituiscono la fascia elettorale più importante del nostro paese dal punto di vista della consistenza numerica – l’Italia è una delle nazioni più anziane al mondo – e della partecipazione al voto, ben più alta rispetto ai segmenti più giovani. La classe politica dovrebbe però avere presente che senza una riduzione della spesa previdenziale difficilmente si potranno realizzare quasi tutte tra le promesse elettorali diffuse in questi anni.