Lady Mertens “vedi Napoli e poi muori”. E scattano le polemiche

di Boris Sollazzo | 05/08/2014

Il viaggio di Juliet, Juliet’s Journey. Così si chiama il blog di Kat Kerkhofs, nota per essere la fidanzata di Dries Mertens, giovane campione belga al suo secondo anno con la maglia del Napoli. E’ conclamata da dichiarazioni frequenti la passione del rifinitore ex Utrecht e Psv per la città partenopea, per il Golfo e per i suoi monumenti. Raccontò, pochi mesi fa, che squalificato in una partita di Europa League, seguì comunque i compagni nella trasferta a Napoli, per visitarla a bordo di un taxi. Se ne innamorò il folletto e si promise a Bigon: Mazzarri non fu convinto dalla sua corsa e dalla sua tecnica, Benitez sì. E ora nel cuore di curva A e B, dopo Hamsik e insieme all’amico Higuain (da lui va a dormire Dries quando gli amici belgi affollano la sua residenza), c’è lui.

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Kat, non è da meno. Nel blog dedicato alla loro cagnolina Juliet – ne hanno adottata un’altra al canile di Napoli, “pubblicizzando” la cosa su Instagram per poter sensibilizzare tifosi e non sul tema dell’abbandono degli animali e della tutela della loro salute – la Kerkhofs si scatena con un post, rischioso ma bellissimo, dal titolo eloquente “Vedi Napoli e poi muori“.

Sentirete di polemiche, arrivate soprattutto dal Nord – inchiodato con sorprendente competenza alle sue responsabilità storiche (a prendersela soprattutto i sabaudi bianconeri, il cui unico commento riportabile è “razzista bionda”) – e da qualche napoletano permaloso, poco incline a chi, senza ipocrisie, raccomanda nel suo blog-diario di viaggio di non girare “con orologi costosi”, di “non andare di notte ai Quartieri Spagnoli, bellissimi, ma tutte le città hanno zone da non frequentare quando cala la luce”, dell'”eco-mafia” che vi costringerà “a non far caso alla spazzatura e al suo odore” se vorrete godervi una città “sottovalutatissima”. E se la sono presa per il “caos”, beh, definite in altro modo il traffico che attanaglia la tangenziale come il centro.
E non risparmia, nella sua analisi, il racket a cui devono sottostare “bar e ristoranti, si chiama pizzo, per i napoletani è normale, i turisti neanche se ne accorgono” o l’obbligo, per chi deve fare certi lavori, di “affidarsi a società legate alla camorra”.

Certo, nel mondo calcistico così abituato alle falsità di chi si dichiara “tifoso da una vita di questa maglia” e poi se ne va pure dal peggiore offerente, in un ambiente in cui l’impegno “politico” e sociale non è mai oggetto di elaborazione intellettuale e analisi critica, ma al massimo di gesti importanti di beneficenza, Dries e soprattutto Kat sono due mosche bianche. Le polemiche nascono, purtroppo, dall’ignoranza di chi preferisce puntare il dito per razzismo o ritrarsi e negare la realtà per vittimismo. La Kerkhofs, innamorata della città che la ospita, a conoscenza di una storia di colonialismo interno sempre oscurata dagli italiani stessi, per comodità e mala fede, lucida nel vederne le ombre, è fuori dalle logiche campaniliste e opportuniste di un paese che è così concentrato nel dividersi tra guelfi e ghibellini da non riuscire a guardarsi con onestà.

Una delle più belle canzoni napoletane si chiama Dduje Paravise. Parla di musicisti che salgono nell’Eden e suonano tutti i capolavori delle sette note partenopee e affacciandosi dal cielo, però, hanno nostalgia di questa città. Alla fine, decidono di tornare, perché “il paradiso nostro è quello là“. San Pietro, mai attaccato per questo sul web, gli risponde “siete pazzi, che dicete, non volete restar qua?”. E in quella risposta c’è lo stupore che c’è negli altri per l’amore che provoca questo luogo magico, raccontato anche dai divi di Hollywood (si pensi a Abel Ferrara e John Turturro, solo per citare i più recenti), ma anche la paura, per i mostri che vi si annidano. Bernardino Daniello, commentatore cinquecentesco di Dante Alighieri, la definì, non a caso, “un paradiso abitato da diavoli”. Varrebbe anche il contrario, “un inferno abitato da angeli”, perché Napoli è un mondo a parte, in cui poter trovare tutto e il suo contrario. La citazione è attribuita spesso a Goethe (del quale è invece la frase che la blogger ha usato come titolo del suo post, “vedi Napoli e poi muori”), che della città aveva una visione mai sottolineata da filologi e lettori interessati (“è piena di gente operosa”), e altre a Croce. Perché parliamo di una realtà così bella e importante che tutti ne hanno parlato, nei secoli, e ne parlano, ma pochi con consapevolezza di cosa fosse, e sia, quella che non è solo una città, ma un modo di vivere la vita, uno stato dell’animo, un concetto complesso, contraddittorio e non di rado doloroso di bellezza.

Immondizia, in inglese, si traduce con trash. Ecco cos’è Napoli, il luogo dell’eleganza più raffinata e del trash più geniale, degli animi più sensibili e della criminalità più feroce. Di Scampia, che ha in sé la dignità della maggioranza silenziosa e operosa e la ferocia cinica di spacciatori e camorra. Del lungomare e dei cumuli di rifiuti. Del Maschio Angioino e della Terra dei Fuochi. Della Coppa Davis e di Genny ‘a Carogna.
Di Antonella Leardi, l’eroica mamma di Ciro Esposito e dei politici corrotti.

Rassegniamoci, Kat Kerkhofs ha capito Napoli, in un anno, molto meglio di tanti altri, al netto di qualche inesattezza e di una prosa che forse dà troppo rilievo ad alcune cose che ha sentito dire e per fortuna non vissuto. Noi la correggiamo, ironicamente, solo su un dettaglio inutile: i supporter azzurri non odiano sportivamente il Milan quanto la Juventus e lei dovrebbe ricordarselo: al gol del suo uomo contro i bianconeri lo stadio San Paolo è esploso di gioia. La sua visione di Napoli è dolce e attenta, approfondita e preziosa. Perché la, ci guarda da fuori. E ci inchioda a ciò che siamo.
E per capire quanto lei adori la sua nuova città, citiamo proprio Dries Mertens, suo compagno, nella sua ultima intervista, al Corriere dello Sport. “Vengono in tanto a trovarci e si innamorano tutti di Napoli. Mio fratello è stato qui cinque volte, anche per lunghi periodi, in un’occasione ben 14 amiche di Kat hanno invaso la nostra casa! Mi dicevano cose terribili di Napoli nei mesi in cui si stava decidendo il mio trasferimento, arrivai qui con la paura: ora dico a tutti, venite qua. E provate con mano“. Già. Spiegatelo a chi, soprattutto, in questo paese, ormai non considera Napoli una città italiana. Anzi, non l’ha mai considerata tale.

Giù le mani, dunque, dalla bella e intelligente Kerkhofs, come fa notare il giornalista Francesco Albanese con ironia e arguzia. Anche perché a Napoli, se proprio devono prendersela con la fidanzata di un calciatore, dovrebbero ricordare Yanina Screpante, miss Lavezzi, che la definì “città di m….” su Twitter. Lei, di Napoli, non aveva capito nulla. Prima di lasciarla: ora molti giurano di vederla spesso a Via Caracciolo.