La Chinatown di Prato

di Andrea Mollica | 05/08/2014

Il quartiere di Prato Macrolotto Zero ospita una delle Chinatown più grandi d’Europa. Circa 3 mila imprese attive nel tessile danno lavoro a migliaia di immigrati provenienti dal paese più grande del mondo. Una comunità che ha suscitato spesso sentimenti di ostilità tra gli italiani, anche se i vantaggi portati dai cinesi alla città toscana sono numerosi, come illustra il settimanale tedesco Die Zeit.

Matteo Bovo - LaPresse
Matteo Bovo – LaPresse

LA CHINATOWN DI PRATO – L’anno scorso la Chinatown di Prato diventò protagonista delle cronache locali per la tragica scomparsa di sette persone nel rogo di una delle tantissime microaziende che operano nel settore settile. Prato, quasi duecentomila abitanti alle porte di Firenze, è la terza città per popolazione dell’Italia centrale, ed è stata trasformata negli ultimi anni dal massiccio, e costante, arrivo di immigrati cinesi. Circa la metà dei 34 mila stranieri che risiedono a Prato sono cinesi, anche le statistiche ufficiali sottostimano la loro presenza. Sin dal Medioevo il borgo toscano si è specializzato nell’industria tessile, e da diversi anni gli immigrati cinesi, che risiedono prevalentemente nel quartiere Macrolotto Zero, lungo la Via Pistoiese, hanno fondato microimprese, spesso ai margini della legalità, in questo settore economico. Il settimanale tedesco Die Zeit dedica un lungo approfondimento alla vita della comunità cinese di Prato, attraverso il racconto di Xiao Liao, una ragazza di 22 anni arrivata in Italia quando aveva 6 anni, che ha vissuto la prima parte della sua vita all’interno della fabbrica dove lavoravano i suoi genitori. Una condizione piuttosto comune per i tanti migranti cinesi arrivati nella città toscana a partire dagli anni novanta.

PRONTO MODA CINESE – il padre di Xiao Liao è stato un immigrato illegale fino alla sanatoria della legge Turco-Napolitano, che verso la fine degli anni novanta introdusse il quadro normativo per regolarizzare la presenza dei tanti stranieri, tra cui i cinesi di Prato, arrivati nel nostro paese dopo la caduta delle frontiere. Xiao Liao racconta come la vita nei primi anni in fabbrica non fosse certo bella, ma rimarca di aver avuto sempre altri bambini con cui giocare. I cinesi si sono specializzati nel pronto moda, dopo aver fondato i primi laboratori dove eseguivano cuciture di minor qualità rispetto all’industria tessile locale. Come rimarca Die Zeit, i cinesi «lavoravano velocemente e a basso costo. Con il “pronto moda” hanno creato un nuovo settore economico, producendo in breve tempo grosse quantità di capi di abbigliamento di minore qualità, ma sempre Made in Italy». La crisi del 2008 ha costretto alla chiusura numerose aziende locali, mentre il Pronto moda ha vissuto un vero e proprio boom, con la nascita di una nuova imprenditoria. Le critiche verso lo sfruttamento e il lavoro nero che caratterizzano il “distretto cinese” del tessile sono diventate sempre più numerose, e rumorose.

PRATO E I CINESI – Le critiche si basano sulle condizioni che si riscontrano spesso nelle 3 mila aziende tessili cinesi di Prato. I lavoratori vivono frequentemente nei locali delle fabbriche, con orari di lavoro che arrivano fino alle 18 ore quotidiane. Die Zeit rimarca come il salario orario sia pari a 1 euro all’ora, ed il lavoro nero piuttosto diffuso. Il settimanale tedesco sottolinea come l’economia sommersa non sia stata importata dai cinesi, vista la lunga tradizione di Prato in questo ambito. Il boom economico della Chinatown ha scosso l’anima progressista della città toscana, storica roccaforte del Pci, tanto che nel 2009 il centrodestra riuscì a vincere, per la prima volta nel secondo dopoguerra. Ora il PD è riuscito a riprendere il controllo di Prato dopo il plebiscito che ha eletto Matteo Biffoni nuovo sindaco della città toscana. Die Zeit rimarca che molti italiani non vedono l’effetto positivo dell’immigrazione cinese su Prato. «Rispetto alle altre città a Prato le cose vanno piuttosto bene nonostante la crisi economica. L’immigrazione ha un effetto positivo sull’occupazione, che aumenta il gettito fiscale così come quello contributivo, nonostante l’alta percentuale di lavoro nero. Gli asiatici e gli africani rappresentano una cura di ringiovanimento per la città, vista la bassa fertilità degli italiani». Il presidente della Toscana Enrico Rossi sintetizza così l’ipotetica scomparsa della comunità cinese. «Macrolotto diventerebbe un quartiere fantasma, e Prato fallirebbe immediatamente».

Photocredit foto copertina: Matteo Bovo – LaPresse