Attentato a Borsellino, Riina dal carcere: «Minchia, come mi è riuscito»

di Redazione | 22/07/2014

Totò Riina in carcere racconta ad un altro detenuto l’attentato a Paolo Borsellino e lascia intendere che la mafia aveva sotto controllo il telefono del giudice ucciso. È quanto emerge da una conversazione intercettata durante l’ora d’aria tra il cosiddetto Capo dei capi, in cella dal gennaio del ’93 e Alberto Lorusso.

 

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«MINCHIA, COME MI È RIUSCITO» – «Ma mannaggia – afferma Riina parlando durante l’ora d’aria con il detenuto Lorusso e di aver scoperto conversazioni tra il giudice e la mamma -. Ma vai a capire che razza di fortuna. Alle cinque mi sono andato a mettere lì». «Quello senza volerlo – continua il boss mafioso corleonese – le ha telefonato». «Troppo bello: sapevo che ci doveva andare alle cinque. Piglia, corri e mettigli un altro sacco», continua Riina facendo intendere, secondo gli inquirenti, che dopo avere sentito la telefonata tra Borsellino e la madre, evidentemente intercettati dalla mafia, si affrettò a imbottire la 126 usata come autobomba con un altro sacco di esplosivo. «Minchia come mi è riuscito», aggiunge Riina nella conversazione. Dalla intercettazione emergono poi i pesanti giudizi espressi dal capomafia corleonese nei confronti della sorella del magistrato ucciso, Rita. «Una disgraziata – dice Riina rivolgendosi a Lorusso – la vedi inviperita nel telegiornale, quanto è inviperita la disgraziata, non ha digerito la morte di questo suo fratello che ci ha suonato il campanello a sua madre».

«COLPO GENIALE» – Dunque Riina racconta all’uomo con cui trascorre l’ora d’aria in carcere che ad innescare l’esplosione che uccise Borsellino fu lo stesso magistrato, suonando al citofono in cui era stato piazzato un telecomando. La conversazione, il cui contenuto era noto, ma non il testo, è stata depositata al processo sulla trattativa tra mafia e Stato. «Il fatto che è collegato là è un colpo geniale proprio. Perché siccome là era difficile stare sul posto per attivarla… Ma lui l’attiva lo stesso», commenta Lorusso il 29 agosto del 2013. Il boss detenuto Riina racconta di avere cercato di uccidere Borsellino per anni. «Una vita ci ho combattuto – dice – una vita… Là a Marsala». «Ma chi glielo dice a lui di andare a suonare?», si chiede Riina nelle conversazioni. «Ma lui perché non si fa dare le chiavi da sua madre e apre», aggiunge confermando che a innescare l’esplosione sarebbe stato il telecomando piazzato nel citofono dello stabile della madre del magistrato in via D’Amelio. Secondo gli inquirenti Cosa nostra avrebbe predisposto una sorta di triangolazione: ovvero un primo telecomando avrebbe attivato la trasmittente, poi suonando al citofono il magistrato stesso avrebbe inviato alla ricevente, piazzata nell’autobomba, l’impulso che avrebbe innescato l’esplosione. La tecnica, per i magistrati, sarebbe analoga a quella usata per l’attentato al rapido 904 per cui Riina è stato recentemente rinviato a giudizio come mandante. Si tratta di un genere di innesco che si rende necessario quando è pericoloso o addirittura impossibile per chi deve agire restare nei pressi del luogo dell’esplosione.

(Fonte testo: agenzie di stampa. Fonte foto: Publifoto / LaPresse)