Luigi Preiti, l’attentatore di Palazzo Chigi: «Sparai perché drogato e depresso»

di Redazione | 15/07/2014

«Ero depresso e disperato. Un uomo senza lavoro perde la dignità. Certi stati d’animo alla lunga ti potano a gesti estremi». A parlare per la prima volta, in un’intervista esclusiva rilasciata a Paolo Berizzi di Repubblica, è Luigi Preiti l’attentatore che il 28 aprile 2013 mentre si insediava a Palazzo Chigi il governo Letta sparò ad altezza d’uomo a Piazza Colonna riducendo in fin di vita un carabiniere, il brigadiere Giuseppe Giangrande, e ferendo un altro militare, Francesco Negri. Originario di Rosarno, in provincia di Reggio Calabria, 50 anni, muratore disoccupato, condannato in primo grado a 16 anni per tentato omicidio plurimo, porto abusivo di arma clandestina e ricettazione, l’uomo parla dal carcere di Rebibbia ripercorrendo i drammatici momenti del suo folle gesto. «Oggi – dice – le gente è più disperata di quando ho sparato. Se finisci sul lastrico, e perdi anche gli affetti, puoi arrivare a compiere gesti estremi».

 

Sparatoria di fronte a Palazzo Chigi

 

«LA MIA VITA ERA UN DISASTRO» – «Allora ero depresso – ricorda l’attentatore -. La mia vita era un disastro: senza lavoro, senza soldi, non potevo vedere mio figlio. Oggi il peso di ciò che ho fatto e la pena che devo pagare mi opprimono la coscienza. E rendono buio il mio futuro». Si dice pentito, insomma, Preiti, e, quando gli viene chiesto di Giangrande, ancora paralizzato, risponde: «Ho sempre detto che se potessi mi sostituirei a lui, mi farei carico della sua sofferenza. Prego ogni giorno che possa guarire presto. Ho scritto a sua figlia. Quello che ho fatto è assurdo, la disperazione ti porta a fare cose pazzesche».

«HO RICEVUTO LETTERE DA PROFESSONISTI E IMPRENDITORI» – Poi dice di essere stato compreso dagli altri detenuti, e non solo: «Ho ricevuto lettere di solidarietà da ogni parte d’Italia: anche da liberi professionisti, medici, avvocati, imprenditori strozzati dalla crisi». Sui politici: «Li volevo colpire anche se non sapevo bene in che modo. Non avevo un piano. I nomi? Berlusconi, Bersani e Monti. Ognuno aveva delle colpe». Sui militari colpiti: «Non ce l’avevo con i carabinieri». Infine le complicità e l’uso di droghe. Preiti dice di aver agito da solo, «senza indicazioni di nessuno». «I motivi li ho spiegati. Ma magari mi accuseranno anche della strage di Ustica e di quella della stazione di Bologna». E poi: «Avevo tirato cocaina un paio di giorni prima di partire per Roma. Nell’ultimo mese ne avevo assunte diverse dosi. Pur non avendone mai fatto uso prima». Tutto per uscire da quello stato di disperazione e depressione. «Mi faceva stare un po’ meglio. Poi ripiombavo in uno stato depressivo ancora più forte».

(Fonte foto: archivio LaPresse. Credit: Mauro Scrobogna)