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L’arte di farsi bloccare su Twitter per un retweet di Justin Bieber

Sono finiti i tempi in cui le ragazzine tappezzavano le pareti delle proprie camerette con i poster di cantanti e attori, quando affidavano i propri messaggi d’amore a generici indirizzi di chissà quale fan club, nell’assurda speranza che la propria lettera arrivasse direttamente sotto quegli occhi tanto ammirati e desiderati. I social media hanno superato il principio dei sei gradi di separazione e, almeno da un punto di vista tecnico, oggi gli adolescenti (ma non solo) sono in grado di rivolgersi direttamente al proprio idolo con un tweet o una menzione su Facebook o su Instagram.

Justin Bieber
Photocredit: AP/LaPresse

INTERAZIONI A SENSO UNICO – Ma se i social media offrono la possibilità tecnica di contattare direttamente qualsiasi altro utente sulla faccia della Terra, nei fatti questi contatti rimangono spesso a senso unico: Justin Bieber, il cantante diciannovenne canadese da quarantanove milioni di follower su Twitter, riceve menzioni, dichiarazioni d’amore e richieste di «follow back» con lo stesso martellante ritmo delle sue canzoni, ma mai nessun fan sarebbe mai stato accontentato; così come, vent’anni fa, le lettere scritte a cantanti e attori stazionavano in qualche stanza polverosa in attesa di risposta. Eppure, loro, i ragazzi e le ragazze che sperano di ricevere anche solo un like dal proprio idolo, non sembrano intenzionati a desistere dal proprio intento, anche a costo di passare per spammer – ed essere bloccati dal sistema – o di far sollevare più di un sopracciglio da parte di genitori e adulti in generale.

INCOLLATI AI PROPRI SMARTPHONE – È quello che Marion Underwood, docente di psicologia clinica alla University of Texas di Dallas racconta sul The Atlantic dopo aver avuto una conversazione con un’amica 15enne di sua figlia, che ha trascorso gran parte della festa di compleanno a cui era invitata incollata al suo smartphone per twittare e retwittare messaggi che riguardano il suo irraggiungibile amore. «Penso che ci siano ragazzi con una vera e propria dipendenza – dice la Underwood – È come chi pensa che un buon comico sia soltanto qualcuno che fa molte battute. Ne dice anche tante che non sono divertenti ma, per la legge dei grandi numeri, dicendone tante ce ne sarà qualcuna che farà veramente ridere. Questo è quello che succede con Twitter: più cose si mettono online più saranno altre le possibilità di vedere un riscontro positivo da parte degli altri».

 

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«ADESSO TWITTO FINO A FARMI BLOCCARE» – E di questi ragazzini c’è molto online, per non dire tutto: secondo una ricerca condotta da Pew nel 2012, il 92% degli adolescenti usa il proprio nome e cognome reale sui social media. Il 71% rivela il nome della scuola che frequenta e della città in cui vive, l’82 condivide con gli altri il giorno del proprio compleanno e il 24 pubblica video che li immortala in vari momenti della giornata. «Adesso finisco i miei compiti e poi twitto fino al limite dei tweet e followo fino al limite dei follower perché mi sono persa Justin Bieber su MTV» – non è raro leggere simili cinguettii, come non è raro imbattersi in gruppi di giovani utenti immusoniti perché bloccati dal sistema a causa dei troppi tweet inviati tutti insieme o per le troppe richieste di amicizia.

A QUALE PREZZO? – E, in fin dei conti, non ha nemmeno troppa importanza chi sia in realtà a scrivere quei tweet che portano la firma di qualche divo, e che guadagnano migliaia di tweet in pochi minuti. A coinvolgere realmente i ragazzini è il fatto che ci sia di mezzo un personaggio famoso: è lì che si scatena la battaglia per ottenere l’attenzione del proprio oggetto del desiderio. Ma a quale prezzo? «La mia più grande paura è cosa vada a sostituire tutto questo – conclude la Underwood – Tutte quelle ore passare a twittare, mandare messaggini, aggiornare i propri status, tolgono spazio allo studio, alle interazioni faccia a faccia, addirittura tolgono ore di sonno. Non è bello che una persona che va a una festa di compleanno non alzi mai la testa dal suo telefono perché sta su Twitter tutto il tempo. Non è salutare per la vita relazionale di quella persona».

(Photocredit copertina: Getty Images)