Chi ha fatto fuori Enrico Letta?

di Alberto Sofia | 27/02/2014

Non ci sono soltanto le «impronte» di Matteo Renzi nella «congiura» di Palazzo Chigi ai danni dell’ex presidente del Consiglio Enrico Letta. Incassata la fiducia in Parlamento, il segretario del Partito democratico, intervistato da Giovanni Floris per Ballarò, ha cercato di difendersi dalle accuse di aver organizzato il «Letticidio» per l’ambizione personale di prendere il suo posto. Criticato per aver tradito i suoi sostenitori, arrivando al potere senza passare dalle elezioni – smentendo quanto aveva ribadito per mesi – Renzi ha spiegato che avrebbe preferito un’altra soluzione. «L’accelerazione è stata richiesta». Non soltanto dai partiti della maggioranza, ma dallo stesso Partito democratico. Ma quali correnti hanno tramato nell’ombra per organizzare l’epurazione e la staffetta? Sul Fatto Quotidiano è stato Fabrizio d’Esposito a cercare i «colpevoli».

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Dall’ex «vice-disastro» Dario Franceschini – poi riscopertosi renziano prima dell’ultimo Congresso per la segreteria – passando per i Giovani Turchi – gli ex dalemiani, con Matteo Orfini e Andrea Orlando in prima linea, passando per il capogruppo bersaniano alla Camera Roberto Speranza. Fino allo stesso Gianni Cuperlo e la sua minoranza uscita sconfitta dalle primarie. Diversi sono i nomi indicati tra i possibili «Giuda» in salsa democratica, secondo il Fatto. Ma un ruolo decisivo lo avrebbero giocato anche i «mediatori», ovvero coloro che trattavano tra Enrico e Matteo.

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LA CONGIURA CONTRO ENRICO LETTA – «Sono molto triste per come è stata riportata la vicenda a Palazzo Chigi con Letta, ma il tempo è galantuomo. Lo so io come sono andate le cose», ha spiegato a Ballarò Matteo Renzi. Non ci sta a passare per l’unico responsabile dell’accelerazione e della destituzione del vecchio esponente della dirigenza democratica. Il segretario, arrivato ai vertici dopo aver scalato le gerarchie a Largo del Nazareno, è stato accusato di aver utilizzato il Pd come trampolino. Le immagini del gelo ricevuto dall’ex presidente del Consiglio, durante la classica cerimonia del campanello, sono rimbalzate tra i media, non solo italiani. Nessuno sguardo, una stretta di mano veloce. Mai era stata registrata tanta freddezza, forse nemmeno nel cambio tra Silvio Berlusconi e Romano Prodi. Un atteggiamento di ostilità avvertito anche durante il voto di fiducia alla Camera dei deputati, con l’abbraccio tra l’ex segretario Pierluigi Bersani e lo stesso Letta. E il nuovo presidente del Consiglio di fatto quasi ignorato dal suo predecessore. Renzi e i suoi fedelissimi hanno intanto già compreso come non ci sia molto da fidarsi dalle correnti interne del Pd. Prima della staffetta, era stato avvertito: «Matteo, attento ai trappoloni». E non è un caso che le critiche più pesanti a Montecitorio siano arrivate dal suo stesso partito. Da Stefano Fassina, l’ex vice-ministro dell’Economia che lo stesso Renzi spinse a lasciare l’incarico, dopo le critiche e la battuta storica «Fassina chi?». E dall’area più allergica a «strette» e «larghe intese», l’altra minoranza di sinistra dei civatiani. Ma i malumori si sono registrati anche tra popolari, cuperliani, bersaniani stessi. Nel partito è stata già rievocata la questione del doppio incarico ora in mano a Renzi (segretario e premier) e non mancano le voci di chi vorrebbe già puntare a un nuovo Congresso. Eppure, tra chi adesso tenta di organizzare la resistenza al nuovo corso renziano, c’è anche chi si è giocato la carta del segretario a Palazzo Chigi – al posto di Letta – pur di arrivare a fine legislatura e tentare di bloccare l’Italicum sottoscritto con Silvio Berlusconi nelle stanze dello stessa sede del Nazareno.

CHI HA TRAMATO CONTRO LETTA? – Nell’eterno ritorno della «congiura» in casa democratica, dopo i 101 traditori che tramarono e pugnalarono Romano Prodi nella corsa del padre fondatore verso il Quirinale, anche contro Enrico Letta è stata organizzata l’epurazione. E nel partito quasi tutte le correnti avrebbero spinto per la staffetta, inchiodando Renzi a Palazzo Chigi. Il Fatto Quotidiano ha cercato di ricostruire le ultime ore di Enrico Letta, prima della direzione decisiva con cui il parlamentino del Pd ha deciso per quel cambio da giorni chiacchierato. Eppure l’ex premier aveva tentato di resistere:

«Mercoledì 12 febbraio. Renzi e Letta si vedono di mattina. Ognuno fa sapere che è rimasto sulle sue posizioni. Ma il sindaco di Firenze ai fedelissimi confida: “Ho sentito Enrico tantissime volte in queste ore e mi ha detto che se ne va”. Invece, il premier tenta l’ultima disperata mossa. Convoca una conferenza stampa per rilanciare il suo governo. Impegno Italia. Carlo Bertini sulla Stampa rivela che c’è stata anche una telefonata tra Letta e Bersani, ancora convalescente: “Enrico vai avanti”. È la strategia per guardare in faccia i traditori. Non solo Renzi. Il sindaco assiste alla resistenza lettiana in tv e sbotta: “Mi ha preso per il culo, stamattina non mi ha detto nulla”», ha scritto d’Esposito.

Ma chi sono questi traditori? Nel partito dei responsabili – o presunti tali – il quotidiano diretto da Padellaro iscrive nomi e correnti ben precise: Dario Franceschini, Giovani Turchi – gli ex dalemiani, con Matteo Orfini e Andrea Orlando – fino al capogruppo bersaniano alla Camera Roberto Speranza (considerato tra gli artefici del piano per archiviare l’esperienza Letta – e allo stesso Gianni Cuperlo e la sua minoranza. La staffetta era vista come l’unico modo per salvare legislatura e partito. E se il nuovo presidente del Consiglio fino a poco tempo prima continuava a rassicurare Letta – con il noto slogan #Enricostaisereno – , tutto sarebbe cambiato tra il 10 e l’11 febbraio. Per effetto dell’accordo tra le diverse correnti il cambio era diventato possibile: «I numeri sono dalla parte di Renzi», scrive il Fatto. E il presunto accordo anti-Letta si può anche vedere dal perfetto uso del manuale Cencelli con il quale tutte le correnti del partito sono state accontentate durante la composizione della squadra del governo Renzi. Se i renziani non mancano (dalla Boschi a Delrio), sorride anche Areadem, con Dario Franceschini, Mogherini e la stessa Pinotti. Ma il “colpaccio” è stato quello dei dalemiani, con la nomina di Padoan all’Economia. Così come pesa anche l’incarico conferito ad Andrea Orlando alla Giustizia. Ovvero, l’esponente di quei Giovani Turchi indicati tra i responsabili dell’organizzazione della staffetta, già sotto accusa durante il tradimento di Prodi. Conclude il Fatto: «E se D’Alema andrà in Europa da commissario il cerchio più che stringersi si chiuderà. Il mostro di Firenze ha tanti compagni di merende». Per ora il “Leader Maximo” ha lanciato messaggi di pace verso Renzi. Forse non a caso: «Come era prevedibile, Renzi ha usato il Pd come trampolino per arrivare a Palazzo Chigi, ha realizzato il vero programma delle primarie, ora sento il dovere di dargli una mano», ha spiegato D’Alema. Un altro degli indiziati del “Letticidio”.