|

Delitto di Via Poma: assolto Raniero Busco per l’omicidio di Simonetta Cesaroni

La Cassazione ha confermato l’assoluzione – che diventa definita – per Raniero Busco dall’accusa di aver ucciso in via Poma, a Roma, la sua ex fidanzata Simonetta Cesaroni. Il ricorso della Procura Generale e’ stato respinto.

IL DIBATTIMENTO – “L’uccisione di Simonetta Cesaroni ha tutte le caratteristiche di un delitto commesso da uno psicopatico che l’ha colpita con 29 coltellate soprattutto nelle zone erogene, e Busco non aveva ne’ il profilo psicologico ne’ il movente per fare questo”, questo uno dei passaggi dell’arringa con la quale il professore Franco Coppi ha chiesto alla I Sezione Penale della Cassazione di confermare l’assoluzione di Raniero Busco per il delitto di via Poma. Coppi ha inoltre rilevato che il “delitto e’ avvenuto tra le 18 e le 19 del pomeriggio, il cadavere aveva rilasciato almeno tre litri di sangue, e Busco non avrebbe avuto il tempo di pulire perfettamente il luogo del delitto per poi tornarsene a Morena ed essere trovato al solito bar alle 19,30”. Il difensore ha poi aggiunto che “non avrebbe avuto alcun senso, da parte di Busco, pulire tutto il pavimento e poi lasciare li’ il cadavere di Simonetta, dopo aver fatto sparire tutti i vestiti. Evidentemente chi ha commesso l’omicidio voleva far sparire anche il cadavere ma non ne ha avuto il tempo”. Coppi ha aggiunto che nella vicenda dell’omicidio di via Poma “una infinita’ di personaggi ha tenuto un comportamento anomalo, a cominciare dal portiere Pietrino Vanacore e da sua moglie che ha nascosto le chiavi dell’ufficio di Simonetta ai familiari che gliele avevano chieste”.

LE TELEFONATE – Coppi ha poi ricordato “le numerose telefonate fatte da Vanacore la sera del delitto al titolare dell’ufficio dove lavorava Simonetta e al presidente dell’associazione degli Ostelli della Gioventu'”. “Perche’ Busco – ha proseguito Coppi – avrebbe dovuto uccidere una ragazza che gli si concedeva con tanto entusiasmo e con tanta, mi si conceda, facilita’?”. Il difensore di Busco ha poi difeso a spada tratta la consulenza che ha escluso che sul seno sinistro di Simonetta ci sia stato il segno di un morso e che tale morso sia riconducibile a Busco. “La prova del morso e’ considerata inattendibile dalla maggior parte della scienza forense e giustamente la sentenza d’Appello la valuta con la massima cautela”. “Sulla scena del delitto – ha concluso Coppi, chiedendo il rigetto del ricorso della Procura della Corte di Assise d’Appello contro l’assoluzione – ci sono tracce ematiche di due uomini diversi da Busco, del quale non sono state trovate tracce di sangue, uno dei quali ferito”.

LA STORIA – Nata il 5 novembre 1969, Simonetta Cesaroni era una ragazza romana che viveva nella capitale nel quartiere Don Bosco. Dal 1988 era fidanzata con raniero Busco, una ragazzo tre anni più grande di lei che viveva nel quartiere di Morena. Il 7 agosto 1990, all’età di 21 anni, è stata ritrovata morta in via Poma, a Roma,  nell’ufficio dell’Associazione Alberghi della gioventù. Simonetta viene ritrovata nuda, ma senza segni di violenza sessuale. Il suo corpo era stato trafitto da 29 colpi di tagliacarte. Il 10 agosto 1990, la prima persona ad essere stata fermata per il delitto è Pietrino Vanacore, uno dei portieri dello stabile di via Poma, che verrà poi scarcerato il 30 agosto dello stesso anni. Più avanti verrà archiviata anche la posizione di Salvatore Volponi, datore di lavoro di Simonetta. Il 3 aprile 1992 arriva un avviso di garanzia per Federico Valle, che abita nel palazzo di via Poma e che durante la notte del delitto aveva ospitato Vanacore. Valle era stato chiamato in causa dall’austriaco Roland Voller. Sia Valle che Vanacore escono dalla scena il 30 gennaio del 1995: la Corte di cassazione decide di non rinviare a giudizio i due indiziati. Nel 2007, i nuovi indizi: dalle analisi del Ris di Parma era emerso che il dna trovato sugli indumenti di Simonetta appartieneva all’ex fidanzato Raniero Busco, che viene iscritto dalla procura di Roma nel registro degli indagati. Busco si proclama innocente, ma il processo per omicidio volontario a suo carico comincia il 3 febbraio 2010. Il 9 marzo 2010 Vanacore si suicida gettandosi in mare a Torre Ovo, in provincia di Taranto. Pochi giorni dopo avrebbe dovuto testimoniare al processo. Lascia un biglietto riportante la scritta «Venti anni di sofferenza e sospetti portano al suicidio». La sua casa era stata perquisita nel’ottobre del 2008 nell’ambito di una nuova inchiesta a suo carico, in seguito archiviata. Il 26 gennaio 2011 Busco viene condannato a 24 anni di carcere, mentre il 27 aprile 2012 viene assolto in appello. La trafila giudiziaria dell’uomo finisce oggi, 26 febbraio 2014: la Corte di Cassazione ha respinto il ricorso della Procura Generale di Roma contro la sentenza di secondo grado e l’assoluzione di Busco diventa definitiva.