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Il Paese dove i ragazzi sognano di fare lo spazzino

Sono stati etichettati in modo sprezzante come «choosy»,  «bamboccioni», «sfigati». I giovani italiani? «Troppo esigenti e schizzinosi», hanno più volte sentenziato diversi ministri: da Padoa Schioppa fino alla Fornero, passando per le accuse di Michel Martone e agli inviti di Mario Monti a «dimenticare il posto fisso», bollato come «monotono». Eppure, in base a un rapporto realizzato da Coldiretti/Ixè («Crisi: i giovani italiani e il lavoro nel 2014»), le ambizioni sembrano un lontano ricordo. Il profilo che emerge è ben differente: pur di trovare un’occupazione, un giovane su quattro (il 23 per cento) accetterebbe un posto da spazzino, il 27% entrerebbe in un call center e il 36 per cento non si farebbe problemi ad indossare la casacca di pony express.

Giovani Spazzini Coldiretti

DISOCCUPAZIONE E GIOVANI ITALIANI: ALTRO CHE CHOOSY – Soltanto nella fascia d’età tra i 15 e i 24 anni, la percentuale di disoccupati – sulla quota totale dei giovanii attivi – ha sorpassato in Italia il il 41%. Numeri negativi, inferiori soltanto a quelli di Spagna e Grecia, tra i 18 Paesi dell’Eurozona: nel paese iberico e in quello ellenico la percentuale si attesta su valori compresi fra il 50 e il 60%, come ha spiegato poco tempo fa la stessa Bce. Al contrario, l’Italia condivide la sua percentuale record con Paesi come Portogallo e Cipro. In base ai dati forniti dal rapporto Coldiretti, emerge come il problema quasi cronico della difficoltà a trovare un’occupazione incida non poco sulle stesse aspirazioni dei ragazzi italiani. Intanto, in Italia più della metà dei trentenni italiani, nel 2014, è ancora costretto a vivere con la paghetta dei genitori (51%) o dei nonni e altri parenti (3%), costretti ad aiutarli fino ad età avanzata. Ma i numeri aumentano, fino al 79%, se si considerano tutti gli under 34. «In questa situazione non stupisce – ha chiarito la Coldiretti – che ben il 75% dei giovani italiani viva con i genitori in casa, dove cerca però di rendersi utile: il 76% fa la spesa, il 73% cucina e il 60% fa piccole riparazioni, anche se c’è uno zoccolo duro del 16% che non si rifà neanche il letto». In pratica, la famiglia è diventata una rete di protezione sociale, indispensabile per i giovani, secondo quanto ha spiegato il presidente Coldiretti, Roberto Moncalvo: «La struttura della famiglia italiana in generale, e di quella agricola in particolare, considerata in passato superata, si è dimostrata, nei fatti, fondamentale per non far sprofondare nelle difficoltà della crisi moltissimi cittadini», ha aggiunto.  Moncalvo ha auspicato che la famiglia torni «ad essere un punto di riferimento delle politiche di sviluppo»:  «Se al suo interno ha le risorse per sopportare meglio la crisi dal punto di vista economico, è soprattutto in Italia un presidio di imprenditorialità diffusa che il Paese non può perdere», ha aggiunto.

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SPAZZINI, CALL CENTER E PONY EXPRESS – Se in passato c’era chi sognava di fare l’astronauta o lo scienziato, oggi i giovani sembrano quasi aver ormai interiorizzato crisi, disoccupazione e precarietà. Lo chiariscono anche i dati:  «Si evidenzia, dunque, una grande flessibilità. Forse anche troppo, visto che uno su tre pur di lavorare è disposto ad accettare un orario più pesante con lo stesso stipendio (33%). Resta solido l’obiettivo italico del posto fisso (nonostante la presunta “monotonia” evocata tempo fa dall’ex presidente del Consiglio Mario Monti, ndr) , cui ambisce il 46% dei giovani (seppur in diminuzione rispetto rispetto al 2013, -7%). Resta anche il mito del dipendente pubblico, al quale ambisce il 34% dei giovani. Tra chi ha già trovato un lavoro si registrano livelli molto alti di soddisfazione, anche per il confronto con le difficoltà dei coetanei. Soltanto  l‘11% è soddisfatto però del proprio stipendio. Senza dimenticare come soltanto il 30% dei giovani sia impegnato in un lavoro totalmente coerente con gli studi (il 23% lo fa solo in parte, ndr). Aumenta anche il numero di chi sembra aver perso le speranze: il 44% dei giovani non ha inviato alcuna domanda di assunzione o lavoro. C’è chi resta pronto ad emigrare fuori dall’Italia (51%), mentre una percentuale maggiore (il 64%) è disponibile a cambiare città. Il 19% considera l’Italia un Paese fermo, in cui non si prendono mai decisioni, il 18% attacca sulle tasse, mentre il 17% denuncia la mancanza di lavoro e di meritocrazia. Tuttavia il 27% pensa ancora che l’Italia possa offrire un futuro per il valore del Made in Italy, le competenze e la creatività, le risorse ambientali e culturali.

PREMIER CHI?– Ma i giovani non sembrano distanti soltanto dal mondo del lavoro, bensì anche dalla politica. E le conoscenze in questo campo sono scarse. Quasi un giovane italiano su tre (il 31%) non conosce il nome del presidente del Consiglio, il 30% quello del presidente della Camera, il 37% quello del presidente del Senato. Solo il 5% del campione non conosce il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano o il Papa, ancora tra i più noti tra i protagonisti della vita economica e sociale del Paese. Ma se sui i nomi c’è confusione, sono invece ben chiari per i giovani italiani quelli che dovrebbero essere gli obiettivi del nuovo esecutivo targato Matteo Renzi. Tra le priorità restano economia e lavoro (81%), mentre riforme elettorali e costituzionali (43%) sono a pari merito con servizi come scuola, sanità e trasporti (42%). Se si analizza, invece, soltanto l’ambito economico, si punta soprattutto sulla crescita (65%), davanti alla difesa dei posti di lavoro, la riduzione delle tasse e la lotta all’evasione (49%). Soltanto il 4% dei giovani italiani si sta impegnando in politica. Il 36% lo ha pensato, ma non lo ha fatto, mentre una stragrande maggioranza (56%) ne resta profondamente distante. Maggiore disinteresse tra le donne (70%) rispetto ai coetanei maschi. I motivi del disimpegno? Un giovane su tre (34%) ripete lo slogan sprezzante «per cui sono tutti ladri», mentre il 32% ha spiegato di non ritenersi adatto. Il 22% non è invece interessato. Tra chi si impegna (o si impegnerebbe) in politica, il 53% lo farebbe per il bene del Paese e degli italiani, il 31% per motivi ideali, l’8% perché pensa che sia ”un buon viatico per guadagnare denaro”. Se si analizzano i dati sulla fiducia riposta dai giovani italiani sulle istituzioni, il 23% dei giovani si fida molto o abbastanza dei sindacati, il 26% delle associazioni cattoliche, il 41% degli ordini professionali, il 53% delle associazioni ambientaliste, il 55% delle associazioni dei consumatori, il 56% delle associazioni degli agricoltori. C’è anche la richiesta di favore la “staffetta generazionale” nei posti di gestione e di vertice del Paese: per l’87% dei giovani si dovrebbe fissare un limite di età per lo svolgimento di incarichi parlamentari, in amministrazioni pubbliche e in aziende pubbliche, mentre per il 56% degli intervistati tale limite dovrebbe essere fissato a non più di 60 anni. Soltanto no zoccolo duro del 25% chiede addirittura che l’età del “pensionamento” sia anticipata all’età di 55 anni.