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Quel pasticciaccio brutto dell’omosessualità a scuola

«A un bambino è chiaro da subito che, se è maschio, dovrà innamorarsi di una principessa e, se è femmina, di un principe. Non gli sono permesse fiabe con identificazioni diverse». Questa frase è estrapolata da uno dei tre volumetti pubblicati dall’Istituto Beck in collaborazione l’Unar (Ufficio Nazionale antidiscriminazioni razziali). Titolo? «Educare alla diversità». Si tratta di specifici moduli didattici di prevenzione e contrasto dell’omofobia e del bullismo omofobico nelle scuole. I lavori sono realizzati dall’apporto dell’Istituto Beck tramite équipe di psicologi e psicoterapeuti. Eppure, davanti allo “sconvolgimento” della classica famiglia “Mulino Bianco”, si è sollevato un polverone che parte da articoli del quotidiano Avvenire fino alla presa di distanza del viceministro Maria Cecilia Guerra nei confronti del direttore Unar Marco De Giorgi. Ma si tratta davvero di pubblicazioni che minacciano l’egemonia gender nelle scuole? Il caso è stato sollevato dall’Avvenire. La bufera e le polemiche sono state talmente tante che il viceministro ha inviato una formale nota di demerito a Marco De Giorgi, il direttore dell’Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali) colpevole di “aver diffuso” nelle scuole quei volumi. Non solo, a ciò si è aggiunto anche il coro di indignazione del MIUR. «Il fatto che gli opuscoli sulla diversità siano stati redatti dall’Unar e diffusi nelle scuole senza l’approvazione del Dipartimento Pari Opportunità da cui dipende, e senza che il Ministero dell’Istruzione ne sapesse niente, è una cosa grave, chi dirige Unar ne tragga le conseguenze», ha tuonato in una nota Gabriele Toccafondi, Sottosegretario al Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca. Ma come stanno realmente le cose?

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DI CHE SI TRATTA – Le pubblicazioni sono tre e differenziate in base al tipo di scuola: si va dalla primaria fino alla secondaria di primo e secondo grado. I tre kit sono rivolti solo ai docenti. Una parte è composta da schede informative rivolte agli insegnanti. «Tali schede – riporta il testo – mirano a fornire conoscenze aggiornate e puntuali sui temi dell’identità e dell’orientamento sessuale, dell’omofobia sociale e interiorizzata e del bullismo omofobico». Poi c’è una cassetta di attrezzi «strumenti utili per l’implementazione di una politica di prevenzione e lotta al bullismo» e il modulo lezioni per comprendere al meglio temi del bullismo e della diversità. Ebbene, tra le raccomandazioni che si fanno ai docenti si possono leggere pericolosissimi consigli: «Non dividere gli studenti (ad esempio per fare un compito) in ragazzi e ragazze, o non assegnare attività diverse a seconda del sesso biologico». O ancora: «Nell’elaborazione di compiti, inventare situazioni che facciano riferimento a una varietà di strutture familiari ed espressioni di genere. Per esempio: “Rosa e i suoi papà hanno comprato tre lattine di tè freddo al bar. Se ogni lattina costa 2 euro, quanto hanno speso?”; oppure: “Dario vuole fare una torta per la nonna. Nella ricetta originale vengono indicati 300gr di farina. Se Dario vuole raddoppiare la ricetta, quanta farina dovrà usare?”». Sono però questi consigli ad aver scatenato L’Avvenire che si è occupato per primo del caso. Trattando il tema così:

Ecco allora le linee guida per i maestri: attraverso la letteratura, il cinema o invitando ospiti gay o trans, dimostrare ai bambini che ci sono «uomini e donne, così come famiglie, diversi» da quello che viene liquidato non come «stereotipo da pubblicità» (a questo è ridotta la famiglia!). Al bando quindi tutta la letteratura per bambini, dalle fiabe a Pinocchio, ma anche Bambi o gli Aristogatti (materiale chiaramente omofobo)? E ancora: «Non usare analogie che facciano riferimento a una prospettiva eteronormativa», cioè che sottintenda anche involontariamente «che l’eterosessualità sia l’orientamento normale»: insomma, vietato insinuare ad esempio che il re torna a casa dalla regina: «Tale punto di vista può tradursi infatti nell’assunzione che un bambino da grande si innamorerà di una donna e la sposerà» (gravissimo periglio). Guai poi all’insegnante che si aspetti che gli studenti di sesso maschile siano ad esempio più interessati «alla Formula 1»: la parola d’ordine è appiattire le differenze, uniformare, negare l’evidenza, incoraggiare le femmine a tirare di pallone e i maschi a parlare intanto «di cucina o di shopping»

LE REAZIONI – Gli articoli stampa non passano inosservati. Così, qualche giorno dopo, il viceministro Maria Cecilia Guerra ha sconfessato l’iniziativa UNAR inviando una formale nota di demerito a Marco De Giorgi, il direttore dell’Ufficio: «L’educazione alla diversità è e resta cruciale ma quel materiale didattico è stato realizzato senza che io ne fossi informata e senza alcun accordo con il Miur». Non solo, Guerra afferma come la cosa si sia diffusa «dall’Istituto Beck, sulla base di un contratto con l’Unar che risale al dicembre 2012, ben prima che io esercitassi la delega alle Pari opportunità» afferma. È stata l’Unar, spiega il viceministro, ad autorizzare la diffusione di questo materiale (con il logo della Presidenza del Consiglio – Dipartimento pari opportunità) prima solo sul sito dell’Istituto Beck e poi, in maniera più ampia lo scorso 4 febbraio. E questo, sottolinea Guerra, «senza che il direttore De Giorgi, me ne desse alcuna informazione, né che io fossi a conoscenza degli esiti della ricerca,di cui del resto ignoravo addirittura l’esistenza».

guarda la gallery:


(Getty Images/Istituto Beck)

LA VERITA’ – In tutto ciò c’è però un errore non indifferente. Gli opuscoli sono stati realmente diffusi nelle scuole? No. A chiarire tutto, dopo i vari attacchi è l’Istituto Beck stesso:

Gli opuscoli sono stati predisposti su mandato dell’UNAR per la realizzazione di specifici moduli didattici di prevenzione e contrasto dell’omofobia e del bullismo omofobico nelle scuole e adottano una prospettiva scientifica, e non ideologica.

E ancora…

Gli opuscoli non sono stati distribuiti, ma – previa autorizzazione – sono stati messi a disposizione attraverso un download protetto con password per coloro che ne avessero fatto esplicita richiesta.

Gli opuscoli sono rivolti esclusivamente agli insegnanti e non agli alunni e, in quanto tali, possono essere utilizzati con le modalità che gli insegnanti e i genitori, coinvolti dalla scuola nel progetto, ritengano più opportune.

Il razionale dell’intervento non è la diffusione di una “teoria gender” ma la prevenzione e la lotta all’omofobia e al bullismo omofobico.

Gli esercizi e i moduli didattici, inappropriatamente estrapolati dal contesto, sono adattati da strumenti educativi prodotti dalle Università British Columbia, University of East London e dalla Global Alliance for Lgbt Education.

Chiave, password e richiesta esplicita di download da parte dell’insegnante. Quanti volumi sono stati scaricati di questa “pericolosissima” collana? Fino a poco tempo fa erano 40 in tutta Italia. Nessuna traccia, come assicura l’Istituto Beck, dei volumetti nelle scuole. Un atto amministrativo che, con budget limitato, non prevedeva in questa prima fase il coinvolgimento del Miur. Pubblicazioni scientifiche quindi destinate ai docenti ed esperti interessati. Anche perché i libri non sono rivolti agli alunni, ma a chi insegna. La diffusione però c’è e non certo per colpa dell’UNAR. Basta cliccare sul sito Riscossa Cristiana per avere il pdf, un sito che tutto pare tranne che esser vicino certo alle tematiche LGBT. “Educare alla diversità” si trovava dunque alla prima fase del progetto quando è stata travolta nella bufera mediatica. La seconda, eventuale, avrebbe potuto prevedere la diffusione nelle scuole, ma con il coinvolgimento (ed autorizzazione) del Miur, cosa che di prassi già avviene in una interazione continua tra dipartimento e ministero attraverso tavoli. Costo del progetto? Circa 20 mila euro, finanziato da fondi europei e sancito da un accordo tra Istituto Beck e Unar nel 2012, anno in cui Guerra non aveva ancora messo piede nel Ministero.

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LE CONDIZIONI DELL’UNAR – Quindi, stando al numero dei download e dal comunicato dell’Istituto Beck, pare esserci stato tanto rumore (e una nota di demerito) per “nulla”. L’UNAR si trova sotto la Presidenza del Consiglio dei Ministri, quindi dipendente dalle decisioni del Presidente del Consiglio, Pari opportunità e Integrazione. Gode di una sorta di “libertà” (minore rispetto a realtà simili europee) e ha la funzione di garantire, in piena autonomia di giudizio e in condizioni di imparzialità, l’effettività del principio di parità di trattamento fra le persone. Non solo, vigila sull’operatività degli strumenti di tutela contro le discriminazioni. Sul sito delle Pari Opportunità si indica come L’Unar partecipi al programma di azione comunitario in base al testo approvato al Parlamento Europeo il 24 ottobre 2006. Opera su tutti e sei i fattori  in base ad un Decreto Ministeriale a a precise direttive annuali del Ministero per le Pari opportunità.  Tra i fattori contestati c’è anche l’uso dei loghi nell’iniziativa anche se prima di avviare procedure del genere c’è stata comunque una formale approvazione dal Dipartimento della Presidenza del Consiglio che opera in stretto raccordo con il ViceMinistro Guerra. Perché quindi tanto ardire? La situazione la spiega Enzo Cucco, Presidente Assocazione Radicale Certi Diritti, sul suo blog:

Oggi l’UNAR è nel mirino del cattolicesimo integralista che, attraverso la contestazione delle iniziative contro l’omofobia e della Strategia nazionale individuata su impulso del Consiglio d’Europa, ha finalmente aperto (sia pur con pochissimi mezzi e qualche timidezza) anche questo fronte antirazzista. Ed i materiali dell’Istituto Beck sarebbero colpevoli di aver assegnato anche alle religioni (tutte) un atteggiamento sessuofobo e omofobo. Quella che dovrebbe essere considerata una affermazione di semplice constatazione della realtà (basta leggere i documenti ufficiali e i quotidiani degli ultimi 20 anni) viene vissuta come attacco alla libertà religiosa. Continuando nella menzogna che censurare l’omofobia significhi censurare la libertà di espressione. Impressionanti le energie spese dal fronte fondamentalista, sostenuto ovviamente dai soliti quattro deputati capitanati dalla coppia di fatto Giovanardi-Roccella, che seguono passo dopo passo non solo le iniziative dell’UNAR ma dello stesso Ministero dell’Istruzione da sempre considerato “cosa nostra” dal cattolicesimo retrivo.

E ORA? – Ora, col nuovo governo Renzi, si aspetta sul ministero che dovrà ricevere le deleghe per le Pari Oppurtunità ed Integrazione. L’Unar, organismo nato sotto direttiva europea, lavora in base alla Raccomandazione del Consiglio Europeo del 31 marzo 2010. A seguito del programma promosso dal Consiglio d’Europa “Combattere le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere”, per l’attuazione e l’implementazione della Raccomandazione del Comitato dei Ministri CM/REC (2010)5., al quale l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni (UNAR) ha aderito, è stata creata la Strategia Nazionale per la prevenzione ed il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere, predisposta e coordinata dall’UNAR, in collaborazione con le diverse realtà istituzionali, le Associazioni LGBT e parti sociali. Obiettivo? Mirare alla prevenzione e al contrasto delle discriminazioni, anche se si tratta di omofobia. La parte 7 del libricino per la scuola primaria prevede questa lezione: l’insegnante deve leggere la storiella in classe di Alex, ragazza a cui piace giocare tanto a calcio:

Alex torna a casa e comincia a piangere nella sua stanza. La madre allora le racconta una storia. “Un giorno c’era una bambina a cui non piaceva fare le cose ‘da bambina’: non le piacevano i vestiti o le bambole. Le persone che non sanno che ognuno di noi è diverso non riuscivano a capirla e continuavano a domandarle se fosse una bambina o un bambino. Ma lei semplicemente faceva le cose che le piacevano, senza chiedersi se fossero da maschio o da femmina. Non passava giorno tuttavia senza che qualcuno le chiedesse qualcosa o le facesse una critica”. “Mamma, ma è proprio quello che succede a me” risponde Alex. “Alex, tu non sarai mai una ragazza simile a tutte le altre e non devi esserlo. Adesso ti sembra che le cosa siano difficili, perché gli altri bambini non conoscono nessun’altra ragazza come te. Ma la verità è che da sempre ci sono donne a cui piace fare cose ‘da uomini’ e uomini a cui piace fare cose ‘da donne’.

Tra le domande rivolte ai bambini non si parla di identità sessuale ma di mero rispetto nei gesti altrui anche se “fuori dai canoni”: «Se foste stati nella classe di Alex, che cosa avreste potuto fare sentendo che veniva presa in giro?». Domande pericolose? Per alcuni questa è “egemonia gender” e non sensibilizzazione al bullismo. Tutta colpa di quaranta download.