Il Venezuela scivola nel caos

di Maghdi Abo Abia | 20/02/2014

Il Guardian ci porta a Caracas, in Venezuela, e più precisamente nel quartiere povero di Petare, un luogo non conosciuto come essere covo di un sentimento anti-governativo. Anzi, in passato i suoi abitanti sono stati tra i privilegiati di tutto il Paese ed hanno goduto di campagne di educazione sanitaria e pubblica oltre che di una politica economica che ha causato uno dei più grandi esempi di diseguaglianza al mondo.

Nuove proteste a Caracas contro Presidente venezuelano Nicolas Maduro

PAURA QUOTIDIANA – Ma anche qui, come in tutto il resto del Paese, gli abitanti sono scesi in piazza per protestare contro l’inflazione in aumento, i tassi di omicidio insostenibili e la carenza sostanziale di beni essenziali. Tra loro c’è Jorge Farias, un tassista già elettore di Chavez ed oggi all’opposizione. «Non possiamo andare avanti così -ha spiegato l’uomo- se non muori di fame, rischi di essere ucciso mentre vai a lavorare. Vorrei svegliarmi senza questa paura. Non ho mai visto il Paese in queste condizioni e stiamo andando di male in peggio. E per di più, stiamo perdendo la fede».

 

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CRESCE LA PROTESTA – I venezuelani ormai ripetono come fosse una litania «Ya esta bueno ya», che suona pressapoco come «basta già», uno slogan che coglie un senso d’insoddisfazione pesante sul futuro del Paese. In tutto il Paese ci sono sacche di turbolenza come nelle piazze di Caracas, di Valencia, di Maracaibo, di San Cristobal e di Puerto Ordaz, con la morte di cinque persone. Secondo i funzionari governativi le proteste sono limitate ma la tensione sta crescendo, con i manifestanti dispersi lo scorso mercoledì dalle truppe della Guardia Nazionale che hanno sparato gas lacrimogeni e proiettili di gomma mentre nel centro di Valencia i residenti hanno bloccato le strade ergendo barricate.

LA POLIZIA SPARA PROIETTILI DI GOMMA – Nello stato di Bolivar, a Puerto Ordaz, secondo i testimoni, le truppe della Guardia Nazionale hanno sparato proiettili di gomma e gas lacrimogeni per reprimere una protesta studentesca mentre sessanta agenti in borghese hanno sparato ai manifestanti altri proiettili di gomma, con loro che hanno risposto con sassi e bastoni. A Caracas le persone si riuniscono notte dopo notte per protestare contro la carenza dei beni di prima necessità, un’inflazione cresciuta del 50 per cento in un anno e la crescita della criminalità che ha portato alla morte di 100.000 persone dalla vittoria delle elezioni da parte di Chavez, 15 anni fa.

VERSIONI A CONFRONTO – Il governo guidato da Nicholas Maduro, successore di Chavez, ha superato comunque lo scoglio elettorale tanto che oggi il potere definisce le proteste, sostenute dagli Stati Uniti un colpo di stato. Maduro ha definito la rabbia della gente un piano fascista ed ha promesso di  sconfiggerle come si piega un’infezione. Per l’opposizione invece il governo nega il diritto alla protesta. Ed allo stesso tempo il potere è accusato dell’escalation della violenza negli ultimi tempi che ha visto il coinvolgimento di gruppi armati e di milizie paramilitari formate da cubani il cui compito è quello di controllare ed intimidire i manifestanti.

 

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VIOLENZE A CARACAS – Le parti vengono definite rispettivamente pedine di Washington e di L’Avana, ma sono in molti a sentire la frustrazione di un sentimento nazionale anche se ci sono altrettanti che ritengono doveroso proteggere le conquiste fatte dalle comunità più povere. William Briceño, dipendente governativo impiegato in un ufficio nel quartiere di Chacao ha spiegato che la scorsa settimana i manifestanti hanno saccheggiato il suo ufficio portando via il suo computer e molti dei suoi averi: «Queste proteste non sono la soluzione. Gli studenti vogliono diritti ma poi sfasciano tutto». Ed i suoi colleghi sono costretti a lavorare su tavoli da cucina. Il governo è accusato d’ignorare la difficoltà dei manifestanti che a loro volta hanno annunciato una grande mobilitazione per sabato.

SERVE TEMPO – Secondo Elizabeth Rodriguez, i sostenitori di Maduro non sanno come uscire da questo circolo vizioso e l’attesa nelle prossime elezioni è un lusso che il Paese non può permettersi. Juan Garcia, tecnico in una clinica, è convinto che le cose cambieranno ma sa anche che ci vorrà il suo tempo. Perché in fondo la gente è stanca di tutto, anche delle proteste, ed ha capito che il governo non è in grado di aiutare il Paese. Il paese vive una sensazione continua d’insoddisfazione. Le barricate sono ad ogni angolo di strada e la polizia risponde con i proiettili di gomma. E per i manifestanti c’è un altro rischio sottaciuto, ovvero quello di essere uccisi dai teppisti.