|

Come cambia la geografia del gas

I produttori tradizionali sono spiazzati e si devono riorganizzare, ma il mondo potrà continuare ad espandere i consumi bruciando idrocarburi, come prima e più di prima, per qualche altro decennio.

fracking 2Controversy on Chevron response to gas blast in Greene Co. Reportedly gave 100 neighbors coupon 4 free pizza. #wpxi pic.twitter.com/3nJeSd1Ewq — Gordon Loesch (@WPXIGordon) 18 Febbraio 2014

IL NUOVO BOOM PETROLIFERO – C’era un tempo nel quale la Russia di Putin teneva per la gola l’Europa, un tempo nel quale il ricorso alle energie rinnovabili sembrava inevitabile perché la produzione d’idrocarburi non si poteva aumentare e tendeva anzi a calare, poi è cambiato tutto e nel giro di dieci anni la geografia dei flussi energetici è completamente mutata. La svolta è arrivata dall’America, dove a Nord il Canada ha aperto allo sfruttamento delle sabbie bituminose e a Sud gli Stati Uniti sono ormai nel pieno della rivoluzione del fracking, altra tecnica innovativa che ha permesso l’estrazione d’enormi quantità d’idrocarburi prima inaccessibili, al punto da trasformare in pochi anni gli Stati Uniti da importatori netti ad esportatori.

QUALCHE DECENNIO DI FRACKING – Secondo i calcoli più pessimistici sulla durata di questo inatteso boom, che appare effimero a patto d’intendersi sul significato del termine, ci aspettano almeno una trentina d’anni d’abbondanza e di gas e petrolio a costi relativamente moderati, almeno considerando quelli contabilizzati, che non comprendono la devastazione delle regioni canadesi scorticate e inquinate o quello degli stati americani punteggiati come puntaspilli da migliaia di pozzi abbandonati, discariche tossiche e falde inquinate. Sia il fracking che lo sfruttamento delle sabbie bituminose consumano grandi porzioni di territorio, grandi quantità d’acqua e lasciano al loro passaggio inquinamenti persistenti e pericolosi per la salute umana, molto di più dei pozzi tradizionali

CONSUMI E PRODUZIONE IN AUMENTO – Secondo l’AIE, l’agenzia ONU per l’energia, la grande disponibilità di gas in particolare da qui al 2040 non riuscirà a cambiare il rapporto tra consumo di petrolio e di gas, il petrolio rappresentava il 53,6% nel 2010 e sarà il 51,4 degli idrocarburi nel 2040 e questo nonostante una previsione della stessa agenzia per la quale il consumo di gas aumenterà del 35% ENTRO IL 2035, il consumo di petrolio seguirà. Il che è una tragedia se si pensa al problema del riscaldamento globale, ma non ci pensa nessuno e c’è un sacco di gente pagata per evitare che ci si pensi, oltre a quelli che guadagneranno direttamente da questa improvvisa abbondanza, innescata nel 2005 quando una compagnia americana, la Devon Energy,ha finalmente messo a punto la nuova tecnica di perforazione e fratturazione orizzontale.

Odessa-Texas-Fracking-Fields
Odessa, Texas

CAMBIA LA GEOGRAFIA DELL’ENERGIA – Tecnica che ha proiettato sul mercato nel ruolo di prim’attori paesi nuovi come il Canada, il Brasile o l’Australia e consegnato alla Cina la consapevolezza di possedere forse le maggiori riserve di gas di scisto al mondo e innescato una catenza di reazioni che ha trasformato il mercato mondiale degli idrocarburi. Alla fine del 2012 negli Stati Uniti, inondati di gas e ancora incapaci di esportarne, il gas costava 4 dollari per ogni unità di base (un milione di British Thermal Unit, BTU) contro i 18 in Asia e i 10 in Europa ed è subito stato impiegato per alimentare le centrali sostituendo il carbone. Che a sua volta è calato di prezzo, trovando la via dell’Europa dove costava meno del gas, in Francia GDF Suez ha messo al minimo tre delle sue quattro centrali, il loro tasso d’utilizzazione è calato dal 42% al 33%.

LA RUSSIA VERSO L’ASIA – Il calo nel consumo del gas e delle sue quotazioni in Europa hanno privato la Russia di una potentissima leva, ma soprattutto di contratti vantaggiosissimi, al punto che pur vendendo all’Europa il 30% della sua produzione ne ricavava il 60% delle entrate. A differenza di un altro campione della produzione di gas  la Russia inoltre era legata ai gasdotti, perfetti per una situazione stabile di mercato, molto meno per i rapidi cambi di clientela o per inseguire i prezzi migliori, mentre da Doha devono solo dirigere le navi che portano il gas liquefatto dove c’è richiesta e impianti per accoglierlo, che presto prevedibilmente potranno accogliere anche quello americano.

NIENTE FRACKING PER L’EUROPA – Mentre a Sud sono spuntati i primi rigassificatori in Grecia e in Italia, a Nord è la Polonia che si candida a porta europea del gas americano. Varsavia vive come una priorità l’affrancarsi dalle forniture russe e per un po’ ha anche sperato che il fracking avrebbe fatto della stessa Polonia un paese produttore, speranze per ora deluse dalle stesse corporation americane, che per ora hanno abbandonato l’impresa dopo i primi sondaggi. Anche in Europa si potrebbe recuperare gas dagli scisti, ma la tecnica vista all’opera negli Stati Uniti è impraticabile in aree densamente popolate e ancora meno in paese nei quali il regime delle concessioni minerarie è molto diverso da quello negli Stati Uniti, dove vastissime regioni sono già state devastate da una tecnica che impone di scavare moltissimi pozzi perché non si pesca da un giacimento, ma si procede macinando il terreno per liberare il gas.

LA CORSA VERSO EST – Così diversi progetti per i gasdotti russi sono stati messi in discussione e persino l’investimento nell’enorme giacimento di Chtokman nel mar di Barents, che da solo dovrebbe contenere il 2% delle riserve conosciute, è stato messo in stand-by, mentre l’attenzione dei russi si è rivolta all’Asia, direzione nelle quale sta allungando i suoi tubi con l’intenzione di raggiungere Cina, Giappone, India e magari anche il Sud-Est asiatico, destinazioni che diventano anche l’obiettivo delle petroliere dei produttori del Golfo o dell’oleodotto che dall’Iran è arrivato in Pakistan e dovrebbe procedere verso l’India e dove vogliono arrivare anche le ex-repubbliche sovietiche che conservano nel loro sottosuolo enormi quantità di petrolio e gas.

BRUCIARE FINO ALLA FINE – Nuova linfa per l’Asia, tanta roba da bruciare, ma metodi d’estrazione molto più inquinanti di quelli tradizionali. C’è un prezzo da pagare per l’abbondanza ed è sempre quello dell’avvelenamento dell’ambiente, così la nuova abbondanza scuote gli assetti politici ed economici planetari, apparentemente in maniera positiva, ma quanto più se ne approfitterà, tanto più si continuerà a fare esattamente il contrario di quello che si dovrebbe fare per evitare il disastro planetario e finire al forno: ridurre le emissioni. Purtroppo lo sviluppo della tecnica  ci sta fornendo lo sconto sull’alimentazione del forno e c’è la corsa ad approfittarne, del doman non v’è certezza e far profitto qui e ora è un imperativo categorico.