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Tutto quello che avresti voluto sapere sulle elezioni regionali in Sardegna

Domenica 16 febbraio la Sardegna torna al voto per confermare il suo presidente Cappellacci, oppure bocciare il centrodestra e consentire il ritorno al potere del centrosinistra. Le regionali sarde sono la prima elezione del 2014, e daranno il primo test significativo sulla segreteria Renzi e sulla ripresa, più o meno virtuale, del centrodestra nei sondaggi.

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ELEZIONI REGIONALI IN SARDEGNA – Due sfidanti classici, espressione di centrodestra e centrosinistra, un outsider rilevante e candidati minori, con la clamorosa assenza del MoVimento 5 Stelle. Le elezioni regionali della Sardegna si presentano con uno schieramento piuttosto tradizionale, che sembra aver assorbito la rivoluzione delle urne verificatasi nelle politiche del 2013, quando anche nell’isola il primato fu conquistato dalla formazione di Beppe Grillo. Uno schema che però nasconde numerose differenze rispetto al sistema nazionale, visto il peso delle formazioni locali, e la clamorosa assenza di due forze come lo stesso M5s ed il Nuovo Centrodestra, che hanno preferito disertare la competizione. Il centrodestra ripropone il presidente della Regione Ugo Cappellacci, sostenuto dalle stesse forze che l’hanno eletto nel 2009. Eletto abbastanza a sorpresa, sopratutto per la nettezza del risultato, cinque anni fa, quando il suo successo fu attributo alla dirompente forza di Berlusconi, e la significativa debolezza del Partito Democratico, Capellacci è arrivato piuttosto in difficoltà a questo appuntamento. Il centrodestra è arrivato ultimo nella sfida tripolare delle politiche, conquistando un deludente 23% che ha palesato le difficoltà della coalizione berlusconiana nell’isola. Il Popolo della Libertà, di cui Capellacci è stato primo coordinatore regionale, si è dissolto, trasformandosi in Forza Italia. Una parte minoritaria legata alla componente degli ex An era già andata in Fratelli d’Italia, mentre insieme al presidente ci sono  liste locali che nel 2009 si rivelarono decisive. Tra di esse spicca il Partito Sardo d’Azione, formazione  tradizionalmente più vicina al centrosinistra ma che dal 2009 ha preferito allearsi con i berlusconiani dell’isola. I centristi che sostennero Monti sono schierati in maggioranza con Cappellacci, e sicuramente sarà interessante valutare l’apporto dell’Udc,  che nelle scorse regionali fu assolutamente decisiva per la sconfitta di Soru.

LE ELEZIONI REGIONALI IN SARDEGNA ED IL PD – Il 15 ed il 16 febbraio del 2009 fu uno dei momenti più drammatici per il Partito Democratico. Dopo la netta sconfitta delle politiche dell’anno precedente, ed il passo falso in Abruzzo, la segreteria pericolante di Walter Veltroni si aggrappò alla leadership di Renato Soru per provare ad ottenere un successo che le desse forza e vita. Il presidente della Sardegna, da più parti indicato come possibile erede dello stesso Veltroni alla guida del PD, subì però una netta sconfitta, perdendo in modo netto lo scontro con Silvio Berlusconi, che si spese con grande impegno per far vincere Ugo Cappellacci, un candidato letteralmente estratto dal suo cilindro. Soru pagò l’isolamento politico, ed il perseguimento di una  strategia contraria all’alleanza che si scontrò con l’evidenza. Il Partito Democratico sarebbe partito favorito per la riconquista dell’isola: Cappellacci non è un presidente molto popolare, e dalla II Repubblica in poi nessuna giunta è stata riconfermata al potere. La partenza per il PD non sarebbe però potuta essere peggiore, visto che il maggior partito del centrosinistra si è dovuto inventare un candidato alla presidenza praticamente all’ultimo secondo. La vincitrice delle primarie, l’europarlamentare Francesca Barraciu, ha infatti abbandonato la guida della coalizione a causa di un avviso di garanzia ricevuto nell’ambito di un inchiesta sulle spese folli dei gruppi regionali. La Barraciu aveva provato a resistere, ma visto che vari partiti alleati si erano dichiarati indisponibili a sostenerla ha rinunciato dopo le numerose pressioni fatte dal PD. I democratici candidato un economista dell’università di Cagliari, Francesco Pigliaru, che era stato assessore della giunta Soru tra il 2004 ed il 2006. Esponente della lista civica del presidente, lo l’economista aveva abbandonato la guida del bilancio regionale in dissenso con Renato Soru. Insieme a Pigliaru c’è una coalizione larga di centrosinistra, che vede il ritorno anche dell’Italia dei Valori.

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ELEZIONI REGIONALE IN SARDEGNA, GLI ASSENTI – Antonio Di Pietro ha realizzato uno spot per sostenere il suo partito, ma nelle schede delle regionali sarde più che il suo ritorno spiccano alcune assenze piuttosto clamorose. La più rilevante è la mancata corsa del MoVimento 5 Stelle. Un anno fa, alle politiche, il M5S aveva ottenuto quasi il 30% dei voti, risultando non solo il primo partito ma anche la prima coalizione dell’isola.  Una faida interna ai Meetup, con reciproche accuse tra due tronconi del 5 Stelle sardo, ha reso impossibile trovare una soluzione unitaria. Beppe Grillo ha deciso di non concedere l’utilizzo del prezioso simbolo, così da rendere impossibile la presentazione della lista. In Sardegna i 5 Stelle hanno ottenuto uno dei pochi risultati positivi delle amministrative 2013, la vittoria nel comune di Assemini, ma la paura di un nuovo flop alle regionali ha sconsigliato al duo dei fondatori di tentare una nuova avventura su basi così fragili. Ancora molto forte nei sondaggi, dove viaggia su valori non distanti dal boom ottenuto alle politiche, il M5S ha dimostrato anche in quest’occasione di essere una forza molto radicata nel voto d’opinione, ma molto in difficoltà a livello locale. Meno clamorosa ma sicuramente rilevante è invece l’assenza di Nuovo Centrodestra. Il nuovo partito di Angelino Alfano non è riuscito ad attrarre personale politico di peso dal Popolo della Libertà, visto che il grosso ha semplicemente cambiato nome aderendo di nuovo a Forza Italia. La mancanza di big ed i timori di un risultato deludente hanno sconsigliato la prova elettorale, così che il battesimo delle urne per il Nuovo Centrodestra arriverà alle elezioni europee. La mancanza di queste due forze renderà sicuramente meno difficile valutare l’impatto nazionale di questa consultazione, che avviene in un periodo molto complicato viste le vicissitudini attraversate dal governo di Enrico Letta, che ha un supporto fondamentale proprio nel nuovo partito di Alfano.

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ELEZIONI REGIONALI, I VOLTI SARDI – Le elezioni regionali sarde conservano alcuni elementi di originalità che rimarcano l’autonomia del sistema politico isolano rispetto a quello continentale, per dirla con un termine piuttosto tipico. La più importante è sicuramente la candidatura di Michela Murgia. Scrittrice piuttosto apprezzata, la Murgia si è sempre dichiarata indipendentista, ed ha lanciato la sua candidatura proprio su questa vena autonomista molto pronunciata. Di simpatie progressiste, la scrittrice sarda sta ricoprendo il ruolo di terza forza che nelle ultime regionali il 5 Stelle non è riuscito a svolgere, anche se le probabilità di successo sembrano davvero risicate, se non impossibili. Visto che la corsa si preannuncia molto equilibrata, anche la candidatura dell’ex presidente della Regione Mauro Pili rischia di poter sottrarre qualche preziosa percentuale soprattutto al centrodestra. Ex giovane prodigio della politica sarda, prima con l’elezione a sindaco di Iglesias a 27 anni di età, e poi arrivando al vertice regionale a neanche 33, Pili è dal 2006 deputato del centrodestra a Roma, prima nelle file di Forza Italia e poi nel Popolo della Libertà. A fine 2013 è però uscito dalle file della formazione berlusconiana, per candidarsi alla testa di uno schieramento autonomista. A differenza della candidatura della Murgia il ritorno di Pili, che nel 2004 perse nettamente contro Soru, non ha convinto i sardi, ed al momento la sua candidatura sembra danneggiare solo Cappellacci. Il presidente in carica ha impostato la sua campagna sulla zona franca, ovvero trasformare la Sardegna in un’area agevolata fiscalmente. Una proposta giudicata come insufficiente dalle forze autonomiste, che chiedono ancora più libertà dal continente chiamato Italia, mentre il candidato del centrosinistra Pigliaru la valuta irrealistica e non risolutiva dei problemi sardi.

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ELEZIONI REGIONALI IN SARDEGNA, SONDAGGI ED EFFETTI – Durante la campagna elettorale la rilevazione delle intenzioni di voto è stata piuttosto scarsa. Solo l’istituto Datamedia ha realizzato indagini sulle regionali sarde su commissione del più importante quotidiano dell’isola, L’Unione Sarda. A due settimane dal voto il sondaggio fotografava una situazione di estremo equilibrio, con il presidente Ugo Cappellacci in testa di pochissimo, lo 0,5%, rispetto al suo principale sfidante, Francesco Pigliaru. La competizione potrebbe essere decisa dal consenso verso le liste minori; la Murgia ottiene un davvero significativo 20%, segno di una vasta insoddisfazione dell’elettorato sardo verso l’offerta politica tradizionale. Mauro Pili ottiene preferenze certo ridotte, che non superano il 5%, che però potrebbero rivelarsi decisive. Visto che negli ultimi anni la Sardegna è stata caratterizzata dall’alternanza tra centrodestra e centrosinistra, le chance di rielezione di Capellacci appaiono appese al consenso del suo sfidante ex compagno di partito. Pigliaru potrebbe sfruttare la relativa impopolarità che si riscontra nei confronti del presidente dell’isola, anche se le ultime vicissitudini che hanno colpito il Partito Democratico non l’aiutano nell’ultimo sprint. L’ex assessore della giunta Soru può però farsi forza di un precedente simile; dopo lo psicodramma del Quirinale, Debora Serracchiani riuscì a vincere le elezioni di un’altra regione autonoma con un margine davvero risicato di voto. L’arrivo di Renzi a Palazzo Chigi non ha colpito il PD come i 101 che affossarono Prodi, ma certo non appare un tonico elettorale vista la reazione della base del partito. Un ulteriore elemento di incertezza è fornito dalla legge elettorale. Poco prima delle regionali la normativa è stata ancora cambiata: chi supera il 25% ha diritto ad un premio di maggioranza che lo porta al 55% dei seggi, che diventa il 60% se si supera il 40% delle preferenze. Una lista a sostegno di un candidato presidente deve superare il 10% per ottenere seggi, ed in caso di grande equilibrio, questa soglia di sbarramento potrebbe rivelarsi decisiva visto che le forze che sostengono la Murgia rischiano di non superarla.