«Il ragazzo dai pantaloni rosa non si è ucciso per omofobia»

di Valentina Spotti | 13/02/2014

A novembre 2012 l’Italia ascoltava scioccata la storia di A., un quindicenne romano uccisosi perché – secondo la versione circolata su giornali e social network – sarebbe diventato vittima dei bulli a causa della sua omosessualità, e per la presunta abitudine del ragazzo a vestirsi di rosa. Per questo motivo il ragazzo era stato ribattezzato dai media «il ragazzo dai pantaloni rosa» e sul web erano nate pagine e gruppi in ricordo del giovane e contro l’omofobia e il bullismo.

ragazzo pantaloni rosa omofobia (4)

«IL RAGAZZO DAI PANTALONI ROSA NON ERA GAY» – A oltre un anno di distanza, si torna a parlare del «ragazzo dei pantaloni rosa», ma per specificare che, secondo gli inquirenti, A. non si sarebbe dato la morte perché vittima dell’omofobia o dei bulli: anzi, il ragazzo non sarebbe nemmeno stato omosessuale. L’inchiesta della Procura di Roma, infatti, spiega che il quindicenne si sarebbe ucciso forse per non essere riuscito a superare una delusione d’amore legata a una ragazza, una sua compagna di scuola al liceo Cavour frequentato da A. Bullismo e omofobia non avrebbero nulla a che vedere con la sua morte e per questo la Procura ha chiesto l’archiviazione del procedimento.

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CHIESTA L’ARCHIVIAZIONE SUL CASO DEL RAGAZZO CON I PANTALONI ROSA – Stando alle audizioni condotte dal procuratore aggiunto Pierfilippo Laviani, che ha coordinato le indagini,  le ipotesi sul movente omofobico del suicidio di A. sarebbero cadute: il ragazzo, che non era omosessuale, non è mai stato fatto oggetto di scherno o persecuzione da parte dei compagni. L’archiviazione è stata sollecitata anche per tre docenti e la preside dell’istituto frequentato dall’adolescente suicida, finiti sul registro degli indagati dopo una denuncia presentata dai parenti del ragazzo. Ai quattro si contestava il reato di omessa vigilanza ma, come spiegano i pm, questo reato non si compie in quanto i docenti non erano a conoscenza di alcun elemento che potesse far pensare che il giovane fosse finito nel mirino di eventuali bulli.

 

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CHI ERA IL RAGAZZO CON I PANTALONI ROSA? – In realtà, i dubbi sull’omosessualità di A. erano sorti fin dai giorni successivi alla sua morte: i giornali avevano sottolineato la presenza di una pagina Facebook nata per prendere in giro il ragazzo, ma in quegli sfottò non ci sarebbe stato nessun riferimento all’omosessualità del ragazzo. Inoltre, mentre sui social network partivano iniziative di solidarietà ad A. e contro l’omofobia – iniziative che chiedevano a tutti di cambiare la foto del proprio profilo in un quadratino rosa – gli studenti del liceo Cavour scrivevano una lettera ai giornali, spiegando che il loro compagno non sarebbe stato gay:

Noi, gli amici, abbiamo sempre rispettato e stimato la personalità e l’originalità che erano il suo punto di forza. Non era omosessuale, tanto meno dichiarato, innamorato di una ragazza dall’inizio del liceo. Lo smalto e i vestiti rosa, di cui andava fiero, erano il suo modo di esprimersi.

In una seconda lettera, questa volta firmata anche dai genitori e dagli insegnanti del ragazzo, si puntava il dito contro l’immagine del ragazzino fornita dai giornali, un’immagine che avrebbe completamente stravolto il suo vero carattere:

[…] era un ragazzo molto più complesso e sfaccettato del profilo che ne viene dipinto: era ironico e autoironico, quindi capace di dare le giuste dimensioni anche alle prese in giro alle quali lo esponeva il suo carattere estroso e originale e anche il suo gusto per il paradosso e il travestimento, che nelle ricostruzioni giornalistiche è stato confuso con una inesistente omosessualità. Era curioso e comunicativo, pieno di vita e creativo, apprezzato a scuola dagli insegnanti; soprattutto era molto amato da tantissimi amici e compagni

Come tutti gli adolescenti del mondo, però, anche A. avrebbe attraversato un momento di profonda crisi, uno smarrimento dal quale, con l’inesperienza dei suoi quindici anni, non sarebbe riuscito a uscire. E allora avrebbe scelto di farla finita: «Probabilmente conclude la lettera che amici, genitori e insegnanti scrissero allora – Nascondeva dietro un’immagine allegra e scanzonata una sofferenza complicata e un profondo e non banale ‘male di vivere’».