Perché il Ticino dice no agli italiani

di Andrea Mollica | 13/02/2014

Il no agli italiani è stato uno degli elementi che ha deciso il referendum svizzero sul no alla libera circolazione dai paesi membri dell’UE. Lo stop all’eccesso di frontalieri ha determinato un risultato nettissimo in Canton Ticino, che è stato determinante nella votazione nazionale.

ticino italiani basta 2

BASTA ITALIANI – Non è razzismo, come ha detto a Giornalettismo uno dei sostenitori dell’iniziativa popolare contro l’immigrazione di massa in Svizzera, ma il no agli italiani è stata una delle chiavi per il successo del referendum. La consultazione ha scosso l’Europa, ed uno dei maggiori giornali tedeschi, Süddeutsche Zeitung, ha dedicato un’analisi al piccolo Canton Ticino. I risultati nella parte principale della Svizzera italiana sono stati schiaccianti: su 121 mila votanti, i sì all’iniziativa sono stati 82 mila, i no 38 mila. Una differenza di quasi 45 mila voti in un Cantone di 300 mila abitanti, mentre nell’intera Svizzera, che ha una popolazione di circa 8 milioni, i sì hanno vinto con un margine di 19 mila. La causa principale di questo orientamento così schiacciante a favore dell’iniziativa popolare promossa dalle destre si chiama frontalieri. I lavoratori italiani occupati in Svizzera che ogni giorno attraversano la frontiera sono un fenomeno radicato da molti decenni, ma è letteralmente esploso negli ultimi dieci, da quando è stata introdotta la libera circolazione con i paesi membri dell’UE.

PAURA DELLA CRISI ITALIANA – Il racconto di Süddeutsche Zeitung parte da Fox Town, popolare outlet che vende marchi di alta moda a prezzo scontato, collocato a Mendrisio, poco distante dalla frontiera con l’Italia di Como Brogeda. Il responsabile di Fox Town, Silvio Tarchini, è stato protagonista della campagna referendaria, visto che non solo ha difeso l’occupazione degli italiani, ma ha rimarcato come spesso i giovani ticinesi siano troppo schizzinosi e rifiutino i posti di lavoro offerti. Dichiarazioni che hanno scatenato un’ondata di proteste, con tanto di raccoglitore di tutti i giovani svizzeri respinti da Fox Town. Un’iniziativa lanciata dalla Lega dei Ticinesi, partito che, come nota SZ, ha costruito le sue fortune politiche grazie alla contrapposizione agli italiani ed alla protesta contro Berna. La capitale elvetica simboleggia nella propaganda leghista il potere che si dimentica dei problemi del piccolo Cantone, abbandonato a convivere con una frontiera esplosiva. Con salari così attrattivi ed un’economia in difficoltà, la Svizzera italiana ha timori di essere invasa dai nostri connazionali.

LEGGI ANCHE – Il paese dove gli italiani rubano il posto di lavoro

RABBIA CONTRO LA FRONTIERA – In realtà questo processo è già iniziato grazie proprio alla libera circolazione. I leghisti e lo stesso Savoia interrogati da SZ sottolineano come da dieci anni il numero dei frontalieri sia raddoppiato, da 30 a 60 mila, con un aumento esponenziale seguito ai trattati bilaterali che hanno introdotto in Svizzera i pilastri del mercato unico europeo. Uno di questi è appunto la libera circolazione delle persone, così che non solo la forza lavoro locale si trova costretta a competere senza limiti con i nostri connazionali, ma anche i professionisti debbano subire l’offensiva degli idraulici, elettricisti e altri padroncini italiani. In un Cantone di 300 mila abitanti, dove gli italiani sono già il 25% della forza lavoro, la crisi della Lombardia, dove vivono 10 milioni di persone, spaventa. Per questo il sì al referendum è stato così netto, e per questo forze come i Verdi di Savoia oppure i sindacati palesano con toni molto diversi il problema, rispetto a quanto fanno i loro colleghi di partito o associazione nel resto della Svizzera.

DUMPING SALARIALE – Il problema numero uno è il dumping salariale provocato dagli italiani. Un avvocato di Lugano sottolinea di aver ricevuto centinaia di richieste per un posto da segretaria da tantissime laureate in giurisprudenza del nostro paese. In Italia un legale alle prime armi guadagna sui 1500 euro nelle province di confine, mentre in Svizzera una segreteria di uno studio può arrivare sopra i 3000. Secondo Savoia fino a quando la differenza di salario sarà così netta la pressione rimarrà fortissima, e di conseguenza occorre modificare le regole della libera circolazione. I sindacalisti rimarcano invece l’esigenza di rafforzare i minimi salariali, al fine di contrastare il dumping favorito dalle stesse aziende. Il responsabile della pagina Facebook che chiedeva un intervento del governo in favore dei giovani ticinesi evidenzia a SZ come la colpa non sia dei poveri italiani, bensì degli imprenditori che sfruttano una manodopera così conveniente rispetto agli standard elvetici.