La verità del Fondo Monetario Internazionale sull’euro e sull’Europa

di Alessandro Guerani | 13/02/2014

Il direttore del dipartimento europeo del Fondo Monetario Internazionale Reza Moghadam ha presentato ieri a Bruxelles un interessante “speech” sull’eurozona e di come la sua struttura ha retto all’impatto della crisi del 2008.

REGOLE FISCALI, SOLO REGOLE FISCALI – La prima parte del discorso di Moghadam è incentrata sul trattato fondante della unificazione monetaria europea, quello stipulato a Maastricht nel 1992. I presupposti di base erano che i membri dell’EMU (European Monetary Union) avrebbero avuto vantaggi tramite l’incremento dei commerci e la libera circolazione del capitale e del lavoro mentre eliminando i tassi di cambio si sarebbero ridotte le incertezze ed abbassati i costi finanziari e di transazione. Il tutto in cambio di una piccola riduzione di sovranità. Fu subito chiaro che ci sarebbero stati rischi in casi di shock economici ed era chiaro benissimo fin da allora che ci doveva essere un processo di unificazione fiscale su cui, per motivi politici, si decise di soprassedere, limitandosi solo a due paletti: i limiti di deficit e di debito pubblici, per evitare eccessiva prodigalità fiscale da parte di qualche stato, e il divieto di salvataggio dei stati membri in difficoltà, in modo che i mercati punissero eventuali comportamenti non consoni.

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Ben presto però persino queste due regole vennero messe sotto stress dalla realtà: quando Germania e Francia sforarono i parametri e non furono sottoposte a procedura d’infrazione, divenne chiaro che invece che regole stringenti erano semplici linee guida. D’altra parte il divieto di salvataggio venne subito visto dai mercati come non credibile, perché una sua reale applicazione avrebbe sancito la fine dell’Eurozona stessa, ed infatti solo nel 2011, quando tale rischio improvvisamente si palesò, ci fu il boom degli spread sui titoli di Stato dei paesi EMU in crisi che prezzarono questa possibilità (ci dispiace per i lettori più ingenui, non fu il bunga bunga).

DIETRO LE QUINTE: IL DEBITO PRIVATO – Quello che mancò veramente ai parametri del trattato di Maastricht fu la regolamentazione dei mercati finanziari e un controllo dei parametri di competitività fra i vari paesi dell’EMU. L’indebitamento del settore privato fu uno dei fattori di maggiore fragilità dei paesi europei entrati in crisi: quelli con maggiore indebitamento furono quelli ad avere una ripresa post crisi peggiore mentre persistenti squilibri nelle Partite Correnti erano altrettanti chiari segnali di vulnerabilità e di problemi di competitività. Una lezione imparata dalla crisi è stata che non si possono separare i conti pubblici dai privati: squilibri privati si sono riversati alla fine sui bilanci pubblici o direttamente attraverso i salvataggi bancari (Irlanda) o indirettamente a causa del crollo delle entrate fiscali e l’aumento delle spese per gli ammortizzatori sociali (Spagna). Mentre la moneta unica facilitava l’integrazione finanziaria testimoniata da grandi trasferimenti di capitali fra i vari stati, la supervisione degli operatori finanziari e il Prestatore d’Ultima Istanza (LoLR Lender of Last Resort ) erano invece rimasti a livello nazionale rendendo poi difficile al momento della crisi l’effettiva trasmissione della politica monetaria e portando ad una frammentazione dei mercati finanziari europei. In ultima sostanza Moghadam afferma che la costruzione dell’Eurozona, col suo focus preminente sulle politica fiscale, ha creato problemi nell’identificazione dei rischi e nelle politiche di risposta alla crisi. Un coraggioso atto di accusa alla cultura politica di questi ultimi 20 anni in cui solo lo Stato è stato visto come sorgente di problemi mentre il Mercato è sempre bravo e salvifico, e quasi un U-turn rispetto alla consueta posizione del FMI.

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I PROGRESSI DELLA POLITICA – Lo speech continua dando atto alla politica di aver iniziato a migliorare alcune parti della struttura dell’Eurozona, sul piano fiscale con il Fiscal Compact e incoraggianti passi verso una Unione Bancaria, oltre ad avere tramite la BCE assunto decisioni di politica monetaria atte a guadagnare tempo per le riforme.
Ma dopo queste poche righe di “complimenti” inizia una lunga lista di cose ancora da fare per rendere sostenibile l’unione monetaria e avere una possibilità di uscire dalla crisi:
Ammettendo la difficoltà di prevedere gli squilibri privati e i canali attraverso i quali si propagano è necessario approntare un sistema di salvataggio e di condivisione dei costi.
Regole che disciplinano i mercati sono altresì indispensabili con chiari e trasparenti ruoli delle istituzioni poste a decidere sui salvataggi e insolvenze degli operatori finanziari in modo da limitare l’effetto che essi possono avere sulla posizione fiscale dei vari stati membri. L’attuale procedura di squilibri macroeconomici dell’Eurozona manca di sufficienti meccanismi correttivi e non è abbastanza incisiva sui gap di competitività. I mercati dei capitali devono essere più ampi e non essere troppo banco-centrici, per fare questo ci deve essere una politica coordinata che affronti gli ostacoli legali, regolamentari e strutturali. Avere rinforzato i vincoli fiscali deve essere controbilanciato da una centralizzazione delle politiche fiscali con strumenti anti-ciclici per evitare eccessive strette durante le fasi di crisi e rilassamenti durante quelle di crescita. Per ultimo si propone un comune sforzo sulle famose riforme strutturali, ma al contrario di quanto comunemente accade purtroppo nel nostro magnifico paese dove è solo un topos dialettico, sono indicati specificamente: liberalizzazione dei servizi, armonizzazione del mercato e della mobilità del lavoro, protezione dei lavoratori disoccupati con sussidi e strumenti di riqualificazione.

IN CONCLUSIONE – Se anche si può essere in disaccordo con alcune delle analisi e dei rimedi contenuti in questo discorso, esso ha la grande qualità di essere coerente e di avere un equilibrio raramente riscontrato altrove. Il maggiore problema risiede solo in due fattori: la volontà politica degli stati europei (vedi Germania, ma non solo) di intraprendere questi passi, per alcuni di loro molto costosi, ed il tempo a disposizione che dopo 5 anni di crisi è sempre meno. Quello che tanti paladini dell’euro non capiscono è che senza riforme di tale portata è solo questione di tempo e tutta la struttura dell’Eurozona, come tutte le costruzioni insostenibili, crollerà. Prendersela con chi lo dice, e indica le vie d’uscita, ricorda un po’ una storiella che girava nei paesi comunisti ai tempi della Guerra Fredda: “Nell’URSS si era certi di due cose: che non funzionava e che non sarebbe mai crollata”.