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«Sono la mamma di Domenico Cutrì e gli dico di non costituirsi»

«Non costituirti. Rispetta tuo fratello e scappa». È questo l’appello choc della madre di Domenico Cutrì al figlio, l’ergastolano evaso lunedì dopo un assalto quasi cinematografico da parte di un commando di quattro persone al furgone della polizia a Gallarate, di fronte alla sezione distaccata del Tribunale di Busto Arsizio (Varese). Le parole della donna sono state raccolte dal Corriere della Sera nella casa dello stesso detenuto fuggito e ora ricercato in tutta Italia dalle forze dell’ordine: «Nino è morto per lui, non deve arrendersi», ha continuato la donna, spingendo Domenico Cutrì a non consegnarsi alle autorità. Durante la sparatoria con le forze dell’ordine, era stato colpito in modo grave il fratello Antonino Cutrì, poi morto in ospedale. Adesso la madre, Maria Antonietta, ieri ascoltata dagli inquirenti, non intende collaborare: «Se anche sapessi dove si nasconde mio fratello, non ve lo direi mai. Avete ammazzato Antonino, e Domenico, poveraccio, dovrà passare tutta la vita in carcere. Da innocente», ha continuato. In realtà, sul figlio che la donna chiama “innocente” pesa la grave condanna all’ergastolo, dato che è stato considerato il mandante dell’omicidio di un giovane polacco, Luckasz Kobrzeniecki. Ucciso a colpi di pistola nel 2006 a Trecate (Novara), per “questioni sentimentali”, un apprezzamento di troppo alla fidanzata.

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DOMENICO CUTRÌ EVASO: LA MADRE E L’APPELLO AL FIGLIO LATITANTE – Come ha riportato il quotidiano di via Solferino, per la donna Domenico però non ha colpe. Al momento della conversazione con il cronista, tra i Cutrì d’Inveruno, nell’area ovest di Milano, resta soltanto Laura. Nino è morto nella sparatoria, Daniele (il più piccolo) non c’è:

«Mario Cutrì (il padre, ndr) è appena salito con un aereo dalla Calabria: «Ero andato a salutare un famigliare ricoverato per problemi di cuore». Mario mai abbassa lo sguardo, sono occhi infiammati di rabbia che alla fine, allo scadere, si bagnano leggermente nel ricordare come «nemmeno mi fanno vedere il cadavere di Nino, gli hanno piantato un proiettile alle spalle, a tradimento, ne sono sicuro». Alla parete c’è una foto di Domenico. Ecco, Domenico. Gli studi abbandonati all’istituto alberghiero, le giovanili nelle società calcistiche succursali del Milan fino alla rottura della gamba, la condanna all’ergastolo, ed è una sentenza secondo i Cutrì origine di tutto il male. «L’hanno accusato d’essere il mandante dell’omicidio di un tizio che faceva apprezzamenti a una sua amica. Ora, chi ha sparato è fuori, libero, e comunque l’obiettivo non era uccidere ma inviare un avvertimento. Ho chiesto al giudice se avesse figli… L’ergastolo è uguale alla sedia elettrica. Ventidue, ventisei anni di galera li accetti. Hai la prospettiva che uscirai, e combatti, come contro una malattia grave che forse si può curare», si è lamentata la donna sul Corriere.

La donna – imputata a Torino per falsa testimonianza, per la vicenda del delitto dell’uomo polacco a Trecate – ha ricordato come l’organizzazione dell’evasione fosse una sorta di ossessione per Nino, «pazzo di suo fratello». Tanto da essersi iscritto a un corso da elicotterista, addirittura convinto di volerlo liberare utilizzando il velivolo. «Sono nati a tredici mesi di distanza, erano gemelli», ha continuato la donna sul Corriere. Se i genitori hanno spiegato come il figlio non avesse accennato loro i progetti di fuga, resta il caso dell’intercettazione nel carcere di Saluzzo. Era stato lo stesso Antonino a trovare Domenico in carcere. Racconta il quotidiano: «Se mi danno l’ergastolo rischi dieci anni di prigione e non se ne fa nulla; in caso contrario potrebbero rifilarti tre anni e si può progettare qualcosa insieme». Secondo la madre, non si sa quanto possa resistere il figlio in fuga, come già spiegato anche ai carabinieri.

«UN UOMO PERICOLOSISSIMO» – Se la madre ha difeso il figlio in fuga, chiedendogli di non consegnarsi alle autorità, è stato invece il procuratore generale che condannò il latitante, Marcello Maddalena, a definire Domenico Cutrì come «un uomo pericolosissimo»: «Ha legami familiari molto forti e una forte capacità di intimidazione e di condizionamento», ha spiegato il pg.  La ricerca dell’evaso si è intanto allargata a tutta Italia, estendendosi fino ai confini con la Svizzera. Nelle ricostruzioni dei media Cutrì viene definito come un esponente di una famiglia senza legami con la criminalità organizzata, ma in grado di farsi rispettare. Tanto da utilizzare anche l’omonimia con un noto clan di Catanzaro per farsi strada e scalare le “gerarchie” criminali.  Ieri intanto sono state ritrovate entrambe le automobili utilizzate durante l’assalto (la Citroen C3 nera e la Nissan), entrambe rubate, a Bernate e ad Arluno, nel Milanese. A bordo della Nissan, scoperta in una stretta via non lontano dal tribunale, sono stati ritrovati due fucili a pompa, uno a canne mozze e una serie di munizioni.

LA RICERCA DI DOMENICO CUTRÌ– Gli investigatori, che parlano di un’azione studiata nei dettagli, non hanno escluso che per nascondere l’evaso siano stati allestiti uno o più covi. «Cutrì non ha mai dato problemi», ha invece sottolineato Claudio Mazzeo, direttore del carcere di Cuneo. Aveva invece già tentato di fuggire quattro anni prima, quando provò a evadere dal carcere di Saluzzo. Per questo era stato trasferito nel penitenziario di Cuneo, considerato più sicuro. Dopo l’assalto del commando e l’evasione di lunedì è anche ripreso il dibattito sulla necessità di evitare i trasferimenti dei detenuti: è stato il capo del Dap, Giovanni Tamburino, a spingere affinché si rifletta su un maggiore utilizzo dello strumento della videoconferenza.