Essere lobbisti in Europa

di Maghdi Abo Abia | 21/01/2014

Che significa essere un «lobbista»? Animalismo attivo prova a dare una definizione il più possibile chiara. Il lobbista non è altro che il membro di un gruppo di pressione che agisce sulla politica influenzando quella che è l’attività dei membri del parlamento i quali vengono chiamati a sostenere gli interessi delle persone che rappresentano.

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CHI È UN LOBBISTA – Il dibattito è entrato improvvisamente nel vivo dopo che sul blog del Corriere della Sera, Solferino 28, si è parlato dell’opportunità di regolamentare quest’attività che già a livello anglosassone è ben codificata. Nello specifico veniva presentata la testimonianza di Fabiana Nacci, 25enne impegnata con «Utopia Lab – Relazioni istituzionali, comunicazione & lobbying», società che si occupa appunto di lobbying e che viene chiamata a «modificare, introdurre o eliminare disposizioni che interessano i nostri clienti». In sostanza si studiano le proposte di legge e ci si attiva nei confronti di quelli che sono definiti i «decision-makers» per spingere quelle che sono le necessità dei singoli clienti. Si tratta quindi, per l’appunto, di un gruppo di pressione. 

IL REGISTRO PER LA TRASPARENZA – Come dicevamo, l’attività nel mondo anglosassone è regolamentata dalle leggi, cosa che non avviene in Italia ed in Europa, dove l’attività dei gruppi di pressione è indirizzata da un testo non vincolante, il Registro per la Trasparenza. L’obiettivo di Bruxelles, attraverso questo documento, è quello di garantire un’interazione tra le istituzioni europee e le associazioni dei cittadini come delle Ong, delle imprese, delle associazioni commerciali e di categoria, dei sindacati e dei centri di studi. Il lobbismo, inteso secondo quest’accezione, viene definito legittimo e necessario per «difendere la democrazia e per permettere alle istituzioni stesse di realizzare politiche adeguate che rispondano alle esigenze e alla realtà del momento».

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UN PERCORSO CHIARO – Un processo di pressione che secondo le intenzioni di Bruxelles dev’essere chiaro e trasparente. Inoltre deve svolgersi nel rispetto dei principi etici evitando le pressioni indebite. Ed a questo scopo è nato il Regolamento che, ricordiamo, non è vincolante. Quindi viene proposto ai cittadini un regolamento che li garantisca ma che di fatto non rappresenta la legge nel suo complesso. Vengono proposti i profili delle associazioni registrate e quali sono le proprie attività, gli interessi che perseguono, i modi con cui influenzano il processo decisionale dell’Unione Europea e quali sono le risorse investite. Parliamo quindi di un indirizzo al quale teoricamente dovrebbero sottoporsi tutte le associazioni impegnate in attività di lobbying ma che, in sostanza viene disatteso.

VOGLIA DI REGOLAMENTAZIONE – Nella sezione «interrogazioni parlamentari», l’ultimo documento in ordine di tempo è del 13 marzo 2013 ed è firmato dal deputato Keith Taylor che propone a sua volta gli esiti di un sondaggio sul tema del lobbismo condotto in Austria, Repubblica Ceca, Francia, Paesi Bassi e Regno Unito, con il risultato che l’80 per cento dei 6.000 partecipanti ha chiesto un regolamento obbligatorio che regoli un rapporto bilanciato tra i diversi interessi coinvolti nei movimenti di pressioni. Un risultato che sposa appieno la risoluzione del Parlamento Europeo approvata nel 2011 nella quale si chiedeva l’istituzione di un registro obbligatorio dei lobbysti.

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5.800 SOGGETTI REGISTRATI – Nel documento poi viene ricordato che il registro di trasparenza, istituito nel 2011, doveva essere rivisto dopo due anni trasformandolo appunto in un qualcosa di obbligatorio e legalmente vincolante. Ma tutto questo non è ancora stato fatto. Ed ovviamente la mancanza di un registro obbligatorio crea una serie d’imbarazzi a livello continentale. Francesco Delzio, co-fondatore e co-direttore del master di secondo livello in «in Relazioni istituzionali, lobby e comunicazione d’impresa» ha dichiarato al Corriere della Sera che a Bruxelles sono iscritte oltre 5.800 imprese specializzate nell’ambito, di cui 503 italiane. Tuttavia Luigi Rossi, intervenuto all’Assemblea generale dei Gergofili a Firenze lo scorso 17 dicembre, ha dipinto un quadro più preoccupante.

20.000 ENTITÀ REALI – Nella relazione diffusa dalla Fidaf emerge che tale attività esiste a tutti i livelli di governo ed ha un impatto sostanziale sui risultati politici, dalle assemblee locali a quelle internazionali. Per l’Unione Europea il lobbismo è una parte legittima del sistema democratico anche se viene propota da aziende per conto terzi. E questo non può far altro che scatenare il dibattito sulle forme di lobbismo e sulla loro legittimità. Come detto, i lobbisti accreditati sono 5800 ma mancando l’obbligo, si stima che quelli realmente presenti a Bruxelles siano 20.000. E sempre secondo le stime, il 75 per cento di loro è intenzionato a fare affari mentre solo il 25 per cento rappresenta i reali interessi dei cittadini. Ed in tutto questo l’Italia appare attardata. Il che, se vogliamo, spiegherebbe la scarsa dimistichezza della politica italiana dalle parti di Bruxelles e Strasburgo.

L’ATTIVITÀ DEI GRUPPI DI PRESSIONE SUL FRACKING – Per questo motivo, il 28 novembre 2013 la Trasparency International, organizzazione che si batte contro la corruzione, si è rivolta al Commissario per le Relazioni inter-istituzionali Maros Sefcovic, chiedendo una forma di regolamentazione dell’attività dei lobbisti almeno quasi-obbligatoria, in modo da regolare l’attività dei gruppi di pressione sotto una forma quantomeno etica, impedendo ai gruppi non accreditati di partecipare alle attività delle singole commissioni. L’allarme è stato lanciato anche dal New York Times che ha spiegato come la società di lobbying Covington & Burling, di base a Washington, negli Usa, si sia attivata al fianco di multinazionali come Chevron e Statoil per fare pressioni su Bruxelles per dare il via libera al Fracking.

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LO SCONTRO TRA AZIENDE – Inoltre viene riportato lo scontro tra aziende specializzate, con i membri della Burson-Marsteller che hanno accusato i concorrenti di lavorare nell’ombra anche a causa della loro capacità di attirare avvocati, parlamentari ed esponenti della Commissione, oltre ad ex diplomatici come Jean De Ruyt, oggi advisor alla Covington. Segno che dalle parti di Bruxelles si assiste allo scontro tra lobbisti con la conseguenza che il volume delle discussioni diventa inevitabilmente destinato a salire, su temi che oltretutto sono invisi alla maggior parte dell’opinione pubblica. Tuttavia la storia raccontata dal New York Times dimostra che il sistema a modo suo funziona e che comunque è opportuno regolamentare l’attività dei gruppi di pressione.

LA QUESTIONE DEL POLLINE OGM – E non si tratta certo dell’unico caso. Eunews ci spiega che sulle etichette dei barattoli di miele non verrà segnata la presenza di polline Ogm perché questo non verrà più considerato un ingrediente ma un componente. Il polline contenuto in un barattolo di miele non supera lo 0,5 per cento e secondo la normativa europea sugli Ogm, questo va segnato solo se il valore supera lo 0,9 per cento. Ed il deputato Bart Staes ha spiegato che questo voto rappresenta «uno schiaffo ai consumatori e agli apicoltori europei che hanno chiesto a più riprese trasparenza nelle regole di etichettatura» e che gli eurodeputati sono stati influenzati da «un’intensa campagna di lobby portata avanti dagli importatori di miele» perché ora sarà impossibile capire se è stato usato mais Ogm, la cui coltura è stata autorizzata da Spagna e Romania, paesi produttori di miele.