Ansia da deflazione per la Bce

di Andrea Mollica | 08/01/2014

La caduta dei prezzi continua ad inquietare l’eurozona. Dopo che è stato scongiurato il crollo dell’unione monetaria per l’eccessivo costo del debito sovrano, ora è la stagnazione economica causata dalla deflazione la maggior minaccia che dà ansia alla Bce. I tassi di interesse sono già molto bassi, e Draghi ha molti ostacoli e poche armi per contrastare la discesa dei prezzi.

DEFLAZIONE NUOVO ALLARME – I dati sull’inflazione di dicembre hanno creato nuovo allarme sul rischio deflazione che incombe sull’Europa. I beni ed i servizi hanno registrato un aumento medio dei prezzi pari allo 0,8%, come ha comunicato Eurostat. Una discesa sorprendente rispetto allo 0,9% di incremento del costo della vita rilevato a novembre, che ha evidenziato ancora una volta la pressione deflazionistica dell’eurozona. La diminuzione dei prezzi ha stupito la maggior parte degli osservatori, che si attendevano una conferma del tasso di inflazione del mese precedente. Guardando alle diverse componenti che hanno composto l’aumento dei prezzi al consumo all’interno dell’unione monetaria si nota comei maggiori rialzi siano stati segnati dall’alcool e tabacco (1,8% contro l’1,6% di novembre), dai servizi (1%, in rallentamento comunque rispetto all’1,4% del mese precedente). Il dato più allarmante riguada la componente core , che non comprende i prezzi dei beni alimentari, energetici, alcool e tabacco, ovvero i più volatili. Il tasso di inflazione si è assestato allo 0,7%, minimo di sempre.

TENSIONE BCE – La diminuzione della crescita dei prezzi al consumo rafforza l’allarme deflazionistico già evidenziato dalla diminuzione dei prezzi della produzione registrato a novembre. Come rimarca il Wall Street Journal, la Banca centrale europea ha come target un tasso di inflazione pari al 2%,che dovrebbe tutelare non solo da un’eccessiva crescita dei prezzi, ma di un altrimenti pericolosa diminuzione del costo della vita. A novembre l’istituto centrale guidato da Mario Draghi aveva stupito la maggior parte degli osservatori abbassando il tasso di interesse di riferimento allo 0,25%, reagendo così prontamente all’allarme deflazione generato dalle rilevazioni sull’inflazione di inizio autunno. La tendenza al calo è evidenziata anche dalla tabella pubblicata da Business Insider basandosi sui dati Eurostat,che mostra la discesa registrata per tutto il 2013. Gli ultimi dati sono provvisori o stime, ma non sono per nulla incoraggianti.

NUOVE MISURE – Domani il Consiglio direttivo della Bce si riunirà come di consueto, e per ora gli osservatori così come gli analisti finanziari non si aspettano una nuova riduzione dei tassi di interesse. Se la tendenza ribassista dei prezzi dovesse proseguire, il dibattito all’interno della Banca centrale europea su quale strategia adottare per evitare la deflazione riprenderebbe con ancora maggior forza. Nella seduta in cui si è presa la decisione di abbassare i tassi di interesse allo 0,25% la Bundesbank si era opposta, unica voce contraria rispetto all’indicazione di Draghi. Ora nel Board dell’istituto centrale arriverà la vice presidente dell’istituto centrale tedesco, Sabine Lautenschläger. Secondo il capo economista di Commerzbank, Christoph Weil, la Bce introdurrà nuove misure di politica monetaria non convenzionale per far ripartire il credito, nel caso in cui la diminuzione dei prezzi proseguisse. Secondo l’opinione di Annalisa Piazza, analista di Newedge Strategy, le colombe della Bce saranno rinforzate all’interno del dibattito in seno all’istituto centrale sulle misure da prendere per rafforzare l’economia.

DECLINO GIAPPONESE – Come rimarca il Wall Street Journal, a livello di produzione industriale solo in Cechia, Francia, Paesi Bassi, Grecia e Svezia si sono registrati aumenti di prezzo  novembre, tutti molto contenuti. Visto che il livello dei tassi di interesse è già estremamente basso, alla Bce rimangono solo misure di alleggerimento quantitativo come l’acquisto di titoli di stato per dare nuovi impulsi ad un’economia sempre più anemica. Gli ostacoli a questo tipo di scelta sono numerosi, tanto formali, visto i precisi vincoli dello statuto Bce, quanto politici. L’area core dell’eurozona si oppone da molto tempo a misure non convenzionali che beneficiano la periferia dell’unione monetaria. La Bce grazie allo scudo salva euro è riuscita ad evitare la disgregazione della valuta unica, ma in questo momento, come rimarca Business Insider, la crisi sembra scivolare verso un declino giapponese fatto di banche zombie, crescita bassissima e prezzi in calo. Uno scenario molto inquietante, che renderebbe difficile il contrasto alla disoccupazione, così come renderebbe sempre meno salde le finanze pubbliche già dissanguate da anni di recessione.

(credits immagine: Photo: Boris Roessler/dpa)

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