Stamina

di John B | 07/01/2014

Da alcune settimane i media hanno dato ampio risalto al caso Stamina, ossia alla vicenda di una cura sperimentale messa a punto dal prof. Vannoni, che promette risultati significativi nella lotta alle malattie neurodegenerative, nei cui confronti i protocolli terapeutici “ufficiali” hanno scarsa efficacia.

STAMINA, LA STORIA – La comunità scientifica non ha nascosto il suo scetticismo nei confronti della cura ma sono state autorizzate e finanziate alcune sperimentazioni, finché le autorità sanitarie hanno concluso che il metodo non è efficace innescando un fiume di polemiche. Nella vicenda si sono innestate la voce delle famiglie dei malati che avrebbero ottenuto risultati positivi dalle cure e le indagini giudiziarie che puntano i riflettori sull’ipotesi di una cura truffaldina congegnata per speculare sulla disperazione. Prima di affrontare in dettaglio i termini della questione, è bene fare una premessa logica. La medicina “ufficiale” si basa da decenni su metodi scientifici sottoposti a un rigido sistema di controllo. La ricerca non esclude mai a priori una cura o un rimedio, e non lo ha fatto nemmeno nei confronti delle cellule staminali.

METODI – Questa metodologia è lunga e costosa, ma consente di valutare l’efficacia reale di una cura non solo in termini assoluti, ma anche relativi (ossia se è più o meno efficace rispetto ad altre cure) nonché di avere un quadro chiaro anche delle controindicazioni e degli effetti collaterali. Il prodotto finale è un protocollo di cura che ha un’efficacia quantificata e verificata e nel quale la bilancia tra benefici e rischi pende significativamente a favore dei primi. Non sempre, però, la medicina “ufficiale” riesce a dare una risposta efficace a determinate malattie. Inoltre, non sempre ciò che la comunità scientifica valuta “efficace” è così percepito anche dalla gente comune. Ad esempio, se una malattia non curata provoca una mortalità del 100%, una cura che riesca a salvare o a prolungare l’aspettativa di vita del malato in una piccola percentuale di casi può essere ritenuta efficace. Nel tumore al cervello, la sopravvivenza per più di sei mesi del 10% dei pazienti era considerato un buon risultato ma è evidente che per un malato e per i suoi familiari la questione viene vista da tutt’altra prospettiva. Per queste ragioni le cure sperimentali non ufficiali, che promettono significative probabilità di guarigione, alimentano le speranze di malati e familiari sull’orlo della disperazione.

STAMINA E LE PROMESSE – Tuttavia l’esperienza insegna che le cure alternative non approvate dalla comunità scientifica, difficilmente mantengono le promesse. Quasi sempre, per non dire sempre, si rivelano teorie sostenute da medici visionari in buona fede o, peggio, vere e proprie truffe. La storia recente ci ha portato i casi del metodo antitumorale Di Bella e del cosiddetto Siero Bonifacio, acclamati da migliaia di malati e familiari, ammessi alla sperimentazione, in qualche caso oggetto di provvedimenti giudiziari favorevoli. Il punto della questione è che non ci vuole molto perché una cura arrangiata appaia efficace. Molte malattie considerate incurabili, spesso hanno una piccola percentuale di guarigione o di regressione (a volte definitiva, a volte temporanea) spontanee, un fenomeno attentamente studiato dalla comunità scientifica, che non a caso, nelle sperimentazioni, tiene sempre conto dell’effetto placebo, ossia della possibilità che un malato guarisca o migliori semplicemente perché è convinto di aver ricevuto una cura efficace. Potrà quindi ben succedere che tra i pazienti sottoposti a una cura non riconosciuta, si verifichi che una percentuale di malati migliori o guarisca del tutto. Basta dare risalto alle guarigioni e ignorare gli insuccessi, ed ecco che una cura può diventare subito miracolosa agli occhi della gente. A volte ciò avviene in buona fede, a volte è il doloso risultato di una volontà truffaldina. E veniamo al caso Stamina, partendo dai protagonisti, ossia dai principali sostenitori del metodo. Il metodo è stato proposto da Davide Vannoni, professore di psicologia della comunicazione a Udine e presidente della Stamina Foundation. Nonostante sia spesso indicato come psicologo, in effetti sarebbe laureato solo in lettere e filosofia.

BREVETTO – La richiesta di brevetto, però, cita come inventore tale Erica Molino, della quale si sa ben poco oltre al fatto che dovrebbe essere medico e dipendente della Stamina Foundation. Il vice presidente della Stamina Foundation è invece un nome eccellente in campo medico e scientifico: Marino Andolino, pediatra e immunologo con un curriculum di tutto rispetto. Il metodo, in parole povere, consiste nel prelievo di cellule dal midollo osseo del malato, nel loro trattamento per la conversione in cellule neuronali, e nella loro re-infusione nell’organismo. La richiesta di brevetto è stata respinta e la rivista Nature ha scoperto che i proponenti avevano “barato” producendo documentazione ingannevole, come una fotografia al microscopio risultata copiata da un altro studio sperimentale. Purtroppo, questa circostanza basta da sola a chiudere la partita. Infatti se una cura fosse davvero efficace e se i suoi proponenti fossero davvero in buona fede, non ci sarebbe ragione di “truccare” la documentazione esibita. Ad ogni modo, il Ministero della Salute, sulla spinta della pressione dell’opinione pubblica e delle immancabili sentenze giudiziarie, ha autorizzato la sperimentazione nonostante le polemiche della comunità scientifica per poi sospenderla. Secondo gli esperti, infatti, la documentazione fornita è insufficiente e le misure di tutela per la salute dei pazienti sono inadeguate.

STAMINA Sì, STAMINA NO – Ma non tutti i malati parlano bene del metodo Stamina. C’è chi ne dichiara l’inefficacia e lamenta di aver pagato 27.000 euro per una cura inutile. Del resto, sperimentazioni cliniche all’estero avevano già mostrato che i bambini curati con il metodo Stamina muoiono come quelli non curati. Non solo non risulta documentata alcuna guarigione con il metodo Stamina in alcun parte del mondo (nemmeno in Italia) ma le cartelle cliniche dei pazienti trattati a Brescia mostrerebbero che il trattamento non ha prodotto alcun miglioramento significativo. Per tutte queste ragioni, il buon senso fa ritenere che il metodo Stamina sia solo una bufala, una inutile e costosa cura pseudo-miracolosa che nella migliore delle ipotesi può solo rappresentare un palliativo psicologico. Sotto questa prospettiva, le sentenze giudiziarie che ne impongono la somministrazione e che inducono perfino ad accusare di omicidio colposo le autorità sanitarie che la negano, non possono che suscitare sconcerto e perplessità, proprio come il fatto che la questione sia diventata una cavallo di battaglia per qualche formazione politica sempre pronta a fare populismo. In realtà ognuno dovrebbe fare il suo e né la politica né la magistratura dovrebbero invadere un campo che appartiene alla sfera di competenza della comunità scientifica e delle autorità sanitarie. Difficile non condividere le proteste degli esperti di fronte alla prospettiva di sprecare tre milioni di euro per una sperimentazione inutile. Difficile capire perché in Italia è così facile coprire la voce di esperti e scienziati, sommergendola con un bombardamento mediatico basato su una irrazionale emotività. Peraltro, anche le teorie complottiste devono cedere il passo di fronte all’evidenza logica: se il metodo Stamina funzionasse, considerato che gli inventori ne chiedono il brevetto, le industrie farmaceutiche avrebbero tutto l’interesse a farlo brevettare e a commercializzarlo. Anche la logica del complotto, quindi, depone nel senso che il metodo Stamina non funziona.

(Credits immagine di copertina ANSA/DI MARCO)

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