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	<title>Giornalettismo &#187; Luca Vinci</title>
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		<title>Ambientarsi con calma</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Dec 2008 08:00:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Vinci</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Al termine del Consiglio europeo dell&#8217;11 e del 12 dicembre, tutti i partecipanti si sono detti soddisfatti. Date le premesse, fatte di posizioni fortemente in contrasto e minacce di veto, poteva apparire non scontata una conclusione pacifica. In realtà il presidente di turno (la Francia) aveva tutte le intenzioni di trovare un compromesso per chiudere serenamente il dibattito. Non è stato facile, Sarkozy ha dovuto presentare un testo di compromesso sul clima che accontentasse tutti, dai Paesi più &#8220;<em>ambientalisti</em>&#8221; a quelli più pragmatici, fino alle posizioni dei Paesi dell&#8217;Est, che hanno voglia di diventare le industrie d&#8217;Europa, non vogliono certo un freno all&#8217;inquinamento. E poi c&#8217;era l&#8217;Italia.<span id="more-13344"></span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> ASPETTANDO COPENAGHEN</strong> &#8211; Le linee generali del <strong>piano energetico</strong> (con tutti i suoi limiti e i suoi difetti) <strong>restano immutate</strong>, sono <a href="http://kassandraproject.files.wordpress.com/2007/12/air-pollution-systems.jpg"><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 4px;" src="http://kassandraproject.files.wordpress.com/2007/12/air-pollution-systems.jpg" alt="" width="259" height="223" /></a>dunque ancora validi gli <strong>impegni assunti</strong> dall&#8217;Unione europea nel <strong>marzo del 2007</strong> e nel<strong> marzo di quest&#8217;anno</strong> sulla <strong>riduzione del 20%</strong> delle emissione dei gas responsabili dell&#8217;<strong>effetto serra</strong>, sull&#8217;<strong>incremento del 20%</strong> dell&#8217;utilizzo delle <strong>energie rinnovabili</strong> e sul conseguimento di un <strong>20% di risparmi energetici</strong>, tutti obiettivi da raggiungere entro il 2020. La clausola di revisione, considerata il <strong>grande successo dell&#8217;Italia</strong>, in realtà dice semplicemente che l&#8217;impegno di ridurre del 30% (anziché del 20%) i gas serra entro il 2020 ci sarà solo se a Copenaghen nel 2009 anche gli altri Paesi sviluppati assumeranno impegni simili e se i più avanzati Paesi in via di sviluppo si assumeranno le proprie responsabilità. <strong>Nel 2012</strong> scadranno gli obiettivi attuali del <strong>protocollo di Kyoto</strong>, e <strong>nel 2009</strong> <strong>le Nazioni Unite</strong> sui cambiamenti climatici (<a href="http://unfccc.int/2860.php" target="_blank">UNFCCC</a>) <strong>si riuniranno a Copenaghen</strong> per un nuovo accordo che riguarderà il periodo successivo al 2012. L&#8217;Europa vorrebbe presentarsi all&#8217;incontro del 2009 con una linea comune, obiettivo ambizioso. <strong>L&#8217;Europa</strong> cerca mediante le sue posizioni sull&#8217;ambiente di conquistarsi un posto di primo piano nell&#8217;ambito internazionale, <strong>vuole diventare una guida</strong> almeno sull&#8217;ambiente. Deve però fare i conti con le profonde differenze che esistono tra i Paesi membri.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>LA GRANDE INDUSTRIA PROTETTA</strong> &#8211; Un altro <strong>obiettivo raggiunto dall&#8217;Italia</strong>, grazie al fatto che la <strong>Germania spingeva</strong> in questa direzione, riguarda alcuni <strong>trattamenti di riguardo</strong> a particolari settori industriali. Per <strong>i settori non esposti a rischio di <a href="http://www.lavoce.info/articoli/-energia_ambiente/pagina696.html" target="_blank">carbon leakage</a></strong> (delocalizzazione dell&#8217;offerta dai Paesi con politiche ambientale restrittive verso Paesi senza politiche ambientali restrittive) viene previsto<a href="http://www.italplanet.it/ImmaginiPub/121228543eni.jpg"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 4px;" src="http://www.italplanet.it/ImmaginiPub/121228543eni.jpg" alt="" width="363" height="312" /></a> l&#8217;obbligo di <strong>acquistare il 70% dei <a href="http://www.mercatoelettrico.org/It/Mercati/ET/CosaSonoEt.aspx" target="_blank">permessi di emissione</a></strong> (previsti nel sistema europeo di scambio delle emissioni) <strong>entro il 2020</strong>, considerando l&#8217;obiettivo di <strong>raggiungere</strong> la percentuale del <strong>100% nel 2027</strong>. Il livello iniziale viene fissato al 20% nel 2013. <strong>I settori industriali esposti</strong> a un significativo rischio di carbon leakage, invece,<strong> riceveranno gratuitamente il 100% dei permessi di emissione</strong> (secondo i livelli delle prestazioni delle migliori tecnologie disponibili). Vale la pena approfondire questo punto. Un settore industriale viene considerato &#8220;<em>esposto ad un significativo rischio di carbon leakage</em>&#8221; se si verifica <strong>una di queste tre condizioni</strong>: 1) la somma dei <strong>costi addizionali</strong> diretti ed indiretti <strong>indotti dall&#8217;attuazione della Direttiva</strong> porta ad un <strong>incremento dei costi di produzione superiore al 5%</strong> del suo valore aggiunto lordo e se il valore totale delle sue esportazioni ed importazioni diviso per il valore totale del suo turnover e delle sue importazioni supera il 10%; 2) la somma dei <strong>costi addizionali</strong> diretti ed indiretti indotti dall&#8217;attuazione della Direttiva porta ad un <strong>incremento dei costi di produzione superiore al 30%</strong> del suo valore aggiunto lordo; 3) se il valore totale delle sue esportazioni ed importazioni diviso per il valore totale del suo turnover e delle sue importazioni supera il 30%. Per stabilire i <strong>dettagli</strong> si dovranno attendere le <strong>proposte</strong> che la Commissione presenterà a <strong>giugno del 2010</strong>. In sostanza <strong>i problemi e le discussioni non sono state risolte ma vengono solo rimandate</strong>: a marzo 2010 per quanto riguarda l&#8217;attuale isolamento Europeo sulla lotta ai cambiamenti climatici; a giugno del 2010 per quanto riguarda la definizione dei settori industriali che beneficeranno di un trattamento di favore sui permessi di emissione. Il Governo italiano può dunque dirsi soddisfatto, le <strong>industrie energetiche di Stato</strong>, <strong>grandi produttrici di CO2</strong>, e le industrie dell&#8217;acciaio, del cemento, della carta, del vetro e della ceramica sono salve, almeno fino al 2013. Ma tanto nel 2010 ci sarà la valutazione sull&#8217;impatto di competitività, avremo tempo e modo per porre nuovi ostacoli al piano energetico europeo o per giungere a ulteriori compromessi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>OLTRE ALLA GRANDE INDUSTRIA C&#8217;E&#8217; DI PIU&#8217; </strong>- Ovviamente  <strong>bisogna vedere</strong> <strong>se</strong> oltre a questi settori protetti <strong>ne abbia guadagnato il sistema Paese</strong>, ma il calcolo si complicherebbe. Certo è che <strong>nel breve termine i costi</strong> (specie in periodi recessivi dell&#8217;economa) rischiano di essere <strong>insostenibili</strong>, ma proprio per questo è (ed era, visto che il protocollo di Kyoto risale a più di dieci anni fa) necessaria una <strong>programmazione di medio-lungo termine</strong>, nel trasporto, nel rendimento energetico dell&#8217;edilizia e nell&#8217;efficienza energetica. Programmazio<em><a href="http://www.transitmuseumeducation.org/images/vocab/photo_omnibus.jpg"><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 4px;" src="http://www.transitmuseumeducation.org/images/vocab/photo_omnibus.jpg" alt="" width="365" height="325" /></a></em>ne che nel caso dell&#8217;Italia è mancata. Nel <strong>marzo del 2007 la Commissione giudicava molto duramente le politiche e le misure formulate</strong><strong> dal nostro Paese</strong>. Per quanto riguarda le misure infrastrutturali nel settore dei trasporti pubblici &#8220;<em>l&#8217;Italia non presenta, tra l&#8217;altro, in maniera sufficiente le ipotesi e le metodologie impiegate per quantificare  gli effetti di riduzione previsti&#8221;, indicando genericamente un modello ottimistico secondo il quale sarebbero raddoppiati i passeggeri di metropolitana e tram e sarebbero aumentati del 50% i passeggeri dei treni</em><em>. Secondo la Commissione queste ipotesi non sono plausibili, sono considerate troppo ottimiste ed insufficientemente fondate, né si comprende quali metodi siano stati applicati. </em>[...]<em> L&#8217;investimento in termini di bilancio indicato dall&#8217;Italia per un totale di 270 milioni di Euro (90 milioni di Euro all&#8217;anno dal 2007 al 2009) è di gran lunga insufficiente per attivare notevoli miglioramenti nelle infrastrutture del trasporto pubblico in un paese delle dimensioni dell&#8217;Italia. </em>[...]<em> Senza altre misure di &#8220;incentivo&#8221; oltre a quelle indicate dall&#8217;Italia, è improbabile che tale crescita sostanziale dell&#8217;uso del trasporto pubblico possa realizzarsi&#8221;. Per quanto riguarda l&#8217;attuazione della  direttiva 2002/91/CE sul rendimento energe</em><em>tico nell&#8217;edilizia secondo la Commissione l&#8217;Italia non presenta &#8220;in maniera sufficiente le ipotesi e le metodologie impiegate per quantificare gli effetti di riduzione previsti. </em>[...] <em>Secondo la Commissione è altamente improbabile che sia possibile raggiungere l&#8217;obiettivo di riduzione delle emissioni proposto. </em>[...]<em> solo attraverso l&#8217;attuazione della direttiva sul rendimento energetico nell&#8217;edilizia, visto l&#8217;ingente parco edilizio e i tempi di rinnovame</em><a href="http://filer.livinginperu.com/features/img/chachapoya_mummy.jpg"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 4px;" src="http://filer.livinginperu.com/features/img/chachapoya_mummy.jpg" alt="" width="267" height="338" /></a><em>nto che sono lunghi e visto che l&#8217;attuazione di questo strumento ha già subito notevoli ritardi in passato</em>&#8220;. Sull&#8217;efficienza energetica la Commissione indica come sia &#8220;<em>errato ipotizzare che  gran parte delle riduzioni delle emissioni avvenga nei settori non regolati, perché le riduzioni ottenu</em><em>te diminuiscono principalmente la domanda di elettricità, e dunque le emissioni, dei settori che invece rientrano nell&#8217;ambito della direttiva</em>&#8220;. Infine, per quanto riguarda l&#8217;aumento della produzione di energia da fonti rinnovabili, la Commissione ritiene che &#8220;<em>non comporterà un abbattimento delle emissioni nel settore non regolato</em>&#8220;. In definitiva, <strong>nel nostro Paese manca un programma energetico e dei trasporti cre</strong><strong>dibile</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>CONCLUDENDO</strong> &#8211; Dunque, anche se<strong> può essere giustificabile</strong> l&#8217;obiettivo di <strong>proteggere alcuni settori industriali</strong> (almeno finché non riusciranno a modernizzare i propri impianti) è necessario <strong>non rimandare ulteriormente le innovazioni tecnologiche</strong>, la spesa in ricerca energetica e la riforma della mobilità e delle infrastrutture, perché potrebbe essere un costo che non possiamo permetterci. Il rischio è che <strong>l&#8217;Italia rimanga immobile fino al 2010</strong> sperando di <strong>rimandare le riforme all&#8217;infinit</strong><strong>o</strong>, salvo poi dover competere con dei partner europei sempre più efficienti. Perché è vero che la Germania come l&#8217;Italia ha puntato a salvaguardare la propria industria manifatturiera, ma è anche vero che, diversamente da noi, in questi anni <strong>in Germania hanno investito sulle energie rinnovabili e sull&#8217;efficienza energetica</strong> (riducendo gli sprechi e la dipendenza da altre fonti estere), e stanno puntando a trasporti più efficienti. Insomma, difendono le proprie industrie senza però restare immobili, possiamo farlo anche noi? Altrimenti il rischio è quello di perdere due gare di competitività, la prima riguarda le nostre industrie inquinanti contro quelle dei  Paesi in via di sviluppo, l&#8217;altra è la gara in innovazione tecnologica ed efficienza energetica contro i Paesi sviluppati.</p>
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		<title>Comprereste BOT da queste persone?</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Dec 2008 09:31:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Vinci</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Vediamo come, tra giovedì e venerdì, il Governo ha cercato di difendere il decreto legge 185/2008 dalle accuse di inadeguatezza alla pesante crisi con alcune uscite poco appropriate, soprattutto ricordando l&#8217;appello all&#8217;ottimismo lanciato qualche giorno fa da Berlusconi. Comincia Tremonti &#8230; <a href="http://www.giornalettismo.com/archives/12697/comprereste-bot-da-queste-persone/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Vediamo come, tra giovedì e venerdì, il Governo ha cercato di difendere il decreto legge 185/2008 dalle accuse di inadeguatezza alla pesante crisi con alcune uscite poco appropriate, soprattutto ricordando l&#8217;appello all&#8217;ottimismo lanciato qualche giorno fa da Berlusconi. </strong></p>
<p><span id="more-12697"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Comincia <strong>Tremonti</strong> dicendo che &#8220;<em>non possiamo fare i fenomeni</em>&#8221; a causa del nostro <strong>debito pubblico</strong>, aggiungendo che il problema non è tanto l&#8217;Europa con i suoi vincoli, ma il mercato, perché ora il nostro debito &#8220;<em>sarà in competizione con le emissioni crescenti fatte da altri Paesi a sostegno delle ricapitalizzazioni <img class="alignleft" src="http://farm4.static.flickr.com/3200/3094379908_11806eb5d9.jpg" alt="" width="200" />bancarie</em>&#8220;. Sacconi scatenato è andato oltre, troppo oltre, parlando di rischio default del Paese, perché &#8220;<em>non possiamo permetterci neanche lontanamente che vada deserta un&#8217;asta pubblica di titoli di Stato. Ci sarebbe una carenza di liquidità per pagare pensioni e stipendi e faremmo come l&#8217;Argentina</em>&#8220;. Panico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>RÉCLAME</strong> &#8211; L&#8217;Italia come l&#8217;Argentina? Neanche per sogno. <strong>Sacconi</strong> corregge il tiro, effettivamente le sue intenzioni non erano quelle di accostare l&#8217;attuale situazione italiana a quella dell&#8217;Argentina di sei anni fa, ma voleva indicare i motivi per cui il Governo è stato costretto a &#8220;<em>tenere alto il livello di guardia sul debito pubblico</em>&#8220;. Insomma, il pericolo non è paventato, ma <strong>scampato</strong>. Tuttavia, siccome nella contabilità delle dichiarazioni ce n&#8217;erano due negative e una positiva, è dovuto intervenire anche Tremonti, dicendo di essere &#8220;<em>convinto che alla fine della crisi, l&#8217;Argentina saranno gli altri. L&#8217;Italia, se stiamo insieme uniti, ha in sé elementi di grandissima forza</em>&#8220;. Comunque state calmi, il debito pubblico italiano è &#8220;<em>assolutamente solido</em>&#8220;. Cosa aspettate, &#8220;<em>comprate i titoli di Stato italiani che sono la cosa migliore del mondo. Bot e Cct sono la cosa più sicura e più solida [...] State tranquilli. Comprateli, perché sono anche semplici</em>&#8220;, parola di <strong>Giulio Tremonti</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>UN 2009 DIFFICILE</strong> &#8211; Un ministro del Tesoro che reclamizza i titoli del debito pubblico può far pensare che la situazione sia <strong>grave</strong>, <img class="alignright" src="http://farm4.static.flickr.com/3195/3094363648_818d79a0ae.jpg" alt="" width="250" />anziché tranquillizzare, potrebbe spaventare. Inoltre è in <strong>contrasto</strong> con l&#8217;invito precedente di Berlusconi al consumo. Ma Tremonti non poteva fare altrimenti, se avesse lasciato passare le dichiarazioni (anche se smentite) di Sacconi, avremmo corso il rischio di incontrare difficoltà nelle aste dei titoli di Stato già da questo mese. Proprio a Dicembre invece il Tesoro spera di fare il <strong>pienone</strong> nelle aste, per mettersi un po&#8217; al riparo da un 2009 problematico, proprio per i motivi evidenziati da Tremonti, ossia la &#8220;<em>competizione con le emissioni crescenti fatte da altri Paesi</em>&#8220;. Paesi che in alcuni casi possono fregiarsi del rating a tripla A e che, in piena crisi di fiducia del mercato finanziario, andranno a ruba, mentre noi con la nostra modesta A faremo una magra figura. La situazione non è drammatica, ma è difficile. Quando il mercato verrà invaso da titoli pubblici o obbligazioni garantite dallo Stato emesse dalle banche, per riuscire a collocare i nostri titoli pubblici, e le obbligazioni emesse dalle nostre banche garantite (con la singola A) dallo Stato italiano, dovremo pagare un premio per il maggior rischio sui nostri titoli.</p>
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		<title>Piano anticrisi: perché puntare sulle Grandi opere?</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Dec 2008 09:56:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Vinci</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nove i minuti impiegati dal Consiglio dei ministri per approvare la Finanziaria, mentre ne è occorso ben uno in più venerdì scorso per affrontare l&#8217;esame del piano da 80 miliardi di euro (buona parte in infrastrutture) che dovrebbe portarci fuori &#8230; <a href="http://www.giornalettismo.com/archives/12013/piano-anticrisi-grandi-opere/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Nove i minuti impiegati dal Consiglio dei ministri per approvare la Finanziaria, mentre ne è occorso ben uno in più venerdì scorso per affrontare l&#8217;esame del piano da 80 miliardi di euro (buona parte in infrastrutture) che dovrebbe portarci fuori dal tunnellellellel della recessione.</strong></p>
<p><span id="more-12013"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Il problema risaputo delle Grandi opere è che richiedono tempi lunghi; e, soprattutto qui in Italia, corrono il rischio di non vedere mai la luce. Viene dunque da chiedersi se non sarebbe stato meglio spostare questi fondi verso progetti dalla più rapida realizzazione. Il piano del governo prevede lo sblocco di 16,5 miliardi di euro per le opere pubbliche, opere che rischiano di essere eterne, come tempi di realizzo più che per il perdurare nel tempo delle strutture.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L&#8217;ETERNITÀ DELLE GRANDI OPERE</strong> &#8211;  <a href="http://www.lavoce.info/articoli/-300parole/pagina1000786.html">Andrea Boitani</a> riporta qualche dato preso da uno studio effettuato nel novembre dell&#8217;anno scorso dal <strong>Dipartimento per le politiche dello sviluppo</strong> del Ministero dello sviluppo economico. Secondo questi dati in Italia per realizzare un&#8217;opera pubblica dal valore superiore ai 50 milioni di euro occorrono mediamente 3.942 giorni (10 anni, 9 mesi e 15 giorni), per la sola progettazione 1.204 giorni (3 anni e 4 mesi), tra gara e aggiudicazione un anno intero. I restanti 2.372 giorni (6 anni e mezzo) servono per realizzare materialmente la grande opera. Va un po&#8217; meglio per le opere di medie dimensioni (tra i 20 e i 60 milioni di euro), queste richiedono 7 anni, 2 mesi e 15 giorni. Le piccole opere (tra i 5 e i 10 milioni di euro) &#8220;<em>s</em><em>olo</em>&#8221; 4 a<img class="alignleft" src="http://farm4.static.flickr.com/3045/3071954817_e2bc2eff16.jpg" alt="" width="420" height="296" />nni e mezzo. Comunque, qualunque sia la dimensione dell&#8217;opera pubblica, sistematicamente ci sarà uno <strong>sforamento</strong> rispetto ai tempi previsti del <strong>30-40%</strong>. Inoltre dallo studio emerge che mediamente i tempi di progettazione sono più lunghi nel centro-nord, mentre quelli di realizzazione (aggiudicazione ed esecuzione) sono più lunghi al sud. Lo studio ipotizza tre cause per questi ritardi: <strong>scarsa capacità pr</strong><strong>evisionale</strong> dei responsabili; ritardi dovuti a <strong>fattori tecnici, legali o amministrativi</strong>; <strong>progettazioni deboli</strong> che portano a varianti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>IL RITORNO DEL SUPERCOM</strong><strong>MISSARIO</strong> &#8211; <strong>Berlusconi</strong> con entusiasmo in conferenza stampa ha annunciato: &#8220;<em>abbiamo inventato un metodo per velocizzare la realizzazione delle infrastrutture</em>&#8220;. Questa invenzione è una riedizione del tentativo (fallito) fatto già nel passato governo Berlusconi, tra il 2002 e il 2006, il commissario speciale. E&#8217; infatti prevista la nomina dei commissari straordinari che vigileranno sul rispetto dei tempi previsti dai decreti sugli investimenti pubblici. I compiti del commissario sono quello di monitorare &#8220;<em>l&#8217;adozione degli atti e dei provvedimenti necessari per l’esecuzione dell’investimento</em>&#8220;, e quello di vigilare sulle procedure volte a realizzare, autorizzare e finanziare l&#8217;opera. Il commissario ha il potere di adottare &#8220;<em>i  provvedimenti, anche  di natura  sostitutiva, necessari perché l&#8217;e</em><em>secuzione dell&#8217;opera sia avviata o ripresa senza indugio</em>&#8220;, comunque i ritardi dovranno essere prontamente comunicare al Ministro competente (per le infrastrutture statali) o al Presidente della regione (per le infrastrutture regionali). Anche sotto il profilo giuridico viene introdotta una novità, i ricorsi ai giudici amministrativi non potranno bloccare la realizzazione delle opere pubbliche ma potranno dare diritto solo al risarcimento dell&#8217;eventuale danno monetario. Viste le cause che portano ai ritardi nella realizzazione delle opere pubbliche, queste due “<em>invenzioni</em>” appaiono comunque insufficienti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>RISORSE E LORO UTILIZZO</strong> &#8211; Tra fondi europei e <strong>Fondo Aree Sottoutilizzate</strong> ci sono 110 miliardi di euro, ma non tutti e subito. Ad esempio nelle casse del <strong>FAS</strong> (al netto delle risorse già destinate) ci sono dieci milioni quest&#8217;anno, 171 nel 2009, 5 miliardi nel 2010, 5,3 nel 2011,<img class="alignright" src="http://farm4.static.flickr.com/3010/3071954811_9cb77845f0.jpg" alt="" width="416" height="300" /> e 40 miliardi di euro nel 2012. Per finanziare le opere previste dalla legge obiettivo (legge 21 dicembre 2001, n. 443) vengono destinati 60 milioni di euro nel 2009, 150 milioni di euro a partire dal 2010. Altri 960 milioni verranno prelevati dal FAS e destinati al fondo investimenti delle <strong>Ferrovie d</strong><strong>ello Stato</strong>, a cui vanno ad aggiungersi le risorse per <strong>Trenitalia</strong> (sempre provenienti dal summenzionato fondo), altri 480 milioni di euro ogni anno per tre anni a partire dal 2009, destinati al trasporto (e a finanziare il blocco delle tariffe). E&#8217; prevista anche la detassazione per i microinterventi urbani realizzati dai cittadini senza oneri per gli enti locali. Infine entro 30 giorni dall&#8217;entrata in vigore del decreto, il <strong>Cipe</strong> si riunirà e dirotterà una quota delle risorse disponibili nel FAS destinandola al Fondo sociale (o <strong>fondo Sacconi</strong>) per l&#8217;occupazione e la formazione (in cui confluiranno anche i fondi destinati agli ammortizzatori sociali concessi in deroga alla normativa vigente) e al Fondo infrastrutture (o <strong>fondo Scajola</strong>) &#8220;<em>per la messa in sicurezza delle scuole, per le opere di risanamento ambientale, per l’edilizia carceraria, per le infrastrutture museali e archeologiche, e le infrastrutture strategiche per la mobilità</em>&#8220;. Questo dirottamento (pari a circa 25 miliardi) consentirà uno snellimento della procedura di assegnazione delle risorse, infatti la ripartizione dei fondi presenti nel FAS vedrebbe la partecipazione delle Regioni al tavolo delle trattative, con conseguente allunamento dei tempi e la creazione di progetti frammentati. Ci sarà dunque una <strong>riprogrammazione</strong> nell’utilizzo delle risorse, mantenendo comunque i <strong>criteri di ripartizione territoriale</strong>, quindi gli investimenti dovranno riguardare per il 15% il Centro-Nord e l&#8217;85% il Sud. Ultimamente il FAS sembra essere diventato un <strong>magico cappello</strong> da cui prelevare allegramente, tra l&#8217;azzeramento dell&#8217;ICI sulla prima casa, i rifiuti a Napoli e i regali ai comuni di Roma e Catania, in tutto sono volati via 10,5 miliardi di euro. Dunque anche se è positiva la creazione dei fondi &#8220;<em>Sacconi e Scajola</em>&#8220;, viene da chiedersi quando verranno finanziati, visto che difficilmente i dieci milioni presenti quest&#8217;anno (o i 171 milioni presenti nel 2009) nelle casse del FAS saranno sufficienti. Per le altre opere il grosso delle risorse <img class="alignleft" src="http://farm4.static.flickr.com/3192/3071954823_fa6cc6bbaf.jpg" alt="" width="400" height="177" />necessarie nei prossimi tre anni proverranno dunque dai fondi europei (a cui si aggiunge il cofinanziamento nazionale) del Quadro strategico nazionale 2007-2013.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>GIANNI, SONO OTT</strong><strong>IMISTAAAAAA!</strong> &#8211; Non tutte le opere infrastrutturali sono uguali, ad esempio le piccole infrastrutture, in special modo quelle da &#8220;<em>ultimo miglio</em>&#8220;, legate alla mobilità nelle città, non richiedono né grandi investimenti né tempi lunghi e hanno il pregio di portare benefici immediatamente e direttamente alle piccole imprese che li realizzano e ai cittadini che ne beneficiano (riduzione di tempi, traffico e costi). Anche volendo essere ottimisti (ai limiti dell&#8217;ingenuità) i lavori delle opere pubbliche nazionali <strong>non cominceranno prima del 2010</strong>, ma la recessione è prevista (oltre che per quest&#8217;anno) per il 2009 (l&#8217;Ocse parla di un -1%), nel frattempo il resto del piano anticrisi sarà sufficiente?</p>
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		<title>&#8220;Bollette pazze&#8221; &#8211; L&#8217;impotenza delle Authority</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Nov 2008 09:07:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Vinci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Apertura]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[antitrust]]></category>
		<category><![CDATA[authority]]></category>
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		<description><![CDATA[Quello delle mancate liberalizzazioni è un male ormai atavico che affligge il mercato italiano. A esso si aggiungono i noti limiti delle Authority, impossibilitate a irrogare sanzioni efficaci nello scoraggiare le compagnie dal perseguire comportamenti scorretti. S&#8217;invoca tanto la class &#8230; <a href="http://www.giornalettismo.com/archives/11227/bollette-gonfiate/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Quello delle mancate liberalizzazioni è un male ormai atavico che affligge il mercato italiano. A esso si aggiungono i noti limiti delle Authority, impossibilitate a irrogare sanzioni efficaci nello scoraggiare le compagnie dal perseguire comportamenti scorretti. S&#8217;invoca tanto la class action ma&#8230;</strong></p>
<p><span id="more-11227"></span></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;Antitrust nella riunione del 30 ottobre ha deciso di sanzionare tredici società per <strong>pratiche commerciali scorrette</strong>. Il procedimento è stato avviato a seguito delle numerose segnalazioni giunte all&#8217;autorità garante <img class="alignleft" src="http://farm4.static.flickr.com/3189/3053280563_6e90f31dc1.jpg" alt="" width="260" height="270" />della concorrenza e del mercato a partire dal novembre 2007, segnalazioni riguardanti addebiti ai consumatori di &#8220;<em>chiamate satellitari internazionali e a numeri speciali mai effettuate</em>&#8220;. Dopo un anno arrivano le sanzioni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>LE ACCUSE</strong> &#8211; Secondo quanto emerso nel corso dell&#8217;istruttoria gran parte delle chiamate e/o connessioni che hanno dato origine agli addebiti sono dovute ai <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Dialer">dialer</a>, che modificavano il &#8220;<em>numero telefonico del collegamento e sostituendolo con un numero a pagamento maggiorato su prefissi internazionali satellitari o speciali</em>&#8220;. L&#8217;Authority <a href="http://www.agcm.it/docs/PS24%20provv.pdf">indica</a> per ciascuna società il ruolo specifico avuto nella vicenda. <strong>Telecom</strong> ad esempio, &#8220;<em>pur non avendo una diretta ed immediata responsabilità civile e contrattuale nei confronti dei consumatori nella determinazione del danno rilevante, ha posto in essere comportamenti contrari alla diligenza professionale</em>&#8221; perché era comunque a conoscenza del fenomeno e non ha adottato <strong>misure di contrasto</strong>. Non ritenendosi responsabile Telecom ha annunciato il ricorso al <strong>Tar</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>LE MULTE, CHE PAURA!</strong> &#8211; In totale le multe ammontano a 2 milioni e 430mila euro, le tredici società coinvolte (a vario titolo) e le rispettive sanzioni sono: Telecom Italia (325mila euro), Elsacom (270mila euro), CSINFO (255mila euro), Eutelia (215mila euro), Karupa (255mila euro), Teleunit (180mila euro), Voiceplus (255mila euro), Drin TV (115mila euro), AbcTrade (115mila euro), Telegest Italia (115mila euro), Aurora Uno (115mila euro), OT&amp;T (115mila euro) e Ivory Network Limited (100mila euro). Sanzioni <strong>ridicole</strong> rispetto al fatturato di queste società, a titolo esemplificativo, si pensi che nel 2007 il fatturato di Telecom Italia è stato di 31,3 miliardi di euro, quello di Eutelia di 588 milioni di euro, le rispettive sanzioni in percentuale rispetto al fatturato sono quindi circa dello 0,001% per Telecom Italia e dello 0,037% per Eutelia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>STRUMENTI INADEGUATI</strong> &#8211; Nonostante le sanzioni le associazioni dei<img class="alignright" src="http://farm4.static.flickr.com/3218/3053280541_bddd44e691.jpg" alt="" width="360" height="344" /> consumatori (<strong>Adusbef</strong> e <strong>Federconsumatori</strong>) <a href="http://www.federconsumatori.it/ShowDoc.asp?nid=20081122140408&amp;t=news">si chiedono</a> &#8220;<em>chi risarcirà i danni inferti a milioni di consumatori, ai quali le stesse aziende, pur con diverse responsabilità, hanno effettuato addebiti indebiti per chiamate satellitari mai effettuate, per centinaia di euro ciascuno, per un controvalore stimabile in almeno 900 milioni di euro</em>&#8221; visto che manca lo strumento della class action &#8220;<em>che doveva entrare in vigore dal 1 luglio 2008 ed è invece stata affossata dal Governo, sotto diretta richiesta di banche,assicurazioni e </em><em>compagnie telefoniche</em>&#8220;. All&#8217;Authority manca il potere di prevenire simili situazioni, queste sanzioni arrivano comunque dopo che per i <strong>numeri 899</strong> è stata imposta da ottobre la <strong>disattivazione automatica</strong>, secondo l&#8217;<strong>Aduc</strong> &#8220;<em>molti operatori, che prima facevano soldi illegittimi con numeri satellitari e 899, si sono riversati verso le numerazioni <strong>48xxx</strong></em>&#8220;. Inoltre il procedimento è durato un anno, dalle prime segnalazioni, un periodo <strong>eccessivamente lungo</strong>, tanto che ha richiesto un intervento urgente da parte dell&#8217;Antitrust volto a evitare distacchi della linea telefonica ai consumatori che contestavano la fatturazione.</p>
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		<title>Low cost contro la crisi, ma per quanto?</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Nov 2008 09:25:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Vinci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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		<description><![CDATA[L&#8217;invasione dei prodotti a basso costo può tornare utile ai consumatori che vogliono mantenere inalterato il proprio stile di vita nonostante il ridotto potere d&#8217;acquisto. Ma cosa succederà quando la situazione peggiorerà? La globalizzazione ha avuto due effetti, da un &#8230; <a href="http://www.giornalettismo.com/archives/10725/low-cost-italia/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>L&#8217;invasione dei prodotti a basso costo può tornare utile ai consumatori che vogliono mantenere inalterato il proprio stile di vita nonostante il ridotto potere d&#8217;acquisto. Ma cosa succederà quando la situazione peggiorerà?</strong><span id="more-10725"></span></p>
<p style="text-align: justify;">La globalizzazione ha avuto due effetti, da un lato ha spostato quote di produzione industriale dai Paesi sviluppati verso quei Paesi a basso costo della manodopera, dall&#8217;altro ha invaso i nostri Paesi di prodotti a basso costo. Questi due fenomeni hanno dato vita a una categoria di consumatori, si tratta dei consumatori <a href="http://www.ponentevarazzino.com/wp-content/uploads/bancarelle-sotto-le-stelle-marina-di-varazze-30508.jpg"><img class="alignleft" src="http://www.ponentevarazzino.com/wp-content/uploads/bancarelle-sotto-le-stelle-marina-di-varazze-30508.jpg" alt="" width="348" height="262" /></a>low cost, una classe media (ma non solo) messa in difficoltà dai cambiamenti economici e sociali di questi ultimi anni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>IDENTIKIT DEL CONSUMATORE LOW COST -</strong> E&#8217; una categoria difficilmente definibile, ne fanno parte sia la classica classe media, gli impiegati, la vecchia piccola borghesia, sia i lavoratori precari. Ma anche insospettabili dai redditi medio alti. Secondo l&#8217;<strong>Eurispes</strong> un terzo degli italiani sono consumatori low cost, per lo più sono giovani, in molti casi lavoratori a tempo determinato. Ad essere variegate non sono solo le categorie sociali appartenenti al nuovo mondo dei consumatori low cost, ma anche le tipologie di acquisti. Si va dai prodotti tecnologici all&#8217;abbigliamento, dai mobili ai viaggi, dai prodotti alimentari alle automobili. I prodotti low cost maggiormente acquistati sono i generi alimentari (53%), l&#8217;abbigliamento (51%) e i biglietti aerei (41%), seguono i prodotti tecnologici (41%) e i prodotti farmaceutici (31%). Sono persone che acquistano i mobili all&#8217;<strong>Ikea</strong>, che viaggiano con <strong>RyanAir</strong>, che vestono <strong>Zara</strong>, che comprano i farmaci generici e che fanno i loro acquisti quotidiani nei discount, risparmiando fino al 30% rispetto a un supermercato tradizionale. In Italia il boom lo abbiamo avuto in quest&#8217;ultimo decennio, quando la disoccupazione è passata dal 12% al 6%, un miglioramento però non percepito, anzi in tanti avvertono un peggioramento. Tuttavia i consumi sono aumentati, ma verso prodotti che consentono di spendere meno. Uno stile di vita tra moda e necessità, o necessità camuffata da moda per dignità.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>FARE DI NECESSITA&#8217; VIRTU&#8217; -</strong> Secondo un&#8217;indagine dell&#8217;istituto di ricerca <strong>Nextplora</strong> per il 64% i prodotti low cost sono prodotti con un ottimo rapporto qualità/prezzo. Ma si compra low cost per poter comprare di<a href="http://www.modernights.com/images/zara.jpg"><img class="alignright" src="http://www.modernights.com/images/zara.jpg" alt="" width="260" height="314" /></a> più o per mantenere inalterato il proprio stile di vita nonostante l&#8217;inflazione e il ridotto potere d&#8217;acquisto? Il 42% acquista questi prodotti a causa di una ridotta disponibilità di spesa, ma trattandosi di un mondo variegato, non tutti i consumatori low cost sono tali per motivi economici. Il 29% lo fa perché vuole poter scegliere tra una gamma più estesa di prodotti, il 26% perché vuole fare i suoi acquisti online senza perdite di tempo, tanto che il 55% degli italiani i propri acquisti low cost li effettua proprio su internet, ma si tratta per lo più di prodotti tecnologici e di biglietti aerei. Ad essere a rischio sono quel 42% di consumatori low cost.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>REDDITI E DISUGUAGLIANZA &#8211; </strong>In Italia la disuguaglianza dei redditi è cresciuta più di quanto non abbia fatto la disuguaglianza dei consumi, perché i consumatori reagiscono alle riduzioni del potere d&#8217;acquisto cercando di mantenere invariato il proprio livello di consumo, da prima riducendo il risparmio, poi facendo ricorso all&#8217;indebitamento. In un articolo su <a href="http://www.lavoce.info/articoli/pagina1000749.html" target="_blank">LaVoce.info</a> la differente dinamica tra disuguaglianza dei redditi e disuguaglianza dei consumi viene spiegata distinguendo tra variazioni permanenti e temporanee dei redditi. Per cui le variazioni permanenti del reddito vengono destinate quasi totalmente a variazioni dei consumi, mentre le variazioni temporanee del reddito vengono destinate al risparmio. Quindi una famiglia, se deve affrontare una riduzione temporanea del reddito, compenserà attraverso il risparmio o il ricorso all&#8217;indebitamento, pur di mantenere stabili i consumi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L&#8217;EFFETTO DELLA CRISI -</strong> Il metodo più indolore per mantenere inalterato il livello dei propri consumi in una situazione di riduzione del proprio potere d&#8217;acquisto è dunque il ricorso ai prodotti low cost, fin quando sarà sufficiente, se il temporaneo dovesse diventare (o essere percepito come) permanente non ci sarà low cost che tenga. E quel momento è ormai alle porte. L&#8217;economia reale è stata colpita dalla crisi, in <strong>Italia</strong> era <a href="http://top-work-from-home.com/blog/uploads/Image/shorty-no-money.jpg"><img class="alignleft" src="http://top-work-from-home.com/blog/uploads/Image/shorty-no-money.jpg" alt="" width="332" height="485" /></a>già in sofferenza, un aumento della disoccupazione colpirà principalmente i quattro milioni e mezzo di lavoratori precari. Lavoratori che non potranno usufruire degli ammortizzatori sociali, e che non riceveranno sostegni neppure dal piano anti-crisi da 80 miliardi di euro annunciato dal <strong>Governo</strong>. Il piano probabilmente incrementerà le risorse per la cassa integrazione, risorse che la <strong>Finanziaria</strong> aveva già portato a 600 milioni di euro. Tuttavia sono fondi che andranno a beneficio delle solite categorie di lavoratori, quelle con grande peso negoziale e politico, che già ora hanno accesso alla cassa integrazione. C&#8217;è inoltre il rischio che gli ammortizzatori sociali possano essere utilizzati arbitrariamente, proprio perché mancano delle regole di accesso universali e trasparenti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>SUSSIDIO UNICO -</strong> Per questa ragione c&#8217;è chi chiede con urgenza l&#8217;introduzione di un <a href="http://www.lavoce.info/articoli/pagina1000747.html" target="_blank">sussidio unico di disoccupazione</a>, finanziato dai contributi versati dai lavoratori indipendentemente dalla tipologia del contratto, e a cui il lavoratore possa accedere indipendentemente dal tipo di contratto con cui si è stato impiegato. Invece si è deciso di utilizzare le già scarse risorse per detassare gli straordinari ai lavoratori <em>&#8220;protetti&#8221;</em>, anziché per attuare una riforma degli ammortizzatori che impedisca a questa recessione di incrementare povertà e disuguaglianze.</p>
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		<title>La parola alle imprese, con qualche sorpresa</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Nov 2008 10:34:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Vinci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Rubriche]]></category>
		<category><![CDATA[analisi annuale congiuntura imprese]]></category>
		<category><![CDATA[banca d'italia]]></category>
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		<description><![CDATA[L&#8217;annuale rapporto sull&#8217;umore delle aziende italiane ha rivelato l&#8217;impatto della crisi su realtà e previsioni e medio/lungo termine. E una verità sulla detassazione dello straordinario che a Sacconi proprio non piace Agli inizia di autunno di ogni anno Bankitalia, tramite &#8230; <a href="http://www.giornalettismo.com/archives/9858/il-bilancio-delle-imprese/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>L&#8217;annuale rapporto sull&#8217;umore delle aziende italiane ha rivelato l&#8217;impatto della crisi su realtà e previsioni e medio/lungo termine. E una verità sulla detassazione dello straordinario che a Sacconi proprio non piace<span id="more-9858"></span><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Agli inizia di autunno di ogni anno <strong>Bankitalia</strong>, tramite le sue filiali, telefona a un campione di imprese con più di 20 <strong>dipendenti </strong>per sottoporre loro un <strong>questionario</strong>. Dall&#8217;elaborazione del questionario nasce il <em>&#8220;sondaggio congiunturale sulle imprese industriali e dei servizi&#8221;.</em> Quest&#8217;anno, un po&#8217; per via del clima di incertezza che fa essere pessimiste le imprese e un po&#8217; per alcune misure portate avanti dal governo sulla detassazione degli straordinari, questo sondaggio non è passato inosservato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>IL SONDAGGIO – </strong>Quest&#8217;anno il sondaggio congiunturale fatto dalla <strong>Banca d&#8217;Italia</strong> ha coinvolto 4170 <a href="http://www.salviamoitalia.net/sottodomini/carrara/wp-content/uploads/2007/09/banca_di-italia.jpg"><img class="alignleft" src="http://www.salviamoitalia.net/sottodomini/carrara/wp-content/uploads/2007/09/banca_di-italia.jpg" alt="" width="400" height="284" /></a>imprese, di cui 3066 dell&#8217;industria e 1104 dei servizi, interrogate per via <strong>telefonica </strong>dalle filiali della stessa <strong>Banca d&#8217;Italia</strong> sull&#8217;andamento degli investimenti, sulle situazioni di indebitamento, sui livelli occupazionali, sui salari, sul fatturato, sulle condizioni del credito e sul detassazione degli straordinari. Queste ultime due voci sono una novità di quest&#8217;anno, e vista la situazione sono anche le più interessanti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>INVESTIMENTI E CREDITO &#8211; </strong>Gran parte delle imprese interrogate (il 61,5%) prevede una spesa in investimenti fissi in linea con quella programmata, il 21,1% inferiore rispetto ai piani e il 17,4% superiore rispetto ai piani. L&#8217;anno scorso invece erano più le <strong>imprese </strong>che prevedevano una spesa in investimenti fissi superiore ai piani rispetti a quelle che prevedevano una spesa in investimenti fissi inferiore ai piani. A incidere per queste ultime imprese sono motivazioni organizzative, variazioni della domanda, fattori finanziari e aumento dell&#8217;incertezza. Le <strong>percentuali </strong>sono simili rispetto alle attese sugli investimenti per il 2009, che per il 53,6% saranno in linea con quelli di quest&#8217;anno, per il 27,5% saranno in calo e per il 18,9% ci saranno superiori. Aumentano dunque le imprese che rivedono al ribasso i loro programmi di espansione e gli investimenti. Riguardo le attese sull&#8217;<strong>esposizione debitoria</strong> nei confronti delle banche, per il 26,4% delle imprese intervistate diminuirà, il 23,7% invece ne prevede un aumento. Riguardo l&#8217;attuale situazione, il 43,4% delle imprese ha riscontrato un deterioramento delle condizioni di credito.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>PEGGIORAMENTO E PESSIMISMO -</strong> Nel primo trimestre del 2008, un terzo delle imprese ha visto <strong>crescere </strong>il proprio <strong>fatturato</strong>, un terzo l&#8217;ha visto stabile e un terzo ne segnala un <strong>calo</strong>, rispetto al 2007 c&#8217;è un netto peggioramento, e un&#8217;ulteriore peggioramento c&#8217;è stato a settembre, mese in cui il 34% delle imprese (per l&#8217;industria la percentuale sale al 35,7% contro il 31,7% dei servizi) ha riscontrato un calo degli ordini rispetto a giugno, mentre il 24,6% indica un aumento. Anche le <strong>previsioni </strong>sono in linea con questi dati e<a href="http://www.nuovaimpresaonline.it/immagini/imprese.jpg"><img class="alignright" src="http://www.nuovaimpresaonline.it/immagini/imprese.jpg" alt="" width="300" height="270" /></a>peggiori rispetto ai dati del 2007, così pure la produzione prevista negli ultimi tre mesi del 2008 (per il 28,3% in calo e per il 28,9% in aumento). Quando si va a tastare l&#8217;umore delle imprese viene fuori tutto il <strong>pessimismo</strong>, per il 32,7% delle imprese negli ultimi sei mesi il proprio mercato di riferimento era in recessione, per il 54,4% era in ristagno e per il 12,9% (inguaribili ottimisti?) era in espansione. C&#8217;è un netto peggioramento rispetto al 2007. Nonostante tutto il 60% delle imprese ritiene che i livelli occupazionali rimarranno invariati, addirittura il 19,2% prevedono un aumento e il restante 20,8% prevede invece una diminuzione. Infine è interessante il dato sugli aumenti salariali aggiuntivi rispetto ai contratti nazionali, che hanno riguardato il 46,3% dei lavoratori, contro il 42% del 2007, aumenti che diventano più frequenti al crescere delle dimensioni dell&#8217;impresa. E qui andrebbe fatto un discorso sia sulla difficoltà delle piccole e medie imprese italiane di <a href="http://www.giornalettismo.com/archives/4932/piccole-imprese-produttivita/" target="_blank">crescere</a>, sia sulla necessità di rafforzare il secondo livello di <a href="http://www.giornalettismo.com/archives/2262/sindacato-governo-contratto/" target="_blank">contrattazione</a>. Comunque in mezzo a questo pessimismo sono ancora il 63,8% le imprese che prevedono di conseguire un utile nel 2008, il 17% invece quelle che prevedono una perdita (erano l&#8217;11,2% nel 2007).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>STRAORDINARI E POLEMICA -</strong> Visto che si tratta di un sondaggio congiunturale non potevano mancare domande sul<strong> provvedimento legislativo</strong> (d.l. 93/2008) sulla detassazione del lavoro <strong>straordinario </strong>e dei premi variabili, provvedimento di cui beneficerà il 30,8% dei lavoratori (nel Sud il 23,7%), e che ha determinato un aumento del monte straordinari per il 13,5% dei lavoratori dell’industria e per il 10,2% di quelli dei servizi. Tuttavia per il 29,1% delle imprese dei servizi e per il 24,6% delle imprese dell&#8217;industria, questo provvedimento &#8220;<em>diminuisce la necessità di assumere nuovo personale</em>&#8220;. Da qui nasce la polemica. Il ministro del lavoro <strong>Maurizio Sacconi</strong>, che fin dall&#8217;alba del governo <strong>Berlusconi </strong>ha portato avanti con <a href="http://www.pdlitalia.it/index_file/image1723.jpg"><img class="alignleft" src="http://www.pdlitalia.it/index_file/image1723.jpg" alt="" width="250" height="333" /></a>orgoglio questo provvedimento, ha protestato vivamente per i risultati del sondaggio. Prima cercando giustificazioni temporali, dicendo che il provvedimento è entrato in vigore a luglio,<em> &#8220;le rilevazioni sono pertanto ragionevolmente riferite a un periodo tra luglio, agosto e settembre che non offre elementi sufficienti per trarre facili conclusioni come la minore propensione ad assumere in una porzione delle imprese&#8221;,</em> trattandosi di un provvedimento che riguarderà solo il secondo semestre direi che il sondaggio è stato fatto comunque a metà percorso. Poi addirittura attaccando direttamente il <strong>sondaggio</strong>, dicendo che <em>&#8220;è ben ridicolo dare valore scientifico alla percezione degli intervistati&#8221;</em> e qui possiamo anche concordare e potrebbe fermarsi qui. Ma il ministro purtroppo prosegue, dicendo che gli intervistati<em> &#8220;hanno comunque risposto a una domanda ideologica senza controprova, tanto più in una fase già critica dell&#8217;economia e delle attese che richiede flessibilità organizzativa e maggiore produttività&#8221;.</em> A questo punto potremmo chiedere al ministro come mai in <em>&#8220;una fase già critica dell&#8217;economia&#8221; </em>ha deciso comunque di portare avanti un provvedimento da molti definito <a href="http://www.giornalettismo.com/archives/656/detassare-gli-straordinari-non-e-cosi-utile/" target="_blank">inefficace</a>, da qualcuno addirittura dannoso per l&#8217;occupazione (io personalmente non condivido questa seconda preoccupazione). Inoltre la produttività si incrementa con gli investimenti più che con l&#8217;aumento delle ore <a href="http://www.giornalettismo.com/archives/1246/la-ricetta-della-produttivita/" target="_blank">lavorate.  </a>Riporto la<em> &#8220;domanda ideologica&#8221;:</em> <em>“ritenete che l’aumento di tale monte ore diminuisca la necessità di assumere nuovo personale (riferito sia all’assunzione di personale dipendente sia all’utilizzo di interinale, lavoro a progetto, etc.) nella Vostra azienda?”.</em></p>
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		<title>Crisi e risparmio: l&#8217;Italia è in pericolo, ecco perché</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Nov 2008 11:13:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Vinci</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><!--[if gte mso 9]><xml> Normal   0         14         false   false   false      IT   X-NONE   X-NONE                                                         MicrosoftInternetExplorer4 </xml><![endif]--><!--[if gte mso 9]><xml> </xml><![endif]--><!--  --><!--[if gte mso 10]> <mce:style><!   /* Style Definitions */  table.MsoNormalTable 	{mso-style-name:"Tabella normale"; 	mso-tstyle-rowband-size:0; 	mso-tstyle-colband-size:0; 	mso-style-noshow:yes; 	mso-style-priority:99; 	mso-style-qformat:yes; 	mso-style-parent:""; 	mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt; 	mso-para-margin-top:0cm; 	mso-para-margin-right:0cm; 	mso-para-margin-bottom:10.0pt; 	mso-para-margin-left:0cm; 	line-height:115%; 	mso-pagination:widow-orphan; 	font-size:11.0pt; 	font-family:"Calibri","sans-serif"; 	mso-ascii-font-family:Calibri; 	mso-ascii-theme-font:minor-latin; 	mso-hansi-font-family:Calibri; 	mso-hansi-theme-font:minor-latin;} --> <!--[endif]--></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se è vero che quando piove, piove sul bagnato, nel caso dell&#8217;Italia il vecchio adagio descrive a meraviglia una situazione ormai incancrenita dalla quale non sembra semplicissimo poter uscire. Anzi, la madre di tutte le crisi rischia di farci pagare un conto ancora più salato per il nostro passato di cicale.</strong><span id="more-9436"></span></p>
<p style="text-align: justify;">In questi anni ci eravamo quasi scordati del nostro &#8220;<em>caro</em>&#8221; debito pubblico, tanto da veder nascere anche <a href="http://space.cinet.it/cinetclub/Emmegi/magazine/addiolira/lira2.jpg"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 4px;" src="http://space.cinet.it/cinetclub/Emmegi/magazine/addiolira/lira2.jpg" alt="" width="336" height="207" /></a>qualche particolare &#8220;<a href="http://phastidio.net/2006/08/23/economisti-statalisti/" target="_blank">appello degli economisti</a>&#8220;. Tutto <strong>grazie all&#8217;euro e all&#8217;ottimismo dei mercati</strong>. Ora, con la crisi, l&#8217;ottimismo rischia di trasformarsi in <strong>panico</strong>, così vediamo il <strong>differenziale dei rendimenti</strong> tra <strong>bund tedeschi</strong> e <strong>BTP italiani all&#8217;1,28%</strong>, valore che <strong>non si vedeva</strong> dall&#8217;ormai lontano <strong>1997</strong>, quando avevamo ancora la Lira. Questo spread significa che <strong>paghiamo un rischio,</strong> rischio dovuto al fatto che siamo <strong>poco credibili</strong>. Dal 2000 al 2007 <strong>il debito pubblico è stato ridotto di soli 5 punti</strong> percentuali, portandolo dal 109% al 104%, e <strong>non si poteva fare di più</strong> data la politica di <strong>alta spesa pubblica</strong> italiana; anzi, quel poco che si è fatto, è dovuto ad <strong>aumenti della pressione fiscale</strong> e a <strong>privatizzazioni</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I PROBLEMI VENGONO A GALLA</strong> &#8211; Non fossimo un <strong>Paese con un forte declino demografico</strong> dei giovani, il debito pubblico sarebbe sostenibile. Il problema è invece aggravato dal fatto che gli a<strong>umenti di sp</strong><a href="http://www.8hands.com/system/files/oldmen.jpg"><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 4px;" src="http://www.8hands.com/system/files/oldmen.jpg" alt="" width="265" height="185" /></a><strong>esa del passato</strong>, a beneficio dei giovani di allora e dei tanti anziani di oggi (attraverso le pensioni), ricadono <strong>sulle spalle dei pochi giovani di oggi</strong> e dei pochissimi giovani di domani. In Italia le <strong>pensioni</strong> incidono sulla spesa sociale per <strong>oltre il 60%</strong>, nel resto dell&#8217;<strong>Europa</strong> <strong>non supera il 50%</strong> e gli <strong>interessi sul debito</strong> tolgono risorse che potrebbero essere utilizzate a favore dei giovani. Ormai però il danno è fatto, e il debito pubblico ha assunto dimensioni tali da rendere difficile in questo momento assumere politiche fiscali anticicliche. Ora che <strong>incombe la recessione</strong> dobbiamo fare i conti anche con una <strong>pressione fiscale</strong> al 43% (che, stando al Dpef 2009-2013 <strong>aumenterà al 43,2%</strong>) aggravata dall&#8217;inflazione che, con il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Fiscal_drag" target="_blank">fiscal drag</a>, si calcola abbia portato nelle casse dello Stato circa 4<strong> miliardi di Euro in più.</strong> Risorse che, se non sono già sparite, potrebbero essere utilizzate.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>SENZA VIA D&#8217;USCITA</strong> &#8211; A fine 2007 il nostro debito pubblico in rapporto al Pil era del 104%, in Germania del 65%, in Francia del 64%, in Spagna del 36% e nel Regno Unito del 44%. Ma l<strong>e dimensioni del debito </strong>pubblico da sole <strong>non sono sufficienti a spiegare la differenza</strong> del rendimento dei titoli italiani rispetto a quelli tedeschi. <strong>Un anno fa</strong> questa differenza <strong>era di soli 25 punti base</strong>, oggi è invece <strong>salita a 128 punti base</strong>, questo significa che al nostro governo farsi prestare i soldi costa più di quanto non costi al governo tedesco, oggi più di ieri. <strong>La ragione</strong> va forse ricercata nei <strong>margini di manovra</strong> e sulle <strong>capacità dei vari Paesi di affrontare la crisi</strong>. Insomma, sulla <strong>credibilità del Paese</strong>. E&#8217; vero che, <a href="http://www.noisefromamerika.org/index.php/articles/Halloween_Obbligazionario" target="_blank">come scrive</a><a href="http://www.shamaniccircles.org/2002oraclesharings/misc1/labirynth.jpg"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 4px;" src="http://www.shamaniccircles.org/2002oraclesharings/misc1/labirynth.jpg" alt="" width="250" height="269" /></a><a href="http://www.noisefromamerika.org/index.php/articles/Halloween_Obbligazionario" target="_blank"> Ludovico Pizzati</a>, &#8220;<em>guardando il deficit primario italiano (spese meno entrate), l&#8217;Italia non è oggi più irresponsabile di altri paesi</em>&#8220;, tuttavia non abbiamo le stesse possibilità di altri Paesi per affrontare la crisi. <strong>Non possiamo agire sugli stipendi</strong>, visto che in Italia in vent&#8217;anni la produttività è cresciuta in media del 2,4% (contro il 4,8% del Regno Unito). <strong>Non possiamo contare sul PIL</strong>, visto che da vent&#8217;anni la crescita del PIL pro-capite è inferiore rispetto alla media di Francia, Germania, Spagna e Regno Unito. Infine ci è <strong>difficile agire sulla spesa pubblica</strong>, sulla quale gli interessi sul debito pesano per il 10%. Insomma, non solo siamo (come gli altri Paesi) in piena crisi, ma in più <strong>abbiamo meno strumenti</strong> di altri per poterla affrontare. Altri Paesi, come la Francia, hanno un sistema di ammortizzatori sociali in grado di attenuare i rischi povertà, l&#8217;Italia no. E non abbiamo neppure la possibilità di farlo, visto che, come ho scritto sopra la nostra spesa sociale per il 60% va via in pensioni. Avendo il tempo (e la volontà) <strong>si potrebbero riformare le pensioni</strong>, si potrebbe affrontare il problema dell&#8217;evasione fiscale e dell&#8217;eccessiva pressione fiscale, si potrebbe investire in formazione, si potrebbero incentivare gli investimenti delle imprese, in modo da aumentare la produttività. Ma <strong>non c&#8217;è più tempo</strong>. Il mercato lo sa, così se vogliamo indebitarci, dobbiamo pagare più degli altri.</p>
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		<title>I furbetti del Core Tier 1</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Oct 2008 11:37:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Vinci</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando, pochi giorni fa, il presidente del consiglio Silvio Berlusconi diceva che &#8220;forse due o tre banche oltre a Unicredit avranno dei vantaggi ad aumentare il proprio capitale, trovando naturalmente i mezzi sul mercato&#8220;, in pochi si aspettavano una reazione &#8230; <a href="http://www.giornalettismo.com/archives/8454/i-furbetti-del-core-tier-1/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Quando, pochi giorni fa, il presidente del consiglio Silvio Berlusconi diceva che &#8220;<em>forse due o tre banche oltre a Unicredit avranno dei vantaggi ad aumentare il proprio capitale, trovando naturalmente i mezzi sul mercato</em>&#8220;, in pochi si aspettavano una reazione tanto immediata quanto compatta delle banche.</strong></p>
<p><span id="more-8454"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Intesa Sanpaolo</strong> per bocca di <strong>Corrado Passera</strong> ha gettato acqua sul fuoco facendo presente di avere &#8220;<em>una struttura patrimoniale adeguata</em>&#8221; e di star preparando un &#8220;<em>piano d&#8217;impresa che [...] la rafforzerà </em><img class="alignleft" src="http://farm4.static.flickr.com/3287/2975266943_5e965aaafb.jpg" alt="" width="210" height="197" /><em>ulteriormente</em>&#8220;. Il presidente dell&#8217;<strong>ABI</strong>, <strong>Corrado Faissola</strong>, si spinge oltre, parlando a nome di tutti dice di non sapere &#8220;<em>assolutamente cosa significhi quello che ha detto Berlusconi</em>&#8220;, &#8220;<em>i banchieri nella riunione di oggi erano tutti tranquillissimi</em>&#8220;. Insomma, qui tutto bene, e se stessimo male non lo diremmo in giro. Poi di seguito tutte le rassicurazioni, dal presidente di <strong>BPM</strong> <strong>Roberto Mazzotta</strong>, al presidente del consiglio gestione di <strong>UBI Banca</strong> <strong>Emilio Zanetti</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>SEMBRA DI ESSERE DAL PEDIATRA</strong> &#8211; Sì, con i bambini che, intimoriti per ciò che potrebbero subire, assicurano di star benissimo. E c&#8217;è da registrare anche il &#8220;<em>silenzio tombale</em>&#8221; con cui una delle banche maggiormente in difficoltà con i <strong>ratios</strong>, ha accolto le dichiarazioni del premier: il <strong>Monte dei Paschi di Siena</strong>, che insieme a <strong>Intesa</strong> aveva mostrato di avere coefficienti di <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Finanza%20e%20Mercati/2008/10/unicredit-intesa-mediobanca.shtml?uuid=f0a62294-a1ea-11dd-ac46-19998a0023d4&amp;DocRulesView=Libero">Core Tier 1</a> addirittura peggiori rispetto a <strong>Unicredit</strong>, ha &#8220;<em>fatto l&#8217;indiana</em>&#8220;, come se il dibattito non la riguardasse, salvo poi effettuare &#8220;<em>per prova</em>&#8220;, in coppia con <strong>Ca&#8217; de Sass</strong>, gli swap che <strong>Bankitalia</strong> ha messo a disposizione per garantire maggiore liquidità agli <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Finanza%20e%20Mercati/2008/10/Intesa-Unicredit-Mps-Swap-Bankitalia.shtml?uuid=4fb2868c-9b8e-11dd-adcf-7695700521e1&amp;DocRulesView=Libero">istituti di credito</a>. Così la settimana scorsa, nella prima operazione di questo tipo, <strong>Bankitalia</strong> ha messo a disposizione dieci miliardi, e <strong>Unicredit</strong>, <strong>MPS</strong> e <strong>Intesa Sanpaolo</strong> ne hanno utilizzati solo 1,9.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>LA VERITÀ CI FA MALE</strong> &#8211; In ogni caso, la reazione dei &#8220;<em>signori del credito</em>&#8221; era prevedibile. Un po&#8217; perché le parole di <strong>Berlusconi</strong> sono arrivate, tanto per cambiare, ancora una volta <strong>a Borsa aperta</strong>, rischiando di mettere sotto stress i titoli. Ma soprattutto, la motivazione è contenuta nei <strong>decreti salva-banche</strong>. La <img class="alignright" src="http://farm4.static.flickr.com/3051/2975266937_03489438e4.jpg" alt="" width="300" height="260" />possibilità dell&#8217;ingresso dello Stato nel capitale degli istituti di credito, sommato agli effetti dell&#8217;inevitabile &#8220;<em>messa alla gogna</em>&#8221; spaventano. Tutti d&#8217;accordo con la garanzia pubblica sui depositi, ma il ritorno del pubblico negli istituti di credito, questo proprio non piace. Ecco quindi l&#8217;<strong>ABI</strong> dichiarare che &#8220;<em>per quanto riguarda la misura relativa al rafforzamento patrimoniale si ritiene che la solidità del sistema bancario italiano non renderà necessario sfruttare l&#8217;opportunità offerta dal provvedimento varato dal governo</em>&#8220;. Nel frattempo <strong>Bankitalia</strong> continua il suo lavoro di <strong>monitoraggio</strong> della situazione patrimoniale delle banche, alla ricerca di quelle &#8220;<em>cattive</em>&#8220;, da punire (o salvare) attraverso l&#8217;acquisto di azioni privilegiate e addirittura il <strong>commissariamento</strong>. La <strong>paura</strong> è talmente forte che, come i bambini intimoriti dal medico, si ha paura persino di tossire. Così dopo la disponibilità della <strong>Banca d&#8217;Italia</strong> a prestare titoli italiani e tedeschi fino a dieci miliardi di euro attraverso un&#8217;operazione di <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Finanza%20e%20Mercati/2008/10/Bankitalia-swap-banche.shtml?uuid=a60b9e98-a123-11dd-ad48-94241c027df8&amp;DocRulesView=Libero">swap</a>, le banche hanno risposto &#8220;<em>grazie, ma non ci serve</em>&#8220;. Se una banca avesse deciso di sfruttare appieno questa possibilità, avrebbe subito concentrato su di se l&#8217;attenzione del mercato. In queste condizioni di <strong>panico</strong> non è certo un fatto positivo, lo si è visto e lo si vede con <strong>Unicredit</strong>. Nonostante lo swap non intacchi la governance della banca, il ricorso ad esso potrebbe scatenare il panico e portare in seguito all&#8217;intervento pubblico. Quindi le banche fanno sapere che &#8220;<em>è uno strumento in più da tenere in considerazione in caso di necessità. Per ora questa necessità non c&#8217;è</em>&#8220;.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>CHI STA BENE, CHI STA MALE</strong> &#8211; Vista la situazione, molte banche europee mediante ricapitalizzazioni sono arrivate ad un Core Tier del 9%, la soglia minima è del 6%. Il Tier 1 è il rapporto tra patrimonio di base e le attività della banca (ponderate in base al rischio). Il Core Tier 1 è il Tier 1 al netto degli strumenti finanziari emessi dalle banche sotto forma di buoni fruttiferi, obbligazioni, certificati di deposito e altri titoli <img class="alignleft" src="http://farm4.static.flickr.com/3058/2975266953_97249605e0.jpg" alt="" width="300" height="230" />ancora. Le banche italiane quindi potrebbero trovarsi costrette ad adeguarsi alla nuova soglia del 9%, che anche se non richiesta, diventa indispensabile per non subire gli attacchi del mercato. Secondo una <strong>simulazione</strong> degli analisti di <strong>Merrill Lynch</strong>, <strong>Unicredit</strong> ha un deficit di capitale di 7,4 miliardi, più severa la stima di <strong>Jp Morgan</strong>, secondo la quale a Unicredit servirebbero 8,1 miliardi per avere un Core Tier 1 ratio dell&#8217;8,4%, percentuale ritenuta adeguata dato l&#8217;attuale scenario del mercato. Le banche italiane hanno posizioni di rischio inferiori, hanno pochi asset di classe 3, Unicredit ne possiede il 2,5% del patrimonio di vigilanza, Intesa il 13%, la media europea arriva al 62%. Tuttavia il Tier 1 ratio medio in Italia è del 6,2% mentre in Europa è dell&#8217;8,9%, insomma, esistono dubbi sulla solidità delle banche italiane. Lo studio di <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Finanza%20e%20Mercati/2008/10/banche-europa-esposizioni.shtml?uuid=a7505be8-a1ed-11dd-ac46-19998a0023d4">R&amp;S Mediobanca</a> indica come i sei principali gruppi bancari italiani abbiano indici patrimoniali inferiori alla media dei grandi gruppi europei. Ad esempio <strong>Unicredit</strong> con l&#8217;aumento di capitale dovrebbe arrivare ad un Core Tier 1 del 6,7% (a giugno era del 5,7%), <strong>Intesa Sanpaolo</strong> a giugno aveva un Core Tier 1 del 5,7%, mentre Mps era al 5,1%. Sotto la soglia del 6% anche il <strong>Banco Popolare</strong> (5,9%), sopra la soglia indicata dalla Banca d&#8217;Italia invece <strong>BPM</strong> (6,3%) e <strong>UBI Banca</strong> (6,5%). Se però Bankitalia dovesse ritenere la soglia del 6% non più sufficiente, e ritenere preferibile (come Jp Morgan) una percentuale dell&#8217;8%, sarebbero <strong>molte</strong> le banche italiane a <strong>rischio intervento pubblico</strong>. Risulterebbe difficile infatti in questa situazione ricorrere al mercato per reperire i capitali necessari.</p>
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		<title>Misure anti-OPA: a rimetterci saranno i piccoli risparmiatori</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Oct 2008 09:04:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Vinci</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Martedì, in un&#8217;audizione alla Commissione finanza del Senato, il presidente della CONSOB Lamberto Cardia si è dichiarato preoccupato per &#8220;le conseguenze che la situazione del mercato può avere sull’esposizione delle società quotate a tentativi di acquisizioni ostili&#8220;. Secondo Cardia il &#8230; <a href="http://www.giornalettismo.com/archives/7734/anti-opa-berlusconi/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Martedì, in un&#8217;audizione alla Commissione finanza del Senato, il presidente della CONSOB Lamberto Cardia si è dichiarato preoccupato per &#8220;<em>le conseguenze che la situazione del mercato può avere sull’esposizione delle società quotate a tentativi di acquisizioni ostili</em>&#8220;. </strong></p>
<p><span id="more-7734"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Secondo Cardia il rischio è forte perché vi sono elevate &#8220;<em>limitazioni attualmente imposte dalla normativa nazionale</em>&#8221; che riducono la capacità di difesa delle società, come la <strong>passivity rule</strong>, che impone ai manager della società, fatta oggetto di attenzione, di non effettuare operazioni che possano ostacolarne l’acquisto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>MA SILVIO NON STA A GUARDARE</strong> &#8211; Le preoccupazioni di Cardia hanno così raggiunto anche <strong>Berlusconi</strong>, che sensibile a questi temi (sono di pochi giorni fa i suoi <strong>consigli per gli acquisti</strong> di azioni <img class="alignleft" src="http://farm4.static.flickr.com/3183/2946884627_fd91d0bddd.jpg" alt="" width="190" height="244" />Eni ed Enel) ha subito annunciato provvedimenti. Ma quali sono le società a rischio? Secondo Cardia e Berlusconi, tutte le nostre magnifiche società quotate in borsa con un valore delle azioni ridotto dalla crisi ma che non corrisponde assolutamente al valore reale della società. E chi sarebbero i &#8220;<em>nemici</em>&#8220;? Berlusconi ha parlato di &#8220;<em>notizie che vengono dai paesi produttori del petrolio</em>&#8220;, accennando ai fondi sovrani dei <strong>Paesi arabi</strong>, salvo poi ritrattare descrivendoli come investimenti speculativi, quindi non indirizzati ad acquisire il controllo. Così per salvare le nostre italiche società, o meglio i loro italici manager, Berlusconi preannuncia che nei prossimi giorni verrà varato un <strong>emendamento</strong> che consenta alle italiche società quotate &#8220;<em>aumenti di capitale, acquisizioni di proprie azioni e fusioni</em>&#8220;.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>AAA IMPRESA ITALIANA VENDESI</strong> &#8211; Da <strong>Bruxelles</strong> Silvio Berlusconi ha descritto le caratteristiche delle società a rischio, sono le &#8220;<em>molte validissime imprese italiane che oggi hanno una quotazione che non corrisponde assolutamente al loro giusto valore</em>&#8220;. Un elenco delle imprese &#8220;<em>a rischio</em>&#8221; è contenuto in un articolo del <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Finanza%20e%20Mercati/2008/crisi-credito-borse-governi-banche-centrali/cronanca-europa-mondo/cardia-legge-opa.shtml?uuid=af4bdc86-9771-11dd-88c6-a099ca2e91fa&amp;DocRulesView=Libero&amp;fromSearch">Sole24ore</a> di sabato, e sono: Eni, Enel, Intesa SanPaolo, Unicredit, Mediobanca, Generali, Snam Rete Gas, Terna, Mediaset, Fiat e Finmeccanica. Un altro elenco lo fa <strong>Finanza &amp; Mercati</strong>, aggiungendo Parmalat, Seat Pagine Gialle, Safilo, Tiscali, Tamburi Investment Company (appena diventata una public company). Scalarle non richiede neppure chissà quali cifre. Per prendere il controllo di <strong>Telecom</strong> basterebbero meno di quattro miliardi, dodici per <strong>Unicredit</strong> e dieci per <strong>Generali</strong>. Il Premier non può certo consentire che queste imprese finiscano in mano straniere dopo tutti gli sforzi per mantenere l&#8217;<strong>Alitalia</strong> in mano a una cordata italiana (che pare si stia sfaldando), o dopo <img class="alignright" src="http://farm4.static.flickr.com/3203/2946884633_cb88de09bf.jpg" alt="" width="307" height="242" />aver fatto di tutto per respingere l&#8217;assalto di <strong>Telefonica</strong> su <strong>Telecom</strong> blindando il management di quest&#8217;ultima. Anche adesso l&#8217;obiettivo è <strong>scoraggiare</strong> eventuali acquirenti <strong>stranieri</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>CAMBI DI REGOLE</strong> &#8211; Non è la prima volta che il presidente della <strong>CONSOB</strong> chiede di cambiare le regole sulle <strong>OPA</strong> (offerte pubbliche di acquisto), lo fece anche qualche anno fa e <a href="http://www.noisefromamerika.org/index.php/articles/Provvedimenti_urgenti_per_ridurre_i_corsi_azionari">recentemente</a> chiedeva di portare l&#8217;obbligo di comunicazione della partecipazione in una quotata dal 2% all&#8217;1% e di modificare il passivity rule. Limitazioni che lui stesso reputa &#8220;<em>legittime e giustificate&#8221; però &#8220;in contesti ordinari di mercato diversi da quello attuale</em>&#8220;. Ridurre la quota di partecipazione dalla quale scatta obbligatoriamente la comunicazione serve per rendere pubblico l&#8217;acquisto di azioni e far quindi <strong>aumentare</strong> il valore delle stesse, rendendo più costosi ulteriori acquisti. Il <strong>passivity rule</strong> è invece la regola secondo la quale il management di una società interessata da un&#8217;OPA non può mettere in atto misure difensive se non dopo l&#8217;<strong>autorizzazione</strong> dell&#8217;assemblea. Il motivo pare ovvio, sta agli azionisti decidere. Invece ora si pensa di riscrivere le regole per dare questo potere ai manager.</p>
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		<title>Silvio, anche stavolta hai toccato il Fondo</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Oct 2008 09:58:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Vinci</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I leader Ue hanno detto no a un Fondo europeo, e Berlusconi con la Merkel ha fatto l&#8217;ennesima figura da cioccolataio. Ed ecco perché il premier e Tremonti invece ci puntavano tanto L&#8217;Ecofin di ieri, così come la riunione del &#8230; <a href="http://www.giornalettismo.com/archives/6811/silvio-fondo-crisi-ue/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>I leader Ue hanno detto no a un Fondo europeo, e Berlusconi con la Merkel ha fatto l&#8217;ennesima figura da cioccolataio. Ed ecco perché il premier e Tremonti invece ci puntavano tanto</strong></p>
<p><span id="more-6811"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/economia/crisi-mutui-8/sette-ottobre/sette-ottobre.html" target="_blank">L&#8217;Ecofin di ieri</a>, così come la riunione del <strong>G-4 a Parigi</strong> di sabato, si sono conclusi nell&#8217;unico modo possibile (data la situazione politica europea): ognuno per sé, <strong>BCE</strong> per tutti. Perché l&#8217;idea del fondo europeo proprio non andava giù a paesi come la <strong>Germania</strong>, nei quali dietro le banche c&#8217;è un mondo industriale forte in grado di reggere la crisi. E proprio non va ad <strong>Angela Merkel</strong> di costituire un fondo per salvare le banche francesi. Il <strong>sistema Italia</strong> è simile a quello tedesco, l&#8217;economia si regge più sulla <strong>manifattura</strong> che sulla finanza, le banche sono <strong>meno esposte</strong> alla crisi finanziaria americana e anche noi quindi dovremmo essere felici che ogni <strong>Paese </strong>pensi a se stesso. I leader europei hanno quindi detto no a <strong>Roma, Parigi ed Amsterdam</strong> e hanno invece concordato una serie di azioni: &#8220;<em>primo, gli interventi dovrebbero essere rapidi e temporanei; secondo, verrà riposta particolare attenzione agli interessi dei contribuenti; terzo, gli azionisti dovranno sopportare le conseguenze; quarto, i governi dovrebbero essere in condizioni di cambiare il management; quinto, i governi potrebbero avere il potere di intervenire sulle remunerazioni. Sesto, il legittimo interesse dei concorrenti deve essere protetto, in particolare attraverso le norme sugli aiuti di Stato</em>&#8220;. </p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L&#8217;ACCORDO IMMAGINARIO</strong> &#8211; Invece il premier <strong>Silvio Berlusconi</strong> domenica al Lido di Milano dichiarava che sabato a Parigi aveva &#8220;<em>proposto di varare un fondo europeo, un fondo del 3% del Pil</em>&#8220;. <img class="alignleft" src="http://farm4.static.flickr.com/3250/2922176562_5c8aebfabf.jpg" alt="" width="350" />Nel frattempo la <strong>Merkel</strong> dichiarava che &#8220;<em>lo Stato garantirà i depositi privati</em>&#8221; (strada che seguiranno tutti i Paesi europei) e lunedì alla conferenza stampa congiunta con il presidente del Consiglio Berlusconi ha ribadito che &#8220;<em>ogni Paese deve giudicare le proprie responsabilità</em>&#8220;. Confermando così il suo <strong>no</strong> al fondo europeo. Conferma che fa seguito ad altre conferme di domenica notte, da parte della Francia e della Germania, che assicurano che &#8220;<em>non c&#8217;è una proposta per un fondo del genere</em>&#8221; e non c&#8217;è &#8220;<em>alcun cambiamento rispetto alla dichiarazione diffusa sabato</em>&#8220;. Insomma, non solo Francia e Germania dicono no al fondo europeo, ma addirittura sabato <strong>non è stato proposto alcun fondo</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>SOLO L&#8217;ITALIA</strong> &#8211; Tutto è partito dal fatto che <strong>Berlusconi</strong> ha dichiarato non solo che Francia e Germania sarebbero propense per un “<em>sì</em>” al fondo europeo (di cui tra l&#8217;altro non c&#8217;è traccia nei resoconti della riunione di sabato), ma che anche la <strong>Gran Bretagna</strong> ci starebbe pensando. <img class="alignright" src="http://farm4.static.flickr.com/3153/2921364159_dc2817dd7d.jpg" alt="" width="160" />Simili dichiarazioni sono passate “<em>quasi</em>” inosservate nel tumulto delle Borse, ma <strong>Angela Merkel</strong> non può permettersi di andare contro la <strong>Bce</strong> col <strong>voto federale</strong> ormai prossimo (fine 2009). Persino la decisione tedesca di garantire i conti correnti, i conti di risparmio e i depositi a termine dei cittadini tedeschi, passa attraverso alcune <strong>precisazioni</strong>. Prima di tutto si tratta di una <strong>dichiarazione politica</strong> a cui non farà seguito alcuna iniziativa legislativa, un segnale per dare fiducia ai cittadini, misura che si limiterebbe ai depositi delle banche al dettaglio. Non ci saranno dunque problemi per quanto riguarda gli <strong>effetti sulla concorrenza</strong> in Europa. Se una dichiarazione politica è stata fatta con simili precisazioni, nel timore di ricevere una strigliata dalla Bce, si immagini le remore della cancelliera rispetto ad un fondo europeo che rischierebbe di far pagare alla Germania un eventuale piano di salvataggio europeo. Insomma, l&#8217;<strong>unico Paese</strong> a volere il fondo europeo sembrerebbe proprio l&#8217;<strong>Italia</strong>, ed è un desiderio così forte da spingere il nostro Presidente del Consiglio a immaginarsi approvazioni e sostegni da parte degli altri governi. Così, nonostante le <strong>smentite ufficiali</strong>, <strong>Berlusconi</strong> non si arrende, e <a href="http://www.borsaitaliana.reuters.it/news/NewsArticle.aspx?type=topNews&amp;storyID=2008-10-06T061853Z_01_MIE49500K_RTROPTT_0_OITTP-BERLUSCONI-FRANCESI-PIANO.XML">secondo alcune agenzie di stampa</a> avrebbe dichiarato che, tra lunedì e martedì, al vertice dei ministri dell&#8217;Economia e delle Finanze della Ue che si tiene a Lussemburgo, il ministro dell&#8217;Economia <strong>Giulio Tremonti</strong> proporrà l&#8217;istituzione del fondo e che il piano ha il sostegno di Germania e Francia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>(AF)FONDO EUROPEO</strong> &#8211; La <strong>Francia</strong> è sempre stata <strong>vaga</strong> rispetto al fondo, per lei l&#8217;importante è assicurare il credito alle piccole e medie imprese.<img class="alignleft" src="http://farm4.static.flickr.com/3116/2921363473_aa95d40d3a.jpg" alt="" width="240" /> La <strong>Germania</strong> invece è sempre stata <strong>contraria</strong> all&#8217;istituzione di un fondo. Ma allora perché l&#8217;<strong>Italia</strong>, che non ha una situazione finanziaria a rischio, <strong>insiste</strong> a istituire il fondo? Non credo sia perché abbia accettato l&#8217;invito ad agire scritto da un <a href="http://www.voxeu.com/index.php?q=node/1729">nutrito gruppo di economisti</a>. Gli stessi economisti che <strong>Tremonti</strong> vorrebbe <strong>tacessero</strong>, ma che avevano in buona parte <strong>previsto</strong> i pericoli che hanno poi portato alla <strong>crisi</strong>, restando però <strong>inascoltati</strong> dai politici. Costoro chiedevano ai Paesi dell&#8217;Ue un&#8217;<strong>azione politica decisa</strong>, per evitare una <strong>paralisi</strong> del mercato del credito. Ritenendo gli interventi nazionali o coordinati caso per caso non sufficienti, chiedevano un&#8217;azione europea sulla &#8220;<em>ricapitalizzazione del settore bancario, attraverso l&#8217;iniezione di fondi pubblici o attraverso la conversione obbligatoria del debito in capitale azionario</em>&#8220;.</p>
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