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pubblicato il 10 novembre 2008 alle 11:22 dallo stesso autore - torna alla home

 

Pio XII avrebbe dovuto dire certe cose e non le ha dette? Vabbe’, non le ha dette, ma tagliamo corto: le ha dette lui, che sempre papa è.

Bisogna fare i complimenti a Benedetto XVI, una volta tanto. Ieri, all‘Angelus, ha ricordato il “triste avvenimento verificatosi nella notte fra il 9 e il 10 novembre 1938″, e i nazisti sono stati chiamati “nazisti” senza pavide perifrasi, e gli ebrei sono stati chiamati “ebrei” senza neanche un’allusione al loro deicidio. Provate a leggere i documenti ufficiali della Santa Sede dal 1938 al 1945: ebrei e nazisti non sono mai Ratzinger ebrei 5 Pio XII e la solidarietà fasulla al mondo ebraicochiamati col loro nome. Si può capire. Quando per tre decenni La Civiltà Cattolica te li dipinge come pericolosi ceffi da segregare in ghetti, amichevolmente, fai un po’ di difficoltà a chiamarli col loro nome: “ebreo” diventa mancanza di decenza. Anche il non nominare mai “nazisti“, “hitleriani” o simili, si può capire: tradizionale prudenza della Chiesa verso chi può martirizzarla interamente, il martirio conviene alla spicciolata.

Qui, invece, Benedetto XVI non ha usato giri di parole: una condanna ferma ed inequivocabile della “furia nazista contro gli ebrei”, un’esortazione accorata e vibrante “contro ogni forma di antisemitismo e di discriminazione“, un invito a “manifestare profonda solidarietà al mondo ebraico“. Forse il mondo ebraico avrebbe gradito sentire parole altrettanto chiare e coraggiose, per esempio, da Pio XII nell’ottobre del 1943, ma dalla vita non si può pretender troppo, e poi nel 1943 ancora non si sapeva come sarebbe andata a finire la guerra. Sappiamo come è andata a finire: i nazisti hanno perso il Reich e gli ebrei hanno uno Stato, lo Stato di Israele.

La Santa Sede era contraria alla sua fondazione, tra il 1946 e il 1948 fece il possibile per impedirla [1], e sarà per questo che a tutt’oggi ogni reciproca gentilezza abortisce appena si tocca un punto: il deficit profetico di Pio XII. La cosa ancora non convince molti ebrei e da Israele, che la Santa Sede si ostina a chiamare Terra Santa, vengono mugugni alquanto scettici sull’idea di mettergli in testa un’aureola. Si tratta di una pesante ingerenza, ovviamente. Ed è contestazione insussistente: a un santo si può rimproverare di non essere stato anche un profeta? Tuttavia, Benedetto XVI cerca di cucire. Pio XII avrebbe dovuto direcreaimmagine i000008 Pio XII e la solidarietà fasulla al mondo ebraicocerte cose e non le ha dette? Vabbe’, non le ha dette, ma tagliamo corto: le ha dette lui, che sempre papa è. Gli ebrei che nel 1943 furono presi dal ghetto e spediti in Germania senza che Pio XII neanche sfiorasse l’argomento nei suoi interventi pubblici, se potessero, oggi non farebbero mancare il loro “grazie al cazzo”.

Solo un perfido ebreo potrebbe non tener conto delle testimonianze che, seppur indirettamente, ci danno Pio XII “amico degli ebrei” [2], e non ringraziare Benedetto XVI. Come ringraziasse Pio XII, che sempre papa era.  

 

Appendici

[1] “Per quanto riguarda il destino dei luoghi santi e in generale degli interessi cattolici in Palestina, il Vaticano avrebbe preferito che né gli ebrei né gli arabi, ma una terza forza esercitasse il controllo in Terra Santa; in ogni caso, sapeva bene che questa soluzione era irraggiungibile e, nelle presenti circostanze, preferiva gli arabi agli ebrei”, così scriveva, l’8 agosto 1949, il ministro plenipotenziario della Gran Bretagna presso la Santa Sede, John Victor Perowne. Era stata della primavera del 1947 la decisione britannica di rimettere il mandato in Palestina; la cosa aveva messo il Vaticano in grande difficoltà. Quando se n’era ventilata l’ipotesi, nel 1945, monsignor Thomas McMahon, massimo responsabile della politica vaticana in Medio Oriente, aveva scritto: “La Palestina è internazionale. Un governo internazionale della Palestina [il riferimento, oltre nel testo, era alle Nazioni Unite] è la soluzione migliore fra tutte, perché tutela il carattere sacro della terra natale di Cristo”. Fin lì, il controllo britannico della regione aveva dato ottime garanzie alla Santa Sede, che pure non aveva mancato di esprimere qualche timore, quando la cosa era ancora in discussione presso la Società delle Nazioni nel 1922, per voce del suo Segretario di Stato, cardinal Pietro Gasparri, ancora una volta sulla possibilità che la posizione ebraica risultasse privilegiata. Poi, le cose s’erano messe per il meglio, e per nessuna delle tre confessioni – cattolica, musulmana ed ebraica – c’era stato di che lamentarsi troppo, almeno non ufficialmente. Per la Santa Sede l’opzione dell’internazionalizzazione della Palestina poteva essere messa da parte, per essere tirata fuori un quarto di secolo dopo. A opporsi decisamente, allora, furono musulmani ed ebrei e non se ne fece nulla. Come sempre fa, quando non può far sentire la sua voce con la forza che vorrebbe, il Vaticano tacque, si ritirò dai maneggi e lasciò fare, limitandosi a dichiararsi “del tutto indifferenti alla forma di regime che la vostra stimata Commissione [delle Nazioni Unite] potrà proporre, purché nelle vostre proposte conclusive vengano presi in considerazione e tutelati gli interessi della Comunità cattolica, protestante e ortodossa”. Andava prendendo corpo, però, qualcosa che la Santa Sede temeva più d’ogni altra, e che non si aveva idea di come si potesse ostacolare: la nascita dello Stato di Israele. Sir Alan Cunningham, l’ultimo dei commissari britannici in Palestina, scrisse nel 1947: “La cosa peggiore, dal punto di vista cattolico, è che Gerusalemme finisca sotto il controllo ebraico”. Qualche odierno residuo di screzio tra la Santa Sede e lo Stato di Israele viene dalla storia. Fino a tutto il 1948, ogni voce vaticana si astenne scrupolosamente dal seppur minimo cenno alla Palestina, cercando di far garante il governo degli Stati Uniti, presso il quale si spese il cardinal Francis Spellman: “Se in ogni caso la spartizione sarà imposta – aveva scritto a George Wadsworth, ambasciatore Usa in Iraq – non bisogna perdere l’occasione di fissare un sistema accuratamente concepito e dettagliato di garanzie e tutele per i luoghi santi e per le minoranze cristiane”. Ma quando il 14 maggio 1948 nasce lo Stato di Israele, L’Osservatore Romano rompe il silenzio e palesa, con amarezza, quello che avrebbe voluto realmente in Palestina: “Il sionismo moderno non è il vero erede dell’Israele biblico ma uno stato laico […] La Terra Santa e i suoi luoghi santi appartengono al Cristianesimo, il Vero Israele”. 
[2] “Il marchese Giacomo Serlupi, un aristocratico vicino al Vaticano […], riferì la risposta di un ufficiale tedesco a un’italiana durante la razzia del 16 ottobre. Il Papa avrebbe dichiarato secondo l’ufficiale: «Se si deve fare la deportazione degli ebrei, è bene farla presto»” (Andrea Riccardi, L’inverno più lungo. 1943-44: Pio XII, gli ebrei e i nazisti a Roma, Laterza 2008). Può aver detto una frase del genere, Pio XII? La testimonianza ci è data troppo indirettamente. Troppo indirettamente ci è data anche la testimonianza dell’interessamento di Pio XII in favore di questo o quell’ebreo. Lo storico serio dovrebbe esser cauto in entrambi i casi, sospendere il giudizio su entrambi: rimane il fatto, certo e documentato, che Pio XII non ha mai detto pubblicamente quello che oggi ha detto Benedetto XVI. Si può capire perché Pio XII non l’abbia detto allora, si può capire pure perché Benedetto XVI l’abbia detto ora. È la stessa logica.
4 commentistampa - fallo leggere