Sterminò la famiglia. Oggi è un po’ più ricco
07/11/2008 - Parma, 4 agosto 1989. Ferdinando ha sempre sofferto di vari disturbi. E’ convinto che il suo pene sia soggetto a restringimenti. La colpa, ne è convinto, è della casa in cui abita. «Il mio pene sarebbe stato normale», racconta, «se
Parma, 4 agosto 1989. Ferdinando ha sempre sofferto di vari disturbi. E’ convinto che il suo pene sia soggetto a restringimenti. La colpa, ne è convinto, è della casa in cui abita. «Il mio pene sarebbe stato
normale», racconta, «se fossimo andati a vivere in un casa normale, come sono quasi tutte quelle di Parma!». L’idea di uccidere il padre inizia a maturarla un giorno di molti anni prima, quando questo lo sorprende a defecare sul pavimento. Da lì in poi, Ferdinando sarà ossessionato da questa volontà e aspetterà il giorno più propizio per compiere il suo proposito. Quella sera tutto è perfetto.
«Non c’è mio fratello», dice, «posso colpire mio padre. Vado nel bagno, mi guardo allo specchio e dico: “Questo è il momento. O lo fai adesso o non lo fai mai più”». La pistola è ben salda fra le mani, la carica e tutto si conclude nel giro di pochi minuti. «Lo sento arrivare, entra nel ripostiglio, io esco, entro nel ripostiglio, appena mio padre si gira per uscire, lo colpisco. Gli sparo. Tra il corridoio piccolo e quello grande c’è una porta, la chiusi. La porta della cucina era anch’essa chiusa. Avevo chiuso le finestre. Quando ho sparato a mio padre non ho scaricato tutto il caricatore. Dopo, avevo mio madre da colpire [...] Mia madre l’ho trovata che stava uscendo dalla cucina. Mi ha detto: “Ma che cosa succede? Cosa succede? Ma che fai? Cosa fai?”. E poi sparo anche a mia madre».
«Ricarico la pistola e aspetto mio fratello. Quando Nicola rientra si infila subito nella sua camera e vede, ovviamente, i corpi. Viene verso di me. Io gli vado incontro e gli sparo».
Dopo tutto è meticoloso. Lava e pulisce ogni cosa. Infila i tre corpi in tre sacchi e li carica in macchina. Vuole seppellirli, ma poi ripiega per un’altra soluzione e getta i corpi nella discarica di Viarolo. Poi compie operazioni bancarie sui conti del fratello e del padre, inscena il depistaggio del camper e parte per Londra. da lì’ andrà in Canada e poi negli Stati Uniti, finché non deciderà di tornare nella capitale londinese.
Parma, 15 dicembre 1998. E’ possibile che le cose siano andate effettivamente così? La domanda, il sostituto procuratore Br
ancaccio se la ripete. Il racconto è convincente, tutto calza, ma potrebbero essere benissimo anche i deliri di un folle. Servono le prove. Per questo la casa dei Carretta è invasa dagli uomini del Ris, capitanati da Luciano Garofalo. Non è un’impresa facile quella a cui si trovano di fronte: la casa è stata abitata in tutti questi anni, lavata infinite volte, le tracce, se ci saranno, sarà difficilissimo trovarle. Lo sa Garofalo e lo sanno i suoi uomini. Dopo lunghissime ore passate senza trovar nulla, avendo spruzzato il Luminol su ogni minimo pezzo di appartamento, con la notte arriva anche l’intuizione. La cordicella dell’asta dell’allarme della doccia: a chi verrebbe mai in mente di pulirla? Ed è lì che si trova la soluzione. Il Luminol dà esito positivo. Lo stesso esito che si avrà sul portasapone, dietro le piastrelle e in altre parti del bagno. La felicità traspare dagli occhi stanchi e affannati di Garofalo e la sua squadra. Non cantano vittoria: bisogna vedere se l’analisi del DNA confermerà che il sangue trovato appartenga veramente alla vittime. Dopo un lungo e articolato esame, la conferma arriverà. E così anche il verdetto: Ferdinando Carretta la notte fra il 4 e il 5 agosto 1989 ha ucciso la madre, il padre e i fratello. Per lui si apriranno le porte dell’Ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere.
Oggi. Le porte dell’ospedale si sono aperte il 22 giugno 2006. Ferdinando è andato a
vivere in una casa colonica in una comunità che ospita uomini e donne con disagio psichiatrico. Lì, dopo un anno e mezzo, è arrivata anche la libertà vigilata, che gli permette di uscire la mattina per andare a lavorare e tornare a dormire la sera. Adesso è arrivata anche l’eredità: grazie a un accordo con le zie ha ricevuto la sua vecchia casa. «Riscuoterò solo il canone visto che è affittata e forse la venderò. Per adesso non me la sento di tornare a vivere lì né a Parma», dice. E la sua famiglia? «I miei? Li penso sempre, li sogno, mi mancano tanto. E penso come sarebbe la mia vita adesso se ci fossero loro. Ho rovinato la vita a me e ad altre persone, ma vorrei essere giudicato per quello che faccio ogni giorno e che farò».












